· Città del Vaticano ·

Appunti di viaggio

Lo storico musulmano che salva la memoria ebraica di Mosul

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
20 novembre 2020

Come tanti suoi concittadini, Omar Mohammed, 40 anni, scava ancora tra le macerie di Mosul, devastata e solo parzialmente ricostruita dopo l’occupazione da parte del Califfato nero dell’Is, durata dall’invasione islamista del 2014 fino alla riconquista da parte delle forze governative e dei loro alleati nel 2017. Di professione storico, Mohammed cerca documenti, testimonianze, foto, racconti per ricostruire, in un museo online, la memoria della sua città, «tutta la memoria — sottolinea però — ovvero anche il contributo dato all’Iraq dalla comunità ebraica». «Non voglio che le future generazioni abbiano le stesse lacune e vuoti della mia», dice ai giornalisti. Mohammed si è concentrato così su quello che una volta era il quartiere ebraico di Mosul, dove è incredibilmente rimasta in piedi, sebbene danneggiata e vuota da decenni , la grande sinagoga. «È probabile che i militanti dello Stato islamico non abbiano capito che si trattava di un luogo di culto ebraico, altrimenti l’avrebbero raso al suolo». Del resto, la presenza millenaria degli ebrei in Iraq, anche prima dell’arrivo dell’Is, era ormai stata cancellata dai libri di storia iracheni e dalla cultura nazionale. Eppure i rapporti tra ebrei e la terra del Tigri e dell’Eufrate risalgono a 2600 anni fa, quando Nabucodonosor, il sovrano di Babilonia, invase la Giudea e deportò parte del popolo ebraico. Poi il re di Persia Ciro conquistò Babilonia e diede agli ebrei la possibilità di tornare nella loro terra di origine. Molti lo fecero, molti rimasero. È qui che fu elaborato uno dei testi più importanti della tradizione ebraica, il Talmud babilonese. Poi, quando i romani distrussero il Tempio di Gerusalemme nel 70 d. C. ed ebbe inizio una nuova diaspora ebraica, in molti decisero di emigrare in Mesopotamia, dove era già forte la presenza di comunità di ebrei, e si stabilirono, oltre che nell’attuale Baghdad, anche a Mosul e Bassora. Per secoli , gli ebrei iracheni hanno convissuto con musulmani e cristiani. Fieri di essere iracheni. A partire dalla seconda guerra mondiale sono però cominciati i problemi, prima legati alla scelta filo-nazista di un governo nazionalista al potere a Baghdad, poi alla nascita dello Stato ebraico e al primo conflitto arabo-israeliano nel 1948-1949. Gli ebrei iracheni, perseguitati e ormai percepiti come fiancheggiatori del nemico, furono costretti ad emigrare. In Iraq, ufficialmente non ne è rimasto più nemmeno uno.

Adesso Mohammed vuole reintrodurre il popolo ebraico almeno nella storia di Mosul. «La consapevolezza che un tempo vi era un pluralismo religioso tra musulmani, cristiani e anche ebrei è importante per la pace nella nostra città». Nel tentativo di dare un volto e un nome a questi cittadini di Mosul ormai dimenticati, Mohammed ha recuperato da tutta l’Europa documenti di epoca ottomana e imperiale britannica. Ha raccolto carte che descrivono la situazione sociale ed economica dell’elemento ebraico, lettere , carte e persino il progetto di costruzione della Sinagoga ancora esistente. È riuscito a parlare con alcuni membri della comunità ebraica di Mosul che da tanti anni vivono in Israele, in Europa e negli Stati Uniti e ancora ricordano la città come era prima che la lasciassero. Deve fare però in fretta perché si tratta di persone molto anziane e quando moriranno anche le loro storie potrebbero svanire. Tutto sarà messo nel museo virtuale perché gli iracheni sappiano, ricordino e cerchino di non ripetere certi errori nel futuro, dice lo storico. «Dal nostro Paese, prima fuggirono gli ebrei, poi sono fuggiti i cristiani, ora i musulmani. Gli sciiti espellono i sunniti e i sunniti espellono gli sciiti. Ogni comunità costretta ad emigrare è una perdita per tutta la società. Ogni volta, in pochi decenni, si interrompono migliaia di anni di storia».

di Elisa Pinna