· Città del Vaticano ·

La Quaresima di Natale fra gli ortodossi

Digiuno
non solo per lo stomaco

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25 novembre 2020

Non ha la stessa austerità di quello della Grande Quaresima, che precede la Pasqua, ma il digiuno che gli ortodossi osservano nelle settimane prima di Natale rappresenta comunque uno dei periodi spiritualmente più intensi dell’anno. Premesso che può variare nelle modalità a seconda delle tradizioni delle singole Chiese e che alcune categorie ne sono di prassi esentate, l’astinenza dura quaranta giorni (sarandaimeron in greco) — per coloro che seguono il calendario gregoriano inizia infatti il 15 novembre e termina il 24 dicembre — durante i quali non è possibile mangiare carne, latticini e uova; permesso invece il consumo di pesce, olio e alcolici tutti i giorni a eccezione del mercoledì e del venerdì dall’inizio del digiuno fino al 17 dicembre. Dal 18 al 24 dicembre, vigilia della festa, vi è licenza solo di olio e vino, ma non di mercoledì e venerdì, giorni della settimana in cui — in qualsiasi periodo dell’anno perché ricordano il tradimento di Giuda Iscariota e la passione e la morte di Gesù — i fedeli ortodossi osservanti mangiano solamente pane, pasta, riso, verdure, frutta, escludendo dunque le proteine animali, a eccezione di crostacei e molluschi, considerati né carne né pesce. Solo cibi secchi poi, ovvero non cucinati, il primo giorno di digiuno, il 15 novembre, altrettanto il giorno di vigilia, 24 dicembre, come precisa il metropolita di Nea Smyrnī, Simeon (Koutsa), che all’argomento ha dedicato più di un libro.

Diverso, ovviamente, il periodo preso in considerazione dalle Chiese ortodosse che seguono il calendario giuliano: per esse i quaranta giorni cominciano il 28 novembre per concludersi il 6 gennaio, celebrando com’è noto il Natale il 7 gennaio. In Russia, la sera della vigilia, è tradizione mangiare il sočivo, piatto di verdure a base di chicchi di grano scottati, talvolta riso o lenticchie, mescolati con semi, noci, succo e miele.

Le prime testimonianze storiche relative al digiuno della Natività (chiamato anche “digiuno di Filippo” perché comincia il giorno dopo la ricorrenza liturgica ortodossa del santo apostolo) risalgono al v secolo per l’Occidente e al vi secolo per l’Oriente, anche se Basilio Magno scriveva che «è antico quanto l’umanità stessa» perché «il digiuno è stato prescritto in Paradiso». Sembra che se ne faccia riferimento anche nella Prima cronaca di Novgorod, nel 1143 più o meno, antico testo utile per comprendere le origini della Russia, parlando della festa slava pagana di Koročun. Fra gli autori ne trattano Anastasio il Sinaita, il patriarca di Costantinopoli Niceforo il Confessore, san Teodoro Studita e il patriarca d’Antiochia Teodoro Balsamone. Quest’ultimo, ma non solo lui, informa che al tempo in cui scrive, ovvero il xii secolo, il digiuno durava sette giorni (eptaimeron). L’importanza che la solennità della Natività del Signore ha acquistato con il passar del tempo nella coscienza della Chiesa («è la cattedrale di tutte le feste» diceva san Giovanni Crisostomo), la devozione del popolo e specialmente dei monaci, nonché l’influenza della Grande Quaresima pasquale portarono via via a un’estensione della durata del digiuno fino ai quaranta giorni attuali, tanti quanto quelli passati da Gesù nel deserto della Giudea.

Astinenza, sia chiaro, da ogni peccato, non solo di gola, come ricorda Fozio il Grande: «Il digiuno accettato da Dio è quello che all’astensione dal cibo unisce l’avversione per il vaniloquio, l’invidia, l’odio e altri peccati. Colui che digiuna dal cibo ma è dominato dalle passioni assomiglia a colui che ha messo fondamenta splendenti nella casa che ha costruito ma lascia che con lui vivano serpenti, scorpioni e ogni velenoso rettile». E, ancora, san Giovanni Crisostomo: «Chi crede che il digiuno sia solo astenersi dal cibo si sbaglia. Il vero digiuno è allontanarsi dal male, frenare la lingua, mettere da parte la rabbia, domare le concupiscenze, fermare la calunnia, le bugie e lo spergiuro». Il digiuno, accompagnato dalla preghiera e dal pentimento, afferma il patriarca ecumenico Bartolomeo in uno dei tanti discorsi dedicati all’argomento, «è una lezione che serve per imparare a “coltivare e a custodire la terra” (Genesi, 2, 15). Perciò la disciplina del digiuno diventa un correttivo indispensabile alla cultura dello spreco, un modo per spezzare cattive abitudini e vedere il mondo con occhi nuovi o con gli occhi di Dio».

di Giovanni Zavatta