· Città del Vaticano ·

L’impegno di Comunità di Sant’Egidio e Cuamm

Per curare e per formare

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01 dicembre 2020

Nessuna fila davanti all’ambulatorio. Nessuno dei soliti capannelli. Non ci sono donne con i bambini, né ragazzi e ragazze. La pandemia di coronavirus ha tenuto e tiene lontani dai centri di cura i malati di aids. La quarantena ha costretto tutti, compresi i sieropositivi, a rimanere chiusi nelle proprie abitazioni. L’hiv però non solo non è sparito con l’avvento del covid-19, ma è ancora la principale emergenza sanitaria nell’Africa subsahariana.

A confermarlo sono i dati forniti dall’Organizzazione mondiale della sanità e da Unaids, l’agenzia Onu per la lotta all’hiv. Nel 2020, 38 milioni di persone vivono con l’hiv nel mondo. Ogni anno si registrano 1,7 milioni di nuovi casi e seicentomila morti a causa del virus. Il continente più colpito è certamente l’Africa e, in particolare, l’Africa subsahariana. In questa regione vivono 24 milioni di persone affette da questo virus.

Se non si può guarire dall’hiv, oggi è però possibile tenerlo sotto controllo attraverso cure specifiche che, abbattendo la carica virale, permettono una vita praticamente normale al paziente. «Nei primi anni della diffusione del contagio dell’Aids mancavano i farmaci», osserva Paola Germano responsabile per la Comunità di Sant’Egidio del progetto Dream che si occupa di hiv in diversi Paesi dell’Africa centrale e australe. «Solo le persone più ricche potevano procurarsi gli antiretrovirali necessari. Per i poveri non c’era alcuna speranza. A partire dagli anni Duemila è iniziata la distribuzione di farmaci gratuiti e, progressivamente, la malattia si è trasformata in una patologia cronica». Le persone colpite hanno iniziato nuovamente a lavorare, a studiare, ad avere relazioni sociali normali.

«L’Aids — spiega Andrea Atzori, responsabile del settore relazioni internazionali di Medici con l’Africa Cuamm — era e rimane una piaga per il continente africano. Qui si registrano ancora i tassi di infezione più elevati. A essere colpite sono soprattutto le fasce più giovani della popolazione. Per combattere il virus non servono solo i farmaci, ma è necessaria un’azione educativa molto diffusa».

Sono così stati strutturati percorsi che hanno un approccio globale al paziente. Il Cuamm, per esempio, ha organizzato gruppi di attivisti che sensibilizzano i più giovani insegnando loro i comportamenti per evitare la trasmissione. Offrono loro la possibilità di effettuare i test e di accedere ai trattamenti. «Non si può prescindere dall’educazione — sottolinea Paola Germano —. In passato l’Aids era fonte di stigma sociale. I malati venivano tenuti lontani nel timore di un contagio. È stato necessario portare avanti un’azione culturale capillare per rompere questa diffidenza che mina la coesione sociale dei Paesi e rischia di compromettere la crescita umana ed economica dell’intero continente. Oltre alle medicine, quindi, offriamo ai malati e alle loro famiglie un supporto nutrizionale (indispensabile per rinforzare gli organismi malati) e un approccio formativo alla malattia».

Questa azione capillare che guarda al benessere complessivo dei pazienti di hiv ha rischiato e rischia di incepparsi o, comunque, di rallentare di fronte all’emergenza covid-19. Nei mesi scorsi, la quarantena e il conseguente blocco delle attività economiche e sociali ha fermato anche gran parte delle iniziative di sensibilizzazione e di educazione nelle comunità. Ha arrestato i test ed è diventato difficile seguire i trattamenti dei malati. «In Mozambico, per esempio, molte persone non hanno potuto recarsi nei centri per ritirare le medicine», osserva Andrea Atzori. Invece di consegnare una scorta di antiretrovirali per una settimana sola, siamo stati costretti a distribuirne per un mese. Il problema è che molte famiglie non hanno la possibilità di tenere i farmaci in luoghi protetti e il rischio e che si danneggino».

Sul fronte dei farmaci poi si è anche registrata una minore disponibilità di antiretrovirali. «Nei mesi clou del lock-down — spiega Paola Germano — le multinazionali hanno concentrato la loro azione sul contenimento del covid-19 e ci sono stati problemi di approvvigionamenti sia di farmaci sia di reagenti per i test. Il mese più critico è stato febbraio, poi la situazione è lentamente migliorata a partire dalla primavera». Molti Paesi hanno adottato misure per evitare assembramenti. Le organizzazioni sul campo sono così state costrette a riorganizzarsi ricevendo un paziente alla volta e su appuntamento. «Gli ambulatori africani — continua Paola Germano — solitamente sono affollati. Con la quarantena i pazienti sono rimasti a casa e abbiamo chiesto loro di prendere un appuntamento. Abbiamo poi organizzato un servizio telefonico dedicato a chi aveva problemi. Potevamo così fornire un aiuto, sebbene indiretto».

L’emergenza aids ha rischiato quindi di passare in secondo piano rispetto a quella più impellente di covid-19. «Purtroppo il rischio esiste — conclude Andrea Atzori — con i giovani che rischiano di infettarsi e di infettare a loro volta senza saperlo perché è difficile fare i test. Le persone malate, che finora riuscivano grazie ai farmaci a condurre una vita pressoché normale, possono conoscere una nuova crisi dell’hiv e, dopo essere stati senza cure, anche sviluppare resistenze ai farmaci. Infine non va dimenticata la possibilità che la quarantena aumenti i casi di violenza sulle donne e sulle bambine e con essa la concreta prospettiva di un aumento dei contagi».

E allora che come intervenire? «Dobbiamo prenderci cura della salute in modo globale», conclude Paola Germano. «È indispensabile creare infrastrutture che aiutino tutti, anche le popolazioni più povere, ad affrontare pandemie come quella di aids e di covid-19. Dimenticare l’Africa è miope. Escluderla dall’assistenza rischia di danneggiare tutti. Noi europei per primi».

di Enrico Casale