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Multilateralismo

Nel mondo torna lo spettro delle carestie

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20 novembre 2020

Era un po’ che dai giornali erano scomparse le foto dei bambini africani malnutriti, corpi minuscoli, immobili, sguardi persi e indimenticabili, ma nel Sahel questa realtà resiste e la carestia in Africa bussa di nuovo alla porta. I numeri parlano di 8,1 milioni di bambini alla fame in Africa centrale e occidentale, che entro la fine del 2020 potrebbero salire a 9,7 milioni. Dati allarmanti che parlano di povertà pervasiva, di sistemi sanitari deboli, di disordini sociali, di conflitti armati, guerre civili e dell’impatto catastrofico dei cambiamenti climatici. In particolare l’Onu denuncia con preoccupazione l’aumento dei livelli di fame acuta in quattro paesi, Burkina Faso, Nigeria nordorientale, Sud Sudan e Yemen, ma evidenzia un generale aumento dell’insicurezza alimentare in tutto il mondo. Secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) e il Programma alimentare mondiale (Wfp), una parte della popolazione mondiale sta già vivendo una “fame critica”. Una recente relazione delle due agenzie ha sottolineato come l’escalation dei conflitti e ulteriori riduzioni dell’accesso umanitario potrebbero portare a un rischio di carestia, il livello più grave delle cinque fasi della classificazione della sicurezza alimentare. Secondo l’Integrated food security phase classification (Ipc), si passa infatti dalla generale sicurezza alimentare, alla moderata insicurezza alimentare, all’acuta crisi alimentare e dei mezzi di sostentamento, all’emergenza umanitaria, per arrivare alla catastrofe e dunque alla carestia. Quando questa fase estrema viene dichiarata, significa che le persone hanno già iniziato a morire di fame. L’Ipc stabilisce infatti che si parla di carestia quando almeno il 20 per cento delle famiglie deve far fronte a una totale mancanza di cibo, almeno tre persone su dieci mostrano segni di malnutrizione acuta e il tasso di mortalità supera i due decessi ogni 10 mila persone al giorno sul totale della popolazione. E, come ci dicono i numeri, Burkina Faso, Nigeria nord-orientale, Sud Sudan e Yemen non sono le sole “zone rosse”. Altri livelli di insicurezza alimentare acuta stanno raggiungendo nuove vette a livello globale. Sono già sedici i Paesi ad alto rischio di aumento dei livelli di fame acuta: Etiopia, Somalia, Camerun, Repubblica Centrafricana, Mali, Niger, Sierra Leone, Repubblica Democratica del Congo, Mozambico, Zimbabwan, Sudan, Haiti, Venezuela, Libano, Siria e Afghanistan. Solo in Congo l’Onu stima che 22 milioni di persone siano già alla fame, il «numero più alto mai registrato per un singolo Paese».

«Siamo in un frangente catastrofico — dichiara il direttore delle emergenze del Wfp, Margot van der Velden —. Ancora una volta, affrontiamo il rischio di carestia in quattro parti del mondo contemporaneamente». «Quando viene dichiarata una carestia — spiega — significa che molte vite sono già state perse». «La prospettiva di un ritorno in un mondo in cui le carestie sono all’ordine del giorno sarebbe straziante e oscena in una situazione in cui c’è più che sufficiente cibo per tutti», ha dichiarato il sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari Mark Lowcock. «Le carestie portano a morti orribili e umilianti. Alimentano il conflitto e la guerra. Attivano spostamenti di massa. Il loro impatto su un Paese è devastante e duraturo», ha aggiunto. «Nel 2011, la Somalia ha subito una carestia che ha ucciso 260.000 persone. La carestia è stata dichiarata nel mese di luglio, ma la maggior parte delle persone era già morta da maggio. Non possiamo permettere che ciò accada di nuovo. Abbiamo una scelta difficile: agire oggi o perdere vite domani in modo inaccettabile», ha avvertito van der Velden. Per questo un primo importante finanziamento di 100 milioni di dollari è stato destinato dall’Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari per aiutare le popolazioni dei sette Paesi africani più a rischio di carestia. I finanziamenti per rispondere all’epidemia di fame crescente causata dalle guerre, dalla crisi economica dai cambiamenti climatici e dalla pandemia da covid-19 saranno così suddivisi: 80 milioni messi a disposizione per aiutare le popolazioni dell’Afghanistan, Burkina Faso, Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Sud Sudan e Yemen. Altri 20 milioni serviranno ai bisogni alimentari delle popolazioni in Etiopia dove mesi senza pioggia hanno aggravato una situazione già molto fragile.

di Anna Lisa Antonucci