· Città del Vaticano ·

La giornata mondiale

I pescatori a prova di pandemia

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20 novembre 2020

Si fa presto a dire «pescatore». Spesso la sola parola rimanda a un mestiere romantico d’altri tempi o per appassionati. La realtà è diversa ed è molto più dura.

Di pesca, infatti, molte persone intendono vivere. Il lavoro del pescatore comporta sacrifici. Ci si abitua a lasciare la famiglia per giorni o per settimane. Durante le battute di pesca ci si turna il giorno e la notte. Non c’è tregua. Alla durezza dei ritmi si associa tutto ciò che gira attorno: l’altalena dei mercati che fanno oscillare i prezzi a seconda dei periodi. Tutti sanno che la stagione con la maggiore richiesta di pescato sono le festività natalizie: la domanda aumenta e con essa il prezzo del pesce e i guadagni. In più i mercati ittici hanno le loro regole interne: i pescatori sperano di essere sorteggiati tra i primi a poter vendere il pesce. Finire tra gli ultimi significa sapere che il guadagno si riduce drasticamente. E al sorriso si sostituisce la delusione con la speranza di riuscire almeno a colmare le spese: pagare il carburante e la manodopera che partecipa all’attività lavorativa.

Oggi è il covid-19 ad aggravare la situazione. Coi ristoranti chiusi o quasi (funziona solo l’asporto), il mercato ha diminuito la richiesta. In alcuni porti italiani i pescherecci hanno ridotto i giorni di lavoro per evitare di lasciare invenduta parte del pescato. A mantenere in equilibrio la bilancia economica è il prezzo relativamente basso del petrolio, che consente di diminuire i costi. Così è, se vi pare, il mondo della pesca in tempo di pandemia.

Tutto ciò mostra che il pescatore sopravvive economicamente grazie a un delicato concorso di circostanze. Qualcuno in Italia in questi anni si è posto la domanda: «Chi me lo fa fare?». Alla fatica della pesca, alla lontananza dalla famiglia, all’assenza degli affetti, si aggiunge sempre di più l’incertezza della sopravvivenza economica della propria attività d’impresa o della cooperativa cui si appartiene. È facile cadere nella disperazione. È possibile scadere nella rassegnazione. È comprensibile la delusione di chi finisce per vendere il peschereccio. Non tutti i pescatori trovano dietro di sé figli disponibili a sobbarcarsi una vita di sacrifici: non meraviglia persino che qualcuno di loro, pur essendo un innamorato del mare, possa consigliare ai figli la fuga verso altri lavori e altre attività. Sì, perché nessuno come colui che vive di pesca conosce bene la bellezza e la pericolosità del mare. Con le sue sfumature di blu o di grigi a seconda dei cieli. Con le sue zone più o meno pescose. Con differenti prodotti ittici a seconda della stagione. Il mare è vita. Il pescatore lo sa molto bene perché la sua vita dipende dal mare. Egli fa di tutto per custodire l’ambiente che gli garantisce lavoro e dignità: un pescatore ama il mare come il proprio peschereccio, che spesso porta il nome di una persona cara. Per questo, non sono veri pescatori quelli che operano la pesca intensiva e illegale, non regolamentata e non dichiarata. Distruggono gli ecosistemi senza rispettare il ripopolamento ittico del mare. Non hanno uno sguardo proiettato sul futuro. Sopprimono la pesca familiare.

Il pescatore, invece, si presta a tenere pulito l’ambiente marino. È quello che hanno fatto diverse marinerie in Italia, supportando e sponsorizzando «la pesca di plastica» per mantenere nel mare un livello di pescosità accettabile. Ciò permette anche di evitare che il pesce, che purtroppo si nutre anche di microplastiche presenti nei mari, diventi dannoso per la salute dell’uomo. Il pescatore sa che custodire il mare è insieme custodire il proprio lavoro e la vita umana. L’inquinamento compromette la pesca. I cambiamenti climatici, a lungo andare, contribuiranno a far diminuire la pescosità del mare, a far scomparire la biodiversità del pesce e a mettere sempre più a rischio il mestiere del pescatore.

Fin qui il lavoro. In questo tempo, però, ai disagi e alle difficoltà ordinarie si aggiungono i drammi della pandemia e i pericoli territoriali e politici. Il Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale ha diffuso oggi un messaggio, a firma del cardinale Turkson, in occasione della Giornata mondiale della pesca, che si celebra domani, 21 novembre. Il prefetto ricorda al mondo il caso tragico di pescatori infettati su pescherecci e impossibilitati a ricevere cure mediche adeguate. La loro morte ha costretto i compagni a seppellirli in mare, spesso a insaputa delle famiglie che non avranno mai un luogo dove poterli piangere. E in Italia non deve passare sotto silenzio la vicenda dei pescatori di diverse nazionalità provenienti da Mazara del Vallo che sono stati sequestrati in Libia lo scorso 2 settembre. Papa Francesco ha ricordato la loro situazione, invocando la liberazione e la consegna alle famiglie. Così un lavoro diventa una prigione, a causa di un virus malefico o a causa delle controversie e instabilità sociali e politiche.

La Chiesa invoca giustizia e solidarietà per il mondo della pesca. È in gioco la salvaguardia di posti di lavoro e la custodia del creato. È anche in gioco la dignità della persona umana, che non ha prezzo e non può essere contrabbandata in nome di qualsivoglia ideologia. Perciò il Dicastero chiede uno sforzo alle organizzazioni internazionali e ai governi perché si impegnino a «migliorare le condizioni di vita e di lavoro dei pescatori e delle loro famiglie».

Uno sguardo sintetico della situazione odierna l’ha offerto Papa Francesco lo scorso 18 gennaio, quando ha accolto una rappresentanza di pescatori di San Benedetto del Tronto nella Sala Clementina in Vaticano. Ha affermato: «Nel progresso che caratterizza la società moderna, il pescatore può talvolta sentirsi tentato dal desiderio di un lavoro sicuro sulla terra ferma. Eppure, chi è nato sul mare non può sradicare il mare dal suo cuore. Vi esorto a non perdere la speranza di fronte agli inconvenienti e alle incertezze che dovete purtroppo affrontare: il coraggio non vi manca! Al tempo stesso, è necessario che sia valorizzato il vostro lavoro, spesso rischioso e duro, sostenendo i vostri diritti e le vostre legittime aspirazioni». Nelle parole di Francesco è indicato cosa può fare la comunità cristiana: custodire nel cuore dei pescatori la nostalgia del mare e sostenerli nei loro diritti di poter lavorare in sicurezza. Certo, fa tendenza e attira le telecamere di tutto il mondo la «pesca di plastica». Ma molto più esaltante per un pescatore è la «pesca di pesce»!

Non solo un mestiere, ma una vocazione.

di Bruno Bignami