· Città del Vaticano ·

Un saggio su «Roma» di Federico Fellini

Città immaginata e soprattutto desiderata

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28 novembre 2020

«Roma» è un film sorprendentemente poco celebrato rispetto ai grandi capolavori di Federico Fellini. Eppure, non per questo, è da considerarsi meno “felliniano”. Andrea Minuz, docente alla Sapienza di Roma e giornalista del «Foglio», dedica al film del 1972 un intero volume, intitolato semplicemente Fellini, Roma (Rubbettino, 2020, pagine 167). Il titolo tradisce le intenzioni: non tanto un libro su Roma, inteso come film, quanto un libro su Roma, intesa come «città europea più odiata del mondo», vista dagli occhi di uno “straniero” da questa adottato.

Molto è stato detto e scritto sulla diade Fellini/Roma, ma la Roma di Fellini è a ben vedere una Roma che non esiste. Quella che vediamo in Roma è una «falsa Roma», allestita artificiosamente dentro gli studi di Cinecittà. Una Roma immaginata, ma soprattutto desiderata, da Fellini. Una Roma barocca, caotica e sfuggente, post-apocalittica ma allo stesso tempo colorata, fiammeggiante e lisergica. Dei suoi tratti più sgradevoli, mostruosi e perturbanti Fellini fornisce una «galleria di immagini memorabili»: dalla decomposizione del mito della Roma imperiale, fascista, papale passando per l’autobiografico arrivo in città dalla provincia, fino a giungere al caotico film nel film girato da Fellini stesso, Roma è una «pura antologia della visualità felliniana». Se il film procede per memorie personali ed evocazioni narrative, seguendo una struttura episodica, il libro è diviso in due parti e organizzato in una ventina di brevi paragrafi, ognuno dedicato a un aspetto o a una sequenza: dalla locandina-scandalo di Cannes al legame con i documentari esotici degli anni Sessanta («sembra di guardare un documentario sull’Amazzonia», scriveva Tullio Kezich), dalle mutazioni urbanistiche, antropologiche e sociali della Roma degli anni ‘70 alle sembianze da film-apocalittico (decisiva l’impronta di Bernardino Zapponi, sceneggiatore per Fellini dal 1967 al 1980). Nella prima parte vengono affrontate in modo intrecciato questioni produttive e culturali. Nella seconda, si entra nel merito dei cortocircuiti tra le sequenze, che procedono con un «ingestibile accumulo di immagini e memoria», e l’immaginario della città.

Il volume contribuisce a destrutturare la vulgata storiografica che ha più volte rimosso la sceneggiatura come componente essenziale dei film di Fellini, in favore della prevalenza dell’improvvisazione e dell’invenzione visiva. Come rivela Minuz, pur basandosi su una miriade di fonti figurative, la costruzione per blocchi autonomi di Roma è già prevista in fase di scrittura («come una serie televisiva»). In modo complementare, si ricostruiscono sia le vicende produttive in tutta la loro indeterminatezza e frammentarietà, sia la tiepida ricezione critica del film all’epoca della sua uscita. Un discreto spazio è destinato alla stampa cattolica: se, proprio in quegli anni, «L’Osservatore Romano» stesso sottolinea il totale disinteresse di Fellini nei confronti della città e delle persone che la abitano, più recentemente monsignor Ravasi ha dedicato alla scena-scandalo del défilé di moda ecclesiastica delle parole di «risarcimento postumo». Nella celebre sequenza, infatti, Fellini critica lo sfarzo delle istituzioni ecclesiastiche, avviando un processo di «estetizzazione della sfera religiosa» che ha trovato nello Young Pope di Paolo Sorrentino la sua manifestazione più recente, ma è anche sulla «sacralizzazione della moda» come spazio simbolico che si esercita quello sconfinamento tra sacro e profano tipico del suo cinema. Come osserva Minuz, «non è solo la logica dell’effimero che investe la Chiesa, ma il bisogno, la ricerca di un’aura di sacralità che coinvolge la produzione dell’effimero». E infatti decine di sfilate e collezioni di alta moda s’ispireranno, negli anni successivi, non solo a questa sequenza, ma alla potenza coreografica del cinema di Fellini tutto.

Pur dotandosi di una solida base documentaria, l’autore procede dunque per immagini, suggestioni, rimandi alla sfera culturale italiana e globale, ricalcando la filigrana della struttura antologica e avvolgente del film. Roma di Fellini, insomma, rimane sullo sfondo: una chiave formidabile per rileggere la storia culturale di Roma e della romanità.

di Damiano Garofalo