· Città del Vaticano ·

La morte di Diego Armando Maradona

L’idolo

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
26 novembre 2020

La terra battuta non accoglie più l’acqua. Si fa pantano dopo poca pioggia e resta umida per giorni: una melma grigiastra e malaticcia, che nessun sole può davvero guarire.

Nel parcheggio del campo di Acerra è solo terra battuta. Non cresce più l’erba da dieci anni: Attila l’hanno fatto le ruote di cento auto — macchinoni e utilitarie — che ci stanno sistemate alla rinfusa , in cerchio e in fila, come per un’occupazione di terreno abusiva. Vetture di presidenti ruspanti, allenatori declassati, calciatori fermi a metà sogno, stipendi da impiegati e boati di Azteca a gonfiare le tempie. Si tuffano negli spogliatoi bestemmiando il fango e ne escono vestiti di rosso fiammante, scommettendo sul tempo che servirà a sporcarsi. Entrano in campo, si dice, e il campo è solo un’estensione del parcheggio: stessa terra battuta — avvallata nelle aree, raccolta a mucchi vicino alle porte — ciuffi d’erba sui lati a dimostrare che l’erba esiste. Nel parcheggio però non ce n’è traccia (parcheggio per questo) e invece si svolge la scena più inverosimile del mondo. Da un quarto d’ora, in cerchio, una squadra azzurra si riscalda. Al freddo, sotto un cielo plumbeo, compiono un rito di alto professionismo. Due alti, il portiere in divisa scura, sei medi, tre calvi, tre bassi, due ricci. La maglia è solo un po’ dissimulata: fuori dagli incontri ufficiali l’azzurro vero non si può vestire. Ma il modo del riscaldamento, i muscoli tonici, gli scarpini nuovi non consentono dubbi.

Il Napoli, come annunciava il manifesto.

Facce che nessuno conosce. Vecchie glorie e riserve: due alti, tre calvi, tre bassi, due ricci. No. Un riccio e…l’idolo.

Stropicci gli occhi e rifai la conta. Uno alto e calvo, uno basso, uno medio e riccio e…l’idolo.

Si muove con la grazia di un ballerino, la precisione di un violinista mentre accorda lo strumento. Alto non è, non è bello ma splende: sotto un nido di riccioli è un’immagine di potenza senza crepe. Perfetta, come una sfera. Scende sulle ginocchia e riesplode in alto, si inclina, scioglie i muscoli, torce le gambe, le giunture, allunga le braccia. Già così è uno spettacolo.

Comincia ad attirarli un intuito inconscio, che supera la distrazione, una speranza che scaccia l’incredulità e poi una verità portata per voce, di bocca in bocca, schiacciante anche se inspiegabile. Acerra è la città di Pulcinella. Quella dei “detriti piroclastici”, gli schizzi di vulcano che si fanno terra a contatto con la terra e l’anneriscono, quella del suolo ammalato di scorie. Città di gente vestita male coi paletot cammello e bambini come adulti in miniatura, esposti e ritratti quasi fossero santarellini, mandati per la questua come angeli senza vergogna.

Sugli spalti, che sono un’unica gradinata tra case popolari e palazzi in costruzione, si accalcano diecimila spettatori. Non ci stanno. Quelli in più si ammucchiano dietro la porta dei rossi di casa, per trovarsi di faccia Maradona quando avanza.

Si stropicciano gli occhi. Con gli occhi chiedono ai bambini di trovargli un senso. Sembra il parto di una fantasia eccitata, la favola inventata da un cronista di provincia; invece è tutto vero.

L’idolo scende in campo. Fa la foto di rito, bacia bambini, saluta la folla. Non ride mai.

Guarda intorno e abbassa la fronte. Occhiate fugaci.

Respira e batte i piedi per saggiare il terreno.

Fa sul serio.

Scivola, sbaglia un passaggio e torna mesto a centrocampo. Semina avversari, serve un assist delizioso per il gol più facile del mondo.

“Sulo tu”, urlano gli abusivi a bordo campo, “vattenne ind’a porta sulo tu!”. Non importa che i rossi difendano i colori di casa, che il portiere nero-verde si disperi come qualunque portiere.

“In porta da solo”.

Lui si limita a folleggiare su una fascia, manda due al manicomio, alza la palla e scambia con la punta centrale, segna in sforbiciata e ricade culo a terra.

S’imbratta. È indispettito. Gli pesa. Forse no, capisce man mano perché è lì. Ha la faccia scura di chi deve espiare.

La vita notturna, gli strani “servitori” che appagano ogni bisogno in cambio di foto abbracciato a carneadi e inviti a cresime e matrimoni, il vizietto che sputa in faccia alla chiatta ignoranza senza vizi dei campetti di Lanus.

È scappato oltreoceano dalla grazia. Questo, di colpo, gli sembra di sapere. Nel ventre ovattato del sospetto gioca un’altra partita.

Un’ora e mezza di trance. L’idolo danza nel fango e si sporca di un altro fango. Sta a galla a forza di gambe e ha il cuore chiuso in una stiva, che fluttua. Per tutti gli altri è un sole di riserva.

Pioviggina. La gente urla e fa cori. Ballano sotto l’acqua come farebbe Pulcinella.

Poi un arbitro con la gobba da ragioniere fischia la fine. Guadagnano gli spogliatoi: sarebbe che oltrepassano la porta e se ne vanno per aiuole a una baracca di cemento. C’è l’incognita dell’acqua calda ma nessuno ha il fegato di confessarlo.

Un uomo in paletot cammello si avvicina al nove in maglia azzurra, gli parla all’orecchio sotto un casco di capelli bagnati. “Venti milioni”, esulta. Per il bimbo povero e l’operazione delicata, venti milioni. Ridono.

L’idolo non ride, però. Mentre sfiora, accarezza, scosta; e chiede aria, spazio. Dalle sue stanze su una nuvola è sceso a rivedere l’inferno.

Il culo gli fa male per la botta sul duro. Gonfia il petto e torna bambino, nella periferia di Buenos Aires. Prende aria, pensa alla terra battuta che non drena l’acqua, alla disillusione di cuoio che non ammette più speranze.

Nessun sole, dicono, può guarirla.

di Leonardo Guzzo