· Città del Vaticano ·

FACCE BELLE DELLA CHIESA
Don Tarcisio che ha scelto di fare il prete in Irpinia

Provocato dal terremoto

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28 novembre 2020

«Quando un giorno diventerò prete, voglio esserlo in questa terra e con questa gente di Irpinia». Non aveva neppure 20 anni Tarcisio Gambalonga, da Padova, oggi il sessantenne don Tarcisio parroco a Lioni, quando «le vie del Signore mi misero in testa questo proposito, che non ho più abbandonato e di cui non mi sono mai assolutamente pentito, neppure per un secondo». Certo, c’era tutta l’emozione di quelle macerie lasciate dal devastante terremoto del novembre 1980, «una realtà che mi ha provocato molto, perché allora ho visto le ferite ma anche la dignità di questa gente», e un po’ anche l’incoscienza dei 20 anni, ma soprattutto un disegno che don Tarcisio ha sempre letto nella sua vita, da quel seminario di Padova all’aiutare la gente irpina a ricostruire le pietre spirituali e quelle materiali buttate giù dal sisma. Ma il nastro va necessariamente riavvolto per dipanare al meglio questa storia: «Ero al primo anno di seminario nella mia Padova, entrato a ottobre 1980 dopo la maturità liceale — inizia a raccontare don Tarcisio — e un paio di mesi dopo il terremoto del 23 novembre arrivo proprio a Lioni, tra i paesi più colpiti, con un gruppo di giovani volontari organizzati dalla Caritas di Padova. Avevamo tutti tra i 17 e i 25 anni, c’erano liceali, universitari, qualcuno già lavorava. Ogni gruppo veniva accompagnato da due chierici, come allora ci chiamavano a noi seminaristi. Io andai anche per fare un piacere al prete responsabile della Caritas, convinto che dopo quindici giorni sarei tornato a Padova e tutto sarebbe tornato a scorrere come prima. Invece rimasi un po’ di più e quella realtà, con le ferite della gente e del territorio, mi entrò dentro. Ero stato provocato e dovevo rispondere. E decisi che lo avrei fatto un giorno non lontano, da prete».

Il giovane Tarcisio torna comunque a Padova, completa il primo anno e poi il secondo di seminario, però l’Irpinia continua a battere forte nel suo cuore, ma con un’altra riflessione «per me fondamentale: decisi che, per diventare prete laggiù, dovevo prepararmi, capire quella gente, la loro cultura, anche la loro fede, non potevo calarmi dall’alto da un giorno all’altro. E così chiesi di andare a Napoli per formarmi al seminario di Posillipo. I miei superiori a Padova alla fine accettarono la decisione. Il Signore poi guida lui le strade e, quando in me si è concretizzata l’idea di fare il sacerdote in Irpinia, ho trovato l’allora vescovo di Sant’Angelo dei Lombardi e Bisaccia, monsignor Antonio Nuzzi, un molisano di Boiano anche lui arrivato lì da poco e morto qualche anno fa, che mi accolse paternamente. E a Sant’Angelo c’era una comunità di gesuiti guidata da padre Armando Gargiulo che era stato rettore a Posillipo, e lui mi accompagnò anche nel poter accedere al seminario, si fece garante per me».

Erano intanto passati sei anni dal terremoto, ma tutto intorno le macerie restavano l’unico segno distintivo del panorama: «Venni ordinato diacono in un tendone, e poi sacerdote, il 3 maggio 1986 a Lioni, in una palestra prefabbricata. I primi quattro anni li trascorsi a Conza, poi venni mandato proprio a Lioni, all’inizio come vicario del parroco, padre Anselmo Pinelli, altra figura importante, altro segno per me: era un missionario del Pime e, dopo la prima esperienza in paese da volontario-seminarista, iniziai una corrispondenza con lui che mi accompagnò nella scelta; spesso mi scriveva che l’Irpinia poteva aver bisogno di me, di un giovane prete. E ora sono qui, parroco al suo posto». Ed è proprio così che oggi don Tarcisio si sente: «Quando mi chiedono cosa faccio, rispondo: il parroco! Sono un sacerdote ma soprattutto un parroco a tempo pieno che cammina con la sua gente. E, in questi anni di post-terremoto, insieme abbiamo fatto un cammino di ricostruzione materiale, perché non c’era nulla, ma soprattutto di ricostruzione spirituale, comunitaria: abbiamo costruito la comunità perché il terremoto aveva causato grande sbandamento e disorientamento. Certo, sono stato accolto benissimo ma mi sono anche inserito; diciamo che ho fatto un mio percorso, ho voluto inserirmi entrando in una realtà e una cultura molto diverse dalla mia, ho voluto ascoltare molto e imparare. La gente irpina — osserva Gambalonga — è dura, tosta, non si lascia travolgere dalle tragedie, le sa affrontare anche con un’ottica di fede, altrimenti non si sarebbero potute ritrovare pace e serenità. Oggi magari ci sono altri problemi, come quello dello spopolamento drammatico dei nostri paesi, con scelte che vanno sopra le nostre teste e strategie che non vengono attuate a favore del territorio. Noi però possiamo offrire ancora un contesto umano importantissimo», come peraltro continuano a sottolineare i vescovi campani, che di recente hanno pure incontrato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte rappresentando queste problematiche.

Don Tarcisio è diventato così un artefice della ricostruzione, passata attraverso le pietre vive della comunità, ma anche attraverso le pietre storiche di tanti paesi irpini. È andato di borgo in borgo (e l’opera ancora continua) a cercare le pietre antiche delle chiese buttate giù dal terremoto, come quelle della facciata ora ricostruita della chiesa madre di Lioni, finite in una discarica, o del palazzo vescovile di Nusco, oggi museo diocesano. E ancora a Guardia dei Lombardi, a Bisaccia, ad Andretta: tutti nomi che ridisegnano la geografia di quei giorni di quarant’anni fa che, se in buona parte è tornata a pulsare com’era, lo deve anche all’operato di questo prete, nel frattempo incaricato dall’arcivescovo di Sant’Angelo dei Lombardi - Conza - Nusco - Bisaccia, Pasquale Cascio, di coordinare l’ufficio diocesano dei beni culturali: «La mia passione per la storia e l’arte mi ha molto aiutato. Da quando ero al liceo l’ho coltivata, anche grazie ai miei docenti di allora e al contesto culturale di Padova, con tante opportunità e stimoli extrascolastici. E quando sono arrivato qui, una delle cose che ho cominciato subito a fare è stato di occuparmi della tutela del patrimonio, perché capivo che era una cosa importante. All’inizio forse sono stato un po’ incompreso, dicevano: “questo pensa alle cose vecchie”, ma poi ho fatto capire che non erano cose vecchie ma la testimonianza di un tessuto di fede importantissimo. Pensi che l’80 per cento della memoria storica irpina è legata al patrimonio ecclesiastico. È stato un lavoro immane di recupero, tutela, restauro e ancora oggi andiamo avanti, anche grazie al sostegno dei fondi dell’8x1000, unica realtà che opera a favore del territorio perché altri canali di finanziamento, statali e regionali, non ce ne sono».

Intanto le due ricostruzioni, quella spirituale e quella materiale riferita non solo alle chiese, sono andate avanti, anche se oggi si affacciano altri problemi: «Ci sono quelli del lavoro, dei giovani che se ne vanno, dello spopolamento. Io cerco di fare qualcosa, in parrocchia, che è l’unica del paese per i suoi 6.300 abitanti; la componente giovanile vive l’esperienza dell’Azione cattolica, una proposta educativa ben radicata, anche se poi c’è l’amarezza che tu accompagni i ragazzi fino alla maturità e dopo sono costretti ad andare altrove per cercare un futuro». La ricostruzione spirituale ha invece trovato solide radici in una fede fortissima: «Non li ho mai sentiti dire: perché Dio ci ha mandato il terremoto? Certo, c’è ancora la lacerazione per la perdita dei propri cari, ferite che non si rimarginano ma che qui si possono leggere in un’ottica di fede. C’è un grande ricordo dei defunti, mi fanno celebrare di continuo messe per loro, in una vera comunione dei santi. Non è un grido di disperazione ma un dolore molto dignitoso per chi non c’è più. E questo si è visto anche nel materiale: a Lioni abbiamo ricostruito tutto il patrimonio ecclesiastico, anche con l’iniziativa della comunità: come tutti i paesi del Sud qui ci sono più chiese e diverse cappelle e la comunità si è impegnata con le proprie forze per ricostruirle». Il tutto in una Chiesa locale viva: don Gambalonga, che è anche vicario episcopale per il clero, sprizza di ulteriore gioia quando racconta dei quattro seminaristi maggiori e dei tre ragazzi che proprio in questi giorni iniziano il cammino propedeutico all’entrata in seminario. «Questo dice della vitalità di una piccola diocesi. Si parla tanto di accorparle ma credo che sarebbe un disastro perché noi come piccole diocesi riusciamo ancora a fare un lavoro capillare. Penso che la Chiesa debba avere prospettive diverse perché una risposta allo spopolamento dei paesi passa anche attraverso una scelta che la Chiesa stessa deve dare come presenza sul territorio, in maniera alternativa rispetto a una logica dello Stato che invece qui ha sbaraccato tutto, dai tribunali agli uffici pubblici fino agli ospedali, salvo ora lamentarsi che non ci sono più».

di Igor Traboni