· Città del Vaticano ·

Laboratorio - Dopo la pandemia
Il desiderio di un compimento

La morte che fa pensare
alla vita

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01 dicembre 2020

«La generazione attuale alla morte e all’eventuale oltrevita non ci pensa, non la teme, non la spera, in pratica non se ne occupa... La stessa predicazione ecclesiale o ne tace o, se è costretta a farlo durante i funerali, procede con un imbarazzo palpabile, reiterando formule tradizionali. Eppure la vicenda del covid-19 e il flusso di immagini che l’hanno accompagnata hanno sbattuto in faccia alla platea indifferente la potenza dirompente e l’ineluttabilità della morte». Con l'incisività che lo caratterizza Gianfranco Ravasi richiama così la drammatica noncuranza della morte dell'uomo di oggi («Il Sole 24 ore», 1 novembre 2020).

La seconda ondata della pandemia che ha colpito il pianeta terra ha intensificato il disorientamento degli umani di ogni paese. Ha riposto tutti, anche i più distratti, davanti alla ineluttabilità della morte. Una realtà, anche nell’area europea e nel Paese, disattesa da tempo, volutamente emarginata o ignorata, a volte neppure nominata, l’exitus normale di ogni vita. Da accogliere con disinvoltura, da non enfatizzare in alcun modo.

Inutile sorprendersi, tanto più soffrirne... Consapevole della linearità della vicenda umana alla quale la morte appartiene come la vita, l’uomo uscito dalle nebbie della civiltà post-romantica vive nel culto della ragione, non si attarda in remore superate, ritiene retaggi ancestrali quanto non attiene al qui e ora di una civiltà che l’ha liberato da ogni mito e l’ha riportato al centro di ogni valenza umana: la vita possesso del singolo, da vivere in ogni sua potenzialità, a qualsiasi prezzo.

Entro questa consapevolezza liberatoria ci si è rallegrati delle mirabili conquiste della scienza in ogni sua espressione, ci si è incantati davanti ai prodigi dell’informatica, universo mirabile che ha aperto possibilità infinite di connessioni e di rapporti, di contatti immediati e talmente facili da essere spesso più veloci del pensiero, dei suoi ritmi profondi che richiedono, a chi intende coltivarli, tempi lunghi e cura vigile. Ma è proprio il tempo ad essere disatteso. Il «fare tempo per l’altro, donare il proprio tempo (che) significa donarlo anche a se stessi», come osserva Luciano Floridi («L'Osservatore Romano», 2 novembre 2020).

Ci si è innamorati della vertigine affascinante di un universo imprevedibile e subito disponibile, sorprendente e apparentemente amico, capace di eliminare sforzi, attese, paure, solitudini. Il qui ed ora realizzabile con un tocco... L’epoca digitale ci ha rivelato opportunità illimitate, ci ha assunto in dimensioni in cui si mescolano reale e virtuale, ha spalancato progettualità inimmaginabili.

Ma l’infinitamente piccolo covid-19 si è insinuato silenzioso e feroce tra le nostre sicurezze apparentemente senza fine e in prodigiosa crescita. È iniziato il distanziamento sociale per impedire ogni contatto umano, il volto mascherato che mortifica la comunicazione, la chiusura in case non sempre ospitali, in famiglie non sempre unite, in convivenze a volte ardue, perfino drammatiche.

È riapparsa silenziosa e prepotente, nascosta ma imbattibile la realtà disattesa quasi innominabile da decenni, la morte. Esorcizzarla non è stato più possibile. Comprenderla sì: le epidemie sono eventi ricorrenti nella storia dell’umanità, a volte necessari per riequilibrare la massa umana. Tutto giustificabile e, in questa ottica, normale. Ma sono cominciate anche le intolleranze non solo delle dure indispensabili regole, ma anche della paura, che ha iniziato a giganteggiare. Indifeso davanti a un nemico invisibile e misterioso, l’uomo non ha lasciato emergere solo la positività della sua natura. Agli altruisti che si sono tuffati nel rischio per salvare quante più vite potessero, si sono affiancati gli astuti che hanno pensato a come trarre vantaggio dalla catastrofe, e i fragili che hanno perso orientamento... Il naufragio della ragione ha sommerso molti di quanti si ritenevano immuni da debolezze...

La processione di bare, la saturazione di cimiteri, la distribuzione di piccole urne cinerarie a congiunti attoniti ha costituito l’ultimo atto di un percorso nel quale la morte è stata incontrastata protagonista e battistrada... L’esperienza diretta più coinvolgente è stata vissuta da chi ha avuto un congiunto ammalato e ha assistito sconvolto ai concitati momenti del suo ricovero in ospedale. Dove era impossibile seguirlo, dove il malato era condotto smarrito intuendo a volte che non ne sarebbe tornato. La morte spoglia da ogni apparenza, riduce all’essenziale, alla percezione di una assoluta inermità, che fa riemergere spesso anche nella persona più forte i tratti dell’infanzia. Si è nudi davanti al mistero del fine vita, nudi e spaventati, bisognosi di vicinanza umana, di presenze affettive, di amore. Chi è travolto così può incontrare la pietà di una morte rapida, che diventa soccorrevole. Per chi resta e ha assistito a un distacco violento è anticipata la morte propria, che appare più benigna di quella subita dalla persona cara. Per tutti è l’evidenza di un dato incontrovertibile: non basta non nominare la morte perché sia cancellata, si muore. Si può morire all’improvviso, soli, sbalzati in pochi minuti dal riparo di una casa all’anonimato di una corsia d’ospedale. La lacerazione che tutti abbiamo vissuto ci ha riportato a un realtà dimenticata: anche la persona più forte, sprezzante del rischio subisce il trauma di un distacco troppo rapido per essere accolto. Abbiamo assistito a scene strazianti, e pure alla remissività silenziosa e drammatica di persone tornate all’inermità del bimbo, in cerca di una protezione che si era impotenti a dare, in preda a uno sgomento che contagiava chi restata, sbigottito e ammutolito.

Siamo morti anche noi con chi ci è stato portato via.

Allora si sono mossi dentro anche nei più distratti segnali di umanità dimenticati. Si sono sciolti groppi ritenuti infrangibili, sono caduti muri di individualismo... Come sempre, la catastrofe rompe barriere, rende prossimi gli estranei, fa unità dove vigeva incompatibilità. Il nemico subdolo ha operato distacchi, divisioni, ribellioni, ma anche comunione, solidarietà, accettazione. Ha scavato in molte coscienze e ha fatto emergere domande sepolte, o mai formulate, ha dischiuso orizzonti. Se il cristiano ha trovato in Cristo crocifisso la risposta all’angoscia, chi è fuori dall’universo della fede può aver percepito l’imminenza di una fine aperta su due alternative possibili: l’annientamento o la pienezza. Il vuoto o il compimento. Il baratro del nulla o lo splendore del tutto.

L’interrogativo che affiora anche nell’agnostico, il desiderio di un compimento tanto più desiderato quanto più ampio, è l’orizzonte intuito non ha trovato risposta, ma una sorta di pacificazione. Tutto confluiva alla fine in una remissione all’enigma che l’immensa povertà umana quasi infrangeva, rendendola mistero; una realtà più vicina, fragile ma per questo anche consolante: la riduzione dell’umano alla sua radice poverissima ma infine accolta. Salvata non dal turbine, ma al suo interno, custodita in una sorta di infrangibilità. Per il cristiano, prigioniero della speranza (Zc 9, 11) è la risurrezione di Cristo.

di Emanuela Ghini