· Città del Vaticano ·

Riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu

Sale la tensione in Etiopia

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24 novembre 2020

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite terrà oggi il suo primo incontro sul conflitto che si sta consumando, ormai da giorni, nella regione del Tigray, in Etiopia. Lo riferiscono fonti diplomatiche. L’incontro virtuale non sarà aperto al pubblico e non è ancora chiaro, se in seguito verrà rilasciato un comunicato.

Intanto il leader del Fronte di liberazione popolare del Tigray (Tplf) — partito di governo dello Stato etiopico tigrino — Debretsion Gebremichael, ha respinto l’ultimatum del primo ministro Abiy Ahmed, che ieri aveva concesso 72 ore per arrendersi, mentre i soldati dell’esercito federale avanzavano in direzione della capitale tigrina, Macallè. Gebremichael ha negato che le sue truppe siano sul punto di essere sconfitte, ribadendo che il suo popolo «è pronto a morire» nella difesa della patria.

Nonostante il primo ministro abbia affermato che le forze tigrine sono «a un punto di non ritorno», Gebremichael ha dichiarato all’Afp via WhatsApp che Abiy «non capisce chi siamo. Siamo un popolo di princìpi e pronti a morire per difendere il nostro diritto ad amministrare la nostra regione». La dichiarazione giunge dopo che il portavoce del governo etiopico, Redwan Hussein, ha annunciato che le forze federali si trovano a circa 60 chilometri da Macallè.

Nel frattempo, l’Unione africana (Ua) ha fatto sapere che gli inviati nominati per mediare nel conflitto non visiteranno la regione. Lo ha riferito alla Bbc Mamo Mihretu, alto consigliere del primo ministro etiope Abiy Ahmed. «La regione dei Tigray è attualmente sotto operazione militare, che crediamo finirà presto. Se questo insoddisfatto Tplf vuole porre fine al conflitto in corso, tutto ciò che deve fare è arrendersi pacificamente e per questo nessuno deve andare nel Tigray o a Macallè per renderglielo chiaro», ha detto Mamo. Il presidente del Sudafrica a capo dell’Ua, Cyril Ramaphosa, ha nominato l’ex presidente del Mozambico Joaquim Chissano, l’ex presidente della Liberia Ellen Johnson-Sirleaf e l’ex presidente sudafricano Kgalema Motlanthe come inviati speciali. I tre inviati saranno aggiornati dal primo ministro sull’operazione militare in corso.

Crescono intanto le preoccupazioni tra gli attivisti per la sorte dei civili di Macallè. Ieri era stato intimato loro di lasciare la città. Il primo ministro ha sollecitato i cittadini della capitale tigrina a combattere con l’esercito federale contro il Tplf, «per portare questo gruppo sovversivo al cospetto della giustizia».

Nel frattempo le forze fedeli allo Stato regionale del Tigray, a nord del Paese, hanno danneggiato l’aeroporto della storica città di Aksum. Lo fa sapere l’emittente statale Fana, tramite Twitter, che ha pubblicato anche le immagini dei danni. Si tratta dell’ennesimo episodio di uno scontro iniziato il 4 novembre scorso dopo che Addis Abeba ha accusato i guerriglieri fedeli al Tplf di aver attaccato due postazioni militari federali e di voler destabilizzare il governo centrale. Le accuse erano state respinte dal Tplf. Nei giorni scorsi, le Nazioni Unite e il governo etiope hanno concordato l’apertura di corridoi umanitari per consentire l’accesso agli oltre 94 sfollati. Centinaia di civili sono invece rimasti uccisi dall’inizio dei combattimenti, mentre sono oltre 40 mila le persone che si sono rifugiate nel vicino Sudan. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha già stimato che i profughi saranno oltre 200mila. Il conflitto rischia di estendersi anche alla vicina Eritrea, dopo l’attacco sferrato con missili terra-aria, nei giorni scorsi dai miliziani del Tplf. In generale, si teme una instabilità diffusa in una zona già molto critica per quanto attiene agli equilibri geopolitici.