· Città del Vaticano ·

Ora che è sceso il silenzio

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28 novembre 2020

Ora che è sceso il silenzio, che il grido di dolore si è esaurito, è arrivato il momento di queste parole. Parole di saluto, arrivederci, Non di addio. L’addio non si addice agli esseri umani, per quanto scorrano secoli e generazioni, continua a scandalizzarci l’idea di un distacco definitivo, semplicemente perché non è né sarà mai nella nostra natura.

Gigi Proietti se n’è andato il giorno del suo compleanno. A ottant’anni precisi, appena fatti. Con lui se ne va un grande artista, ma questo è stato detto, rimarcato, e le sue opere conti-nueranno a parlare di lui e per lui. L’arte di Gigi sapeva essere universale, per utilizzare una definizione spesso usata in malo modo: sapeva unire alto e basso. Dalla barzelletta in dialetto a Shakespeare, dalla Tosca a Steno.

Ma è altro che si vuole portare all’attenzione.

Di artisti, più o meno bravi, al livello di Proietti ben pochi ne vengono al mondo, ne nasceranno altri, altri continueranno dove lui si è fermato, in quella giostra interminabile che è la nostra storia.

Qualcosa, però, con lui si è interrotta, e purtroppo si teme per sempre.

L’arte, quando è vera, è sempre espressione di una terra, un luogo, la forma con cui viene al mondo è sintesi di una realtà unica, nel modo di vedere e sentire, parlare. Ogni artista ha un suo epicentro, è legato in profondità a un suo orizzonte.

Gigi Proietti, in tal senso, è stato l’ultimo grande artista che ha onorato questa superba tradizione.

La nostra è una città amata per quanto cantata, ritratta, interpretata.

Roma viaggia dentro tanta, tantissima arte.

Se è vero che per quanto riguarda la letteratura sono stati gli “stranieri” a saperla dire meglio di tutti, Pasolini in testa, altrettanto non si può certo dire per la canzone d’autore o il teatro, il cinema.

Sono tanti i romani che si sono messi al servizio della nostra città, evidenziandone le bellezze inarrivabili e i guasti secolari, andando a raccontare, ora in commedia ora in tragedia, le peculiarità di un carattere unico per ironia e indolenza.

Il romano, appunto.

Questo genere di artisti aveva nei confronti della propria terra un tributo di riconoscenza che finiva spesso per concretizzarsi in opere, disponibilità, attenzione.

Anche su questo Proietti è stato paradigmatico, dai corsi di recitazione da cui sono usciti a decine tantissimi attori di primo livello, al Globe Theatre di Villa Borghese, oggi intitolato giustamente al suo creatore.

Ma anche questo è stato detto e ridetto. Sacrosantamente.

Quello che nessuno ha mai detto è il vuoto, luttuoso, che mi ha avvolto alla notizia. Non esagero quando dico che la scomparsa di Gigi Proietti non è stata diversa, in termini di sofferenza, a quella di un parente.

Sono sicuro che in queste parole si ritroveranno tanti lettori.

Un uomo, mai visto e conosciuto, che con la sua morte ci addolora come un consanguineo giunto allo stesso traguardo.

Anche questa è un’opera d’arte.

Quando l’arte ha il coraggio di farsi tutt’uno con l’amore, sino a diventarne una sua terminazione, inesauribile.

Gigi Proietti amava Roma e i romani.

Il peccato più grande della nostra epoca è aver banalizzato affermazioni come quella appena fatta.

Banalizzare l’amore.

Un errore che tutti possono commettere.

Tranne gli artisti. E Gigi lo sapeva.

di Daniele Mencarelli