· Città del Vaticano ·

Perché Gesù non è separabile dalla Creazione

È (anche) una questione di sguardi

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21 novembre 2020

Fortunatamente, la “teologia della creazione”, da alcuni anni, comincia a riaversi e a ricostruire dentro di sé un forte tirante cristologico. Interessante è che questa rinascita della “teologia delle cose create” non è costruita in un’ottica introversa, ma in un’intelligente apertura a stella verso stelle di natura teologica di prima grandezza (dimensione trinitaria, cristologica), ma costruendosi con contributi di conoscenza e di sapienza provenienti dalle scienze della natura, dall’etica ecologica, dal dialogo interculturale (per esempio nei confronti dell’Islam) (cfr. M. Kehel, «E Dio vide che era cosa buona». Una teologia della creazione, Queriniana, Brescia 2009; J. Moltmann, Il futuro della creazione, Queriniana, Brescia 19932).

È assai importante che la teologia oggi sia pensata dentro un vasto orizzonte ecologico. Questo avviene alla luce di una solida teologia biblica che apre la strada a una raffinata riflessione teologica. Così Ch. Boureux propone organicamente una lettura della creazione in prospettiva ecologica e che si preoccupa non solo della creazione oggi, ma della sua sorte futura, segno che ci troviamo verso una ripresa seria del tema creazionale (cfr. Dio è anche giardiniere. La creazione come ecologia compiuta, Queriniana, Brescia 2018; cfr. anche J. Moltmann, Dio nella creazione. Dottrina ecologica della creazione, Queriniana, Brescia 20194).

Si aspetta che venga recuperata all’interno dell’evento della creazione la mediazione di Cristo. Questo potrà accadere se, in terra cristiana, si concepirà l’ecologia integrale non solo in dimensione orizzontale, ma anche in direzione verticale, cioè trinitaria e cristologica.

Gesù non è separabile dalla creazione


La creazione è opera anche del Cristo. Nella “teologia della storia” importante è stato il ruolo di Gesù: egli vi era concepito come il senso stesso della storia, come colui che ha decifrato il significato del tempo riempiendolo di fermenti salvifici, anzi rendendolo lui stesso, in modo definitivo, “storia della salvezza”. Ma ha eguale importanza Cristo rispetto alla creazione? La risposta è positiva, anche se sia cresciuto un forte oblio in teologia sul rapporto Cristo-creazione. Il Novecento teologico, ad esempio, ha conosciuto un duro taglio fra natura e grazia, fra la natura e quanto la sovrasta e, inoltre, come se la “storia della salvezza” avesse diversi o opposti soggetti maggiori: al Padre veniva riferita la creazione, al Figlio la salvezza, allo Spirito la santificazione.

Le conseguenze di una simile legittima appropriazione, gestita però in modo assai rigido e grezzo, sono state delle fratture terribili all’interno del discorso teologico che, per essere davvero possibile e fecondo, doveva rimanere uno e unitario. Dunque, la creazione ha visto purtroppo eclissata l’opera del Figlio, nonostante che «tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui (la Parola), e senza di lui nessuna delle cose fatte è stata fatta» (Gv 1, 3) e non considerando che «in lui sono state create tutte le cose, quelle che sono nei cieli e quelle che sono sulla terra, le cose visibili e quelle invisibili» (Col 1, 16). Se concentriamo l’intera creazione nella parola “vita” (cosa possibile e congrua), risulterà subito chiaro vedere quanto il Cristo sia ad essa legata: vita umana (creazione) e vita eterna (glorificazione) nella visione cristiana dipendono essenzialmente dalla sua opera di Salvatore: egli è «la Vita» (Gv 14, 1-6).

Gesù usa sapientemente lo sguardo in tre direzioni


Gesù ammirava la natura con il suo sguardo appassionato e commosso ricordando ad ogni istante che «tutto è stato fatto per mezzo di lui e per lui» (Col 1, 16). Perciò, Gesù, partendo dalla natura elevava gli occhi al Padre e al Regno, mentre invitava i discepoli a cogliere nelle cose un messaggio divino e insegnava anche a noi, discepoli di oggi, ad accostarci alla creazione col suo stesso sguardo: «Alzate i vostri occhi e guardate i campi, che già biondeggiano per la mietitura» (Gv 4, 35). Gesù ha impostato la sua azione messianica molto sullo sguardo, che ha usato in tanti modi: gli occhi di Gesù dovevano essere davvero incantevoli, penetranti, ammalianti, sol se considerassimo la straordinaria frequenza con cui gli evangelisti, soprattutto Marco, lo pongono in rilievo. Gesù usava:

— lo sguardo attorno: per invitare al raccoglimento prima della predicazione (cfr. Lc 6, 20); per manifestare affetto e comunione con i discepoli (cfr. Mc 3, 34); per preparare gli uditori della Parola ad accogliere gli insegnamenti più impegnativi e sorprendenti (cfr. Mc 10, 23-25); per insegnare e ammonire tacendo: «Entrò a Gerusalemme nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno… uscì con i Dodici diretto a Betania» (cfr. Mc 11, 11; e 3, 5)

— lo sguardo in alto: per pregare il Padre (cfr. Mc 6, 41; 7, 34); per avvisare il peccatore (Zaccheo) che sta per visitarlo a casa sua (cfr. Lc 19, 5)

— lo sguardo dentro: per leggere nell’intimo delle persone quando vuole imprimere in esse verità insolite (cfr. Mc 10, 27; e 20, 17-18); al giovane ricco: «lo guardò dentro e lo amò» (Mc 10, 21); a Pietro, quando, «fissando lo sguardo su di lui», gli diede il nome di missione (Cefa = Pietro) (Gv 1, 42) e quando, nell’ora del tradimento, «lo sguardò», dopo di che, «Pietro… uscito fuori, pianse amaramente» (Lc 22, 61-62).

Gesù ci chiede di guardare la creazione con “sguardo prospettico”


L’uomo contemporaneo è quello che è, come il mondo in cui egli vive il suo “mistero” è anch’esso quello che è.  Egli, ad esempio, poiché vive in un tempo connotato da complessità, ha bisogno di avere uno sguardo prospettico. Anche nei confronti della creazione ci si può esprimere col titolo del libro d’un famoso critico d’arte, John Berger, che recita così:  È questione di sguardi  (Il Saggiatore, Milano 2009): tuttavia, aggiungiamo “anche” (è anche questione di sguardi) per dire senza equivoci che nei discorsi e negli approcci da avere col tempo e con l’uomo d’oggi non c’entra solo lo sguardo. Tuttavia, per accostare l’uomo contemporaneo e le sue “cose”, cioè la realtà creata che Dio gli ha affidato, occorre adottare uno  sguardo prospettico, che è l’arte di disporre lo sguardo in modo nuovo, aggiungendo alle due  dimensioni piatte  (l’orizzontale e la verticale) una terza, quella della  “profondità”. Quest’aggiunta ha costituito la magnifica rivoluzione che è avvenuta nella pittura da oltre cinque secoli (cfr. M.G. Masciarelli, La pastorale dello sguardo, in «Settimananews» dei Dehoniani di Bologna, 28 Luglio 2019).

L’avvento della prospettiva permette di penetrare la terra, di contemplarla, di abitarla in piena armonia fra tutti gli umani, anche poeticamente, ossia con lo sguardo creativo di tutti. È bello notare che lo sguardo prospettico dinanzi alla creazione, che si sta felicemente rivalutando in questo primo ventennio del xxi secolo, porta di fatto a riconsiderare lo «sguardo cristiano», al modo dello sguardo plurale o multidimensionale di Gesù (cfr. G. Biffi, Gesù di Nazaret, centro del cosmo e della storia, Elledici, Leumann-TO, pp. 23-35).

Lo sguardo prospettico non è lo sguardo truccato con cui, mediante posizioni artefatte, si vede la creazione nelle sue condizioni attuali solo dai lati belli, sorpassando difetti e deformità. Tutt’altro: lo sguardo prospettico non evita né il discernimento severo né l’eventuale necessaria riprovazione: è uno sguardo veritiero e affidabile. Inoltre, è anche, uno sguardo commovente per noi cristiani perché esso ci è insegnato anzitutto da Gesù.

Chiudo questa riflessione teologica con un brano sulla creazione di un giovane e originale filosofo spagnolo — Josep Maria Esquirol — che attiva, in proposito, una riflessione lucida e stringente nel suo procedere ma anche con un delicato taglio esistenziale. Lo trascrivo sine glossa perché si spiega e si raccomanda da sé: «Siamo testimoni dell’avvenimento della creazione. Testimoni grazie al nostro sentirci venuti alla vita; testimoni grazie al nostro vedere anche la venuta degli altri; e testimoni grazie all’essere capaci di amare e di pensare. Gli infiniti della vita creano anch’essi vita. Non siamo origine assoluta ma, nonostante tutto, siamo inizio, genesi e generosità. […] Grazie all’avvenimento della creazione, qualcuno capace di vita viene alla vita; un chi capace di amare e di pensare viene alla vita; un chi capace di generare e di essere generoso. La speranza si fonda sulla creazione. E la speranza include la verità, perché anche la verità spera» (La penultima bontà. Saggio sulla vita umana, Vita e Pensiero, Milano 2019, p. 169).

di Michele Giulio Masciarelli