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Hic sunt leones - La pandemia porta alla ribalta l’importanza delle tecnologie digitali in Africa

20 novembre 2020

La pandemia di coronavirus ha portato alla ribalta l’importanza e l’urgenza dello sviluppo e utilizzo delle tecnologie digitali nel continente africano, soprattutto nella fascia sub sahariana.

Con quasi 800 milioni di persone ancora non connesse a internet mobile, non è mai stato più urgente colmare il cosiddetto digital divide. Al contempo occorre riconoscere che questo continente ha fatto dei progressi significativi rispetto al passato, anche se il cammino è ancora lungo. Da questo punto di vista, alcune note storiche possono aiutare. Nel 1992, il Cnuce, istituto del Cnr di Pisa che da poco aveva connesso l’Italia alla rete, si lanciò nell’avventura di portare internet in oltre 15 Paesi del continente africano, con un finanziamento di circa un milione di dollari dell’allora governo italiano, sotto l’egida dell’Unesco. Si dovevano così porre le basi per favorire i primi collegamenti.

La missione italiana consistette nell’acquisire e trasferire attrezzature, nel fornire assistenza tecnica per realizzare le connessioni di rete in numerose università africane e, soprattutto, nel formare personale di quei Paesi, sia attraverso numerosi corsi per operatori di rete tenuti in loco, sia organizzando la loro partecipazione ai principali incontri internazionali sulle reti. Il progetto si chiamava Rinaf (Regional Informatic Networks for Africa) e segnò indubbiamente l’inizio dell’epopea internettiana in Africa.

Lo sviluppo tecnologico fu comunque lento; basti pensare che il continente superò il milione di host per la prima volta solo nel 2006. Nei successivi due anni, il numero è raddoppiato, registrando una progressiva crescita (in percentuale) negli anni a seguire. Ciò non toglie che, secondo l’Unesco, nell’Africa sub sahariana l’89 per cento degli studenti ancora oggi non ha accesso ai computer di casa e l’82 per cento non dispone di un collegamento personale a internet. Secondo il responsabile Unicef per l’Istruzione, Robert Jenkins, «l’accesso alle tecnologie e ai materiali necessari per continuare ad apprendere mentre le scuole sono chiuse in tempo di covid-19 è ampiamente diseguale» e l’Africa, purtroppo, rappresenta il fanalino di coda in confronto ad altri continenti, avendo il tasso di diffusione più basso al mondo. È, infatti, al di sotto del 40 per cento, mentre la media globale è del 58 per cento.

Solo sette Paesi africani compaiono nei primi cento posti della classifica dell’Indice di disponibilità della rete 2019 (Networked Readiness Index), ma nessuno di questi è tra i primi settanta. La rete, pertanto, è ancora un lusso, nonostante vi sia stata in questi anni una sporulazione di “internet cafè”, soprattutto nelle città africane, ma anche in alcune zone rurali. Per non parlare delle università che, in molti casi, hanno dato alle giovani generazioni la possibilità di interagire con gli studenti di altre accademie disseminate negli altri continenti.

A questo proposito è bene rammentare che Nicholas Negroponte, uno dei fondatori di Medialab — avveniristico laboratorio di ricerca del Massachussetts Institute of Technology (Mit) — era convinto che con il piccolo computer portatile del progetto lanciato nel 2005 «One Laptop Per Child» (Olpc) si stesse consegnando nelle mani dei bambini africani e di altri Paesi del Sud del mondo una speranza di cambiamento senza precedenti, una possibilità di conoscenza capace di moltiplicarsi a ritmi e con risultati favolosi all’interno di una comunità. Nelle intenzioni di Negroponte, internet sarebbe dovuto diventare così la vera arma di “istruzione di massa”.

Geniale come idea, anche se il suo desiderio è comunque stato in parte contrastato, soprattutto, in Africa, dalla mancanza di adeguate infrastrutture a livello di comunicazione. Wayan Vota, che come esperto accompagnò il lancio del programma Olpc ritiene che l’errore più grande sia stato chiamare il piccolo computer il “Laptop da 100 dollari”, un prezzo che quindici anni fa si sapeva sarebbe stato difficile da proporre, con il risultato che il prodotto non scese mai sotto i 200 dollari.

Nel frattempo, i giganti della Silicon Valley come Google e Facebook sono scesi in campo per investire nelle infrastrutture internet in Africa. La ragione di questo grande interesse è legato al fatto che l’Africa registra il tasso di crescita maggiore al mondo per quanto riguarda la diffusione dei telefoni cellulari e questo rende il continente allettante per le grandi aziende tecnologiche statunitensi. D’altronde, già nel 2011, Google ha iniziato un progetto interno, CSquared per realizzare delle reti metropolitane in fibra ottica da locare poi a operatori di reti mobili e fornitori di servizi internet. Un’iniziativa questa che si è consolidata con la partnership di Mitsui & Co. (Giappone), Convergence Partners (Sud Africa) e la Società finanziaria internazionale (Ifc, Banca mondiale) con un fondo ben consolidato di 100 milioni di dollari, per investire nelle infrastrutture internet a banda larga in Africa.

È stato annunciato recentemente che Facebook e alcune grandi aziende della telecomunicazione del calibro di China Mobile International, Mtn GlobalConnect, Orange e Vodafone, poseranno un cavo sottomarino per connettere a internet molte regioni dell’Africa e del Medio Oriente. Sarà la più grande infrastruttura sottomarina del pianeta. L’ambizioso progetto prende il nome di 2Africa. Il cavo si estenderà per 37 mila chilometri collegando Spagna, Francia e Italia all’Egitto. Passando per il canale di Suez il cavo toccherà le coste della Penisola arabica, circumnavigherà tutto il continente africano fino a risalire in Portogallo e Regno Unito. Il cavo connetterà nel complesso 23 Paesi: di questi, 16 africani e 2 mediorientali. L’opera dovrebbe poter entrare in funzione già entro la fine del 2023 o, al più tardi, all’inizio del 2024.

Naturalmente, come è comprensibile, la preoccupazione di alcune componenti significative della società civile africana è tutta rivolta all’esigenza, più che legittima, di salvaguardare gli interessi economici dei Paesi africani, evitando che vi sia un totale monopolio straniero nell’ambito della comunicazione digitale. I governi locali dovrebbero pertanto attuare politiche per migliorare l’accesso alla connettività e guidare gli investimenti in un’infrastruttura digitale più resiliente per il futuro. Ciò è fondamentale per rilanciare l’economia africana in vista del post-coronavirus, nonostante il considerevole contributo delle tecnologie e dei servizi mobili generati nel 2019, pari al 9 per cento del Prodotto interno loro dell’Africa sub sahariana. Anche perché mano che 4g e 5g crescono insieme nel decennio a venire, la crescita del numero di africani connessi alla banda larga può guidare l’efficienza, l’abbattimento dei costi e promuovere la crescita.

Una cosa è certa: «L’innovazione è inefficiente. Più spesso che no, è indisciplinata, all’opposizione, iconoclasta, e si nutre di confusione e contraddizioni. In sintesi, essere innovativi è il contrario di quello che i genitori di solito si aspettano dai figli, di quel che la maggior parte dei dirigenti spera per la propria azienda e di quel che i capi di Stato si augurano per i loro Paesi. E gli innovatori sono per lo più insopportabili. Ma senza innovazione siamo tutti condannati al declino: per noia e monotonia». In queste parole del «profeta della rete» Negroponte, sembra di poter cogliere una forte provocazione per l’Africa a guardare avanti, nella consapevolezza che, nonostante i limiti imposti dalla storia, la rete rappresenta un’opportunità per lo sviluppo del continente.

di Giulio Albanese