· Città del Vaticano ·

Trovare un’altra “famiglia”

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Il centro Ohana della Caritas di Roma

20 novembre 2020

“Ohana”, che in hawaiano significa “famiglia”, è un luogo in cui nessuno viene abbandonato: né i bambini, né i loro genitori. Un luogo in cui gli abbracci, anche in tempo di covid-19, non vengono negati ai più piccoli, ma dati con le dovute cautele, con mascherine e visiere. Qui la misurazione della temperatura, il lavaggio delle mani e il distanziamento sociale diventano un gioco. Le bambole di pezza e i peluche sono sostituiti con giocattoli monouso o facilmente disinfettabili. Perché la creatività, in momenti come questo, è di importanza vitale per mantenersi resilienti.

Ohana, centro diurno multiculturale per bambini da 0 a 5 anni della Caritas di Roma, è un punto d’appoggio temporaneo e completamente gratuito per le famiglie più in difficoltà, senza un lavoro o una casa, a volte senza un permesso di soggiorno. Senza la possibilità di accedere agli asili comunali.

La sede è nella domus della parrocchia Santa Maria Causa Nostrae Letitiae, in un territorio romano di periferia, a Villaggio Breda, fra Torre Gaia e Tor Bella Monaca, quartieri con vaste situazioni di disagio sociale. Avviato in via sperimentale agli inizi del 2019, tre volte a settimana, ora il Centro Ohana apre le porte ai bambini di tutte le nazionalità cinque giorni su sette, dalle 8.30 alle 12.30. Le restrizioni imposte dalla pandemia hanno costretto gli operatori ad accogliere meno bambini — un massimo di dieci — con una lista di attesa che si è allungata ancora di più a causa delle conseguenze sociali del lock-down.

Oggi ci sono bimbi da Togo, Romania, Albania, Algeria e Italia. La particolarità del centro è data proprio dal fornire un sostegno a 360 gradi: ai bambini e alle rispettive famiglie. «Non vogliamo sostituirci completamente agli asili comunali per i tre anni di percorso — precisa Giusy Reale, educatrice del Centro Ohana — siamo un punto di appoggio momentaneo per aiutare le famiglie a risollevarsi per poi lasciare posto ad altri che hanno più bisogno».

Oltre alla funzione educativa con i bambini, gli operatori e i volontari assistono i genitori con cibo, vestiario, li aiutano nella ricerca di un lavoro, li indirizzano verso corsi di lingua italiana o di formazione. «Persone che erano già in difficoltà prima del coronavirus», racconta l’educatrice, «ora vedono la loro situazione peggiorata. Avevano iniziato a fare i primi passi verso l’autonomia, invece si ritrovano bloccati senza occupazione».

Tre famiglie, a esempio, sono accolte dall’omonimo villaggio della parrocchia Santa Maria Madre dell’Ospitalità perché totalmente prive di mezzi di sussistenza. Altre hanno lavoretti precari, pagano affitti in nero o non hanno ancora i requisiti (come il permesso di soggiorno in scadenza) per avere accesso ai nidi comunali.

A soli due anni dalla nascita — è l’ultima iniziativa della Caritas di Roma per l’infanzia, l’altra è l’asilo Piccolo mondo, in questi giorni in quarantena — il bilancio del Centro Ohana è già positivo. «Siamo partiti da zero in un territorio che non ci conosceva e abbiamo creato una rete con le parrocchie e i servizi sociali, che indirizzano a noi le famiglie più bisognose. Tante sono riuscite a creare una stabilità e a riprendere in mano la propria vita», spiega l’educatrice. Come i genitori di Mary (è un nome di fantasia): congolesi, disoccupati, con problemi burocratici per la residenza. Grazie all’aiuto degli operatori lui ora lavora come badante, lei è incinta e frequenta un corso di formazione. Finalmente sono riusciti a inserire la figlia al nido comunale. Intanto le giornate nel centro proseguono serenamente, cercando di non far pesare troppo ai bambini le varie restrizioni sanitarie. «Facciamo giochi all’aperto, li invitiamo a pitturare con le mani e con i piedi per non usare i pennelli — dice — per fortuna le attività per i bambini sono infinite, basta saper scegliere quelle giuste per far vivere al meglio questo periodo». I bimbi al di sotto dei sei anni non sono obbligati a indossare la mascherina ma gli operatori sì, insieme alle visiere. Ci si chiede se subiranno dei traumi o delle conseguenze dai nuovi comportamenti che sono costretti a subire: «Sicuramente — risponde l’educatrice — dal punto di vista psicologico questo li segnerà; all’inizio sono rimasta scioccata perché i bambini avevano timore di abbracciarci. È fondamentale spiegare loro, in parole semplici, quello che sta accadendo, perché i bambini capiscono tutto e sono intelligenti. Da parte nostra ci facciamo sentire vicini seppur distanziati. Ma privarli di un abbraccio sarebbe disumano».

di Patrizia Caiffa