· Città del Vaticano ·

Una riflessione a partire da «Fratelli tutti»

La virtù cristiana
della gentilezza

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30 novembre 2020

Tre dei 287 punti che compongono l’enciclica Fratelli tutti il Papa li dedica per parlare del tema della gentilezza. Potrebbe suonare strano: in fondo che c’entra la gentilezza con tutto il resto dell’enciclica? E che senso ha riservarle tutto questo spazio nel drammatico momento storico che il mondo intero sta vivendo? Insomma la cosa lascia pensare e quindi è giusto pensare un po’ a questa cosa qui, questa cosa “strana” che è la gentilezza, un oggetto sconosciuto o almeno dimenticato nel frenetico mondo contemporaneo (e viene da dire che il motivo è proprio per rispondere a questa dimenticanza). Se dunque ci pensiamo con attenzione, la prima domanda che sovviene è quella relativa a Gesù, anche perché l’autore del testo è il vicario di Cristo e ogni cosa che dice, scrive, fa ha come primo e ultimo punto di riferimento proprio la figura di Gesù; e la domanda è: ma Gesù era un uomo gentile? A sentirlo come si scaglia contro gli ipocriti e a vederlo come si costruisce con le proprie mani delle fruste per scacciare i mercanti dal tempio, non viene proprio da pensare alla gentilezza come alla prima delle sue virtù. Eppure.. forse è meglio vedere un po’ più da vicino. E se ci avviciniamo a Gesù troveremo in lui un vero, il vero gentiluomo.

Pensiamo ad esempio alla sua attenzione verso tutti, la cura e la delicatezza con cui si dava a ciascuno che incontrasse lungo la strada. La sua apertura verso i bambini e le donne era così forte, costante e dirompente rispetto ai canoni del tempo da creare sconcerto e disorientamento tra tutti i presenti, anche all’interno della cerchia più stretta dei suoi amici. Ma gli esempi di questa gentilezza abbondano. Quando gli portano un infermo, un cieco o un malato il più delle volte la sua prima domanda è “cosa posso fare per te?” o, ”cosa desideri?”, come potrebbe fare un cameriere o un albergatore che accoglie l’ospite mettendosi al suo servizio. Allora comprendiamo che la gentilezza non è essere affettato ma invece affettuoso, non è amore per il quieto vivere ma per l’inquietudine dell’altro che ho di fronte, non è debolezza ma forza potente che rovescia la logica del potere e la soppianta con quella del servizio. Una forza che è anche resistenza. Pensiamo all’episodio narrato nel diciottesimo capitolo di Giovanni quando Gesù viene schiaffeggiato nel sinedrio durante il processo-farsa da una guardia che, senza alcun vero motivo, lo colpisce violentemente e Gesù gli risponde: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Gli esempi che vengono in mente, come quelli appena citati, dimostrano il gusto di Gesù di approcciarsi all’altro con una domanda, un dettaglio che rivela qualcosa della gentilezza: essa è costituita da quell’apparente ossimoro che è una “curiosità discreta”. Un uomo gentile è necessariamente un uomo discreto, però è anche attento e interessato all’altro, a chi gli sta davanti.

Pensiamo a quando appare a Paolo facendolo cadere da cavallo (capitolo 9 degli Atti degli Apostoli) e si presenta rivolgendogli una domanda: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Questo gesto, il farlo cadere da cavallo, non sembra un gesto gentile eppure a volte è l’unico modo per aiutare una persona a cui si vuole bene, cambiargli bruscamente la prospettiva, ma in questo brano è importante la domanda, che è vera, sincera, come tutte quelle di Gesù: egli vuole conoscere l’altro, vuole comprendere le sue ragioni e vuole che anche lui ponga questa domanda a se stesso, alla propria coscienza come a dire “sei consapevole di quello che stai facendo?”.

La curiosità discreta di Gesù è la sana curiosità di chi veramente si interessa all’altro perché gli vuole bene e vuole stringere con lui un legame sincero. E qui la gentilezza s’incontra con la sua eterna promessa sposa: l’umiltà. Felice l’intuizione dello scrittore inglese C.S. Lewis su questo punto: «Non immaginatevi che un uomo davvero umile, se vi capiterà di incontrarlo, corrisponda a ciò che oggi si suole designare con quell’aggettivo: una persona untuosa e viscida, che dichiara a ogni piè sospinto di non essere nessuno. Probabilmente vi troverete di fronte un uomo vivace e intelligente, che si interessa davvero a ciò che voi gli dite. Se vi riesce antipatico, sarà perché vi sentite un po’ invidiosi di uno che sembra godersi così facilmente la vita. Costui non pensa all’umiltà: non pensa affatto a se stesso». Eccolo qua il profilo del gentiluomo: un uomo aperto all’altro, capace dell’attitudine più rara e preziosa, l’ascolto. Da questo approccio sano verso gli altri il più delle volte scaturisce la leggerezza, ma anche la gioia o quanto meno il buon umore, tutte caratteristiche che contraddistinguono le persone umili e gentili.

Gesù era curioso, la sua incarnazione stessa è un modo per “interessarsi” agli uomini (in latino inter-esse: essere dentro, stare, “abitare in mezzo a noi”): è il paradosso di un Dio che si fa uomo per condividere la natura e il destino degli uomini, compresa l’esperienza estrema della morte, un Dio che si fa compagno di viaggio lungo il cammino della nostra esistenza. Gesù camminava per le strade degli uomini e amava incontrarli e fare loro domande come fa con i discepoli di Emmaus, ma la sua era appunto una curiosità discreta, capace cioè di preservare la libertà altrui, di non invadere il campo dell’altrui responsabilità.

Gesù tra l’altro usava anche quelle parole che il Papa spesso raccomanda nei suoi discorsi, come “permesso” o “grazie” e che ripete anche nell’enciclica (n.224); tutta la sua vita è stata una “eucaristia”, un rendimento di grazie al Padre, che a volte sembra non riuscire a trattenere come ad esempio quando esplode nell’inno di giubilo di Matteo 11, 25: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli».

E Gesù chiede anche “permesso?”, lo dice lui stesso di sé nell’ultimo libro della Bibbia: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3, 20). Ecco la discrezione di un Dio che si propone ma non s’impone, rispetta la sfera d’autonomia di ogni uomo chiamato ad esercitare la propria libera scelta.

Com’è difficile dunque quest’atteggiamento della gentilezza, difficile ma non impossibile come ricorda il Papa nell’enciclica: «Eppure ogni tanto si presenta il miracolo di una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza» (Fratelli tutti, n.224). Sono queste persone gentili i “giusti” di cui parlava il poeta argentino Borges, quelle persone che vogliono «giustificare un male che gli hanno fatto», che preferiscono «che abbiano ragione gli altri, / tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo».  

di Andrea Monda