· Città del Vaticano ·

MUSICA POPOLARE
Sant’Alfonso de’ Liguori

Catechismo cantato

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26 novembre 2020

Intorno alla metà del Settecento sant’Alfonso Maria de’ Liguori comincia ad arricchire il suo lavoro pastorale fra i poveri del Regno di Napoli con la pratica di alcune Canzoncine spirituali in dialetto e in italiano. Alfonso le compone descrivendo con grande semplicità e passione l’amore di Dio per gli uomini. Così il missionario, impiegando impianti musicali che traggono spunto da temi popolari, insegna ai “lazzari” i fondamenti del cristianesimo, li rende protagonisti dei cerimoniali liturgici e perpetua l’uso consolidato del canto popolare come forma speciale di catechismo. In Italia questo genere di espressività musicale religiosa ha avuto grande rilievo già a partire dalla esperienza francescana raggiungendo punte di grande intensità spirituale con la diffusione delle Laudi medievali. Un genere che si rinnova nel Cinquecento con san Filippo Neri che dà vita a un ricco repertorio il cui ricordo è ancora vivo in molte comunità legate all’esperienza degli oratori filippini. Sant’Alfonso continua ed emancipa questa grande tradizione di catechismo cantato e traducendo il senso dello stupore e della gioia riportato dai testi evangelici, ci consegna veri e propri capolavori. Per le sue Canzoncine spirituali Alfonso utilizza gli impianti musicali tipici delle villanelle e delle canzonette profane costruiti su strutture semplici che si caratterizzano per l’uso di scale modali, l’alternanza formulare strofa-ritornello e l’impiego del dialetto.

In particolare in Quanne nascette Ninno, che può essere considerato l’esempio più significativo del suo ricco repertorio, sant’Alfonso manifesta la struggente tenerezza con cui contempla il Bimbo divino nella mangiatoia: il Mistero del Verbo incarnato, la Luce che risplende nelle tenebre e trasforma la notte nello splendore del mezzogiorno. E poiché tutta la Natura è chiamata a partecipare a quest’indicibile gioia, nello splendore pieno del giorno, senza contraddizione brillano anche le stelle, la cui vista non è mai stata così luminosa, tanto che la più lucente delle stelle va a chiamare i Magi in Oriente.

«Quanne nascette Ninno a Bettalemme / era nott’e pareva miezo juorno. / maje le stelle lustre e belle / se vedettono così / e a cchiù lucente / jett’a chiammà li Magge all’Uriente».

Questa ricchezza di immagini si ritrova anche in Viene suonno da lu cielo che con l’incipit «viene suonno da lu cielo» costituisce un modello per tutte le ninne nanne tradizionali italiane. Il testo in antico napoletano testimonia l’atteggiamento affettuoso e la delicatezza senza misura in cui Alfonso, in estasi e colmo di gioia, ama rivolgersi a Gesù Bambino.

«Viene suonno da lo Cielo / vien’ e adduorme sso Nennillo / pe pietà ca è peccerillo / viene suonno e non tardà / Gioia bella de sto core / vurria suonno addeventare / doce doce pe te fare / ss’uocchie bell’ addormentà».

Verso la metà del Settecento, seguendo il segno dell’esperienza di Alfonso, si diffonde in ogni regione italiana una varietà di canti dialettali che diventano protagonisti di tanti rituali del ciclo dell’Avvento. I canti della «Chiarastella», come ancora questo genere musicale viene definito in alcune aree dell’arco alpino, hanno funzioni narrative e descrivono varie episodi tratti dai racconti evangelici. Alcuni sono canti di questua augurali, come le novene degli zampognari di fronte ai presepi, altri invece sono canti infantili come filastrocche, ninnananne e canti enumerativi. Negli ultimi anni assistiamo a un rinascere di interesse di questo repertorio, soprattutto in quelle aree periferiche dove la cultura contadina rappresenta ancora un segno connotativo.

Durante l’Avvento pubblicheremo alcuni esempi di canti della «Chiarastella». Di ognuno vi presenteremo il testo originale e alcune notizie critiche che aiuteranno a comprenderne la straordinaria bellezza. Piccoli gioielli di una devozione popolare semplice e sincera che da sempre hanno scaldato il cuore di grandi e bambini per l’attesa della nascita del “Ninno” Salvatore.

di Ambrogio Sparagna