· Città del Vaticano ·

A 25 anni dagli accordi di Dayton

Una pace ancora fragile

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27 novembre 2020

Il 21 novembre è sempre festa nazionale in Bosnia ed Erzegovina, anche se sono ben pochi coloro che guardano a quel giorno di 25 anni fa con riconoscenza. Certo, nella città di Dayton nell’Ohio, con la benedizione del presidente statunitense Bill Clinton, quel giorno del 1995 si pose fine ad un conflitto che dal 6 aprile 1992 aveva causato più di 200 mila vittime, moltissime delle quali civili, 1 milione di profughi in fuga all’estero e traumi a tantissimi sopravvissuti.

Numeri spaventosi, se si pensa che nel 1991 lo Stato dell’ex-Jugoslavia contava 4 milioni 354 mila abitanti.

Tre entità etniche sotto un governo centrale debole


Come ricorda a Vatican News fra Ivan Sarcevic, 57enne docente di teologia pastorale all’Istituto francescano di teologia di Sarajevo, «Dayton oggi è un freno allo sviluppo» perché ha messo insieme in un unico Paese, ma sotto un governo centrale troppo debole, tre frammenti di territorio etnicamente “puri”. Fra Ivan, minore francescano con studi alla Pontificia università salesiana, proprio negli anni del conflitto, sottolinea che, dopo il genocidio di Srebrenica del luglio dello stesso 1995 e la successiva, ennesima, granata sul mercato di Sarajevo, a Dayton «è stata premiata la pulizia etnica».

Cristallizzati i confini creati dalla “pulizia etnica”


Perché se è vero che prima dell’offensiva Deliberata Force dell’aviazione Usa contro l’esercito serbo-bosniaco, e il successivo contrattacco dei soldati musulmani e croati, le truppe del generale Mladic avevano occupato il 70% della Bosnia ed Erzegovina, a Dayton ne conservavano il 49%, nonostante i serbi fossero il 31 per cento della popolazione. E ottenevano uno Stato tutto per loro, la Repubblica Srpska, anche se unito con la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, nella quale i croati, 17% della popolazione, ottenevano il 25% del territorio e i musulmani, 44% degli abitanti, si dovevano accontentare del 26%.

Ogni otto mesi cambio del presidente tra le tre etnie


Ma soprattutto la costituzione redatta a Dayton permette alla Repubblica Srpska di bloccare tutte le riforme necessarie perché la Bosnia possa aderire all’Unione europea e alla Nato, soprattutto nell’ambito della democrazia e dello stato di diritto, ma anche della pubblica amministrazione. Per non parlare delle difficoltà nella lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata. Non aiuta di certo il progresso delle riforme l’alternanza alla guida del Paese, ogni 8 mesi, di uno dei tre membri della presidenza tripartita, in rappresentanza delle tre etnie.

A Sarajevo il capo della diplomazia europea Borrell


Il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, che ha assunto la presidenza di turno dell’organo collegiale, e che esterna da tempo progetti secessionisti, ha accolto di recente a Sarajevo l’Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza Josep Borrell, proprio in occasione dei 25 anni dagli accordi di Dayton. Il capo della diplomazia europea ha ribadito l'appoggio alla prospettiva di integrazione europea del Paese balcanico, un processo che va avanti molto lentamente, proprio a causa dei persistenti contrasti fra le tre componenti etniche. Non aiutano poi certo la negazione del genocidio di Srebrenica e la glorificazione dei criminali di guerra già condannati, Radovan Karadzic e Ratko Mladic, ancora molto forti tra i serbo-bosniaci.

di Alessandro Di Bussolo