· Città del Vaticano ·

Certezza di risurrezione

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23 novembre 2020

Certamente, quando ancora frequentavo i banchi nella mia scuola gestita dai padri gesuiti, non avrei mai pensato che un giorno mi sarei trovato a rappresentare i giovani ex alunni della scuola cattolica di tutto il mondo davanti alla Chiesa universale, per contribuire al dialogo in unione con i delegati delle varie conferenze episcopali e dei movimenti internazionali.

Eppure, l’esperienza sinodale che sto per raccontarvi, riesco a leggerla in maniera chiara proprio grazie al modo di procedere ignaziano che ci invita a «cercare e trovare Dio in tutte le cose». Anche nell’attuale momento storico in presenza di questa grave pandemia.

Nei giorni scorsi, si è svolto virtualmente l’evento «Da Panama a Lisbona — chiamati alla sinodalità missionaria» promosso dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, per stimolare il dialogo fra i giovani di tutto il mondo e in particolare per fare memoria comunitaria dell’ultima Giornata mondiale della gioventù e dare voce ai desideri che ciascuno ha dentro di sé, in attesa della Gmg di Lisbona 2023.

Quattro giorni intensi scanditi dalla preghiera, dalle testimonianze, dalla condivisione di idee ma soprattutto dalla consapevolezza di sapersi fratelli. Una consapevolezza che è trasparita dagli schermi, perché nonostante non sia stato possibile incontrarci in presenza, lo abbiamo fatto spiritualmente, ciascuno da casa propria e quindi, di fatto, stavamo tutti vicini. Ci siamo ascoltati e guardati, abbiamo conosciuto nuovi amici e rivisto quelli che già avevamo, abbiamo fatto la pausa caffè e ci siamo scambiati qualche battuta. Siamo stati generativi nella relazione e accomunati dalla volontà di voler trovare forme sempre nuove per trasformare positivamente il mondo. Semplicemente siamo stati Chiesa.

Tra le emozioni più grandi, mi piace ricordare il momento delle condivisioni personali del primo giorno, in cui sono emerse le varie esperienze sviluppate nei singoli Paesi durante la pandemia. Nonostante le difficoltà, le attività di apostolato giovanile, anche grazie al supporto della tecnologia, non solo non si sono fermate ma, seppur in forme nuove, sono aumentate. Ci siamo stati gli uni per gli altri, le comunità giovanili hanno continuato a incontrarsi per andare unite verso ciò che sarà. Qualcosa che sicuramente non possiamo prevedere nei dettagli, ma che abbiamo la certezza che sarà insieme e in compagnia di Cristo.

In particolare, desidero farvi partecipi del gusto della speranza che ho sperimentato immaginando Lisbona 2023. Infatti, in questo momento drammatico per tutta l’umanità, non è sempre facile immaginare il futuro, ma noi lo abbiamo fatto e lo abbiamo fatto pensando a un progetto comune, sintesi di tante idee, ma espressione della volontà di un corpo unico.

Le paure inevitabilmente sono tante e su più fronti e talvolta la cosa più semplice da fare sembrerebbe quella di lasciar perdere per abbandonarsi a una condizione di rassegnazione. Ecco, questo purtroppo può accadere, ma esclusivamente nella misura in cui scegliamo di non affidarci agli altri. E infatti, proprio in questi giorni in cui in fondo ci siamo affidati gli uni agli altri, ho capito che non c’è spazio per restare indietro e, al contrario, ci sarà sempre spazio per fare un passo in avanti. Basta avere l’accortezza di mantenere uno sguardo “grandangolare” per vedere chi ci sta accanto.

Dunque, non si tratta di negare l’esistenza dei problemi ma di trovare la forza per riconoscere che se i problemi di qualcun altro diventano anche i miei, e quindi, se il peso lo portiamo in due, anziché da soli, riusciremo comunque a trovare il bello della vita. Può apparire paradossale pensare che farsi carico anche dei problemi dell’altro ci possa aiutare, però è un’interessante esperienza, perché spostando il baricentro della riflessione dal problema in quanto tale alla necessità di ciascuno di avere dei compagni di cammino con cui condividere qualcosa, apriremmo alla possibilità di nuove domande. E da nuove domande, sgorga sempre nuova vita.

In definitiva, questi giorni di incontro virtuale fraterno, seguiti dal simbolico passaggio della croce e della copia dell’icona della Salus populi romani tra i giovani panamensi e i giovani portoghesi nella basilica di San Pietro, sotto lo sguardo paterno e rassicurante di Papa Francesco, ci ricordano davvero che siamo destinati all’eternità. Perché, se uniti nell’amore, anche le croci più pesanti, come ad esempio la croce di questa terribile pandemia, possono rivelarsi certezza di risurrezione.

di Marco Russo