· Città del Vaticano ·

Camerun, la lunga crisi

Bambini in una scuola anglofona della Nigeria (Epa)

La guerra a pezzi - Migliaia di vittime e sfollati ai confini con la Nigeria

20 novembre 2020

La crisi al confine tra Camerun e Nigeria si fa sempre più critica e complessa. Nelle tormentate regioni anglofone del nord-ovest e del sud-ovest del Camerun le tensioni tra gruppi separatisti armati e forze governative di sicurezza inviati da Yaoundé sono sfociate, nel silenzio dei media, della politica e della diplomazia internazionale, in un’escalation di violenze che ha causato migliaia vittime e di sfollati. Senza prospettive di pace, la vita è drammatica soprattutto per molti rifugiati.

Tre emergenze hanno colpito in particolare il Paese africano lo scorso anno: l’esacerbazione degli attacchi di Boko Haram nel nord, il conflitto violento nell’area ovest di lingua inglese, e la crisi dei rifugiati nella parte orientale. Negli oltre 100 attacchi sferrati nella regione hanno perso la vita più di 100 civili. Alla fine del 2019, quasi mezzo milione di persone sono state costrette a fuggire a causa della violenza che spazzato via i mezzi di sussistenza. Anche le tensioni nelle regioni nord-occidentali e sud-occidentali di lingua inglese hanno aggravato lo stato di emergenza umanitaria.

Si tratta tuttavia di una crisi di lunga data. Negli ultimi undici anni il Paese ha dovuto far fronte a due conflitti armati. Mentre nella regione settentrionale l’insurrezione jihadista di Boko Haram è iniziata intorno al 2010, nelle regioni del nord-ovest e sud-ovest i combattimenti tra le truppe governative e i separatisti anglofoni — noti come “Amba boys” — sono divampati in una guerra su vasta scala nel 2017.

«Uno dei rifugiati ha condiviso un'esperienza straziante. Era a letto quando nel cuore della notte sentì delle urla, molto rumore e poi il suono di una pistola. Si è alzato dal letto ed è scappato. Non era nemmeno vestito adeguatamente. Dovette fuggire dall'attacco al suo villaggio così com'era. È corso nella boscaglia dove è rimasto da sette a otto giorni. L'alimentazione era un grosso problema… molte vite sono andate perse (nelle regioni anglofone) e le persone hanno paura per le loro vite» ha detto in un’intervista a Vatican News Emmanuel Bekomson, direttore della Commissione per lo sviluppo della giustizia e la pace dell’arcidiocesi di Calabar, città nel sud della Nigeria vicina al confine con il Camerun. Bekomson ha sottolineato che a causa dell'afflusso di rifugiati, le infrastrutture locali sono state portate al limite e l'impatto sulle comunità ospitanti, già povere e in difficoltà, è visibile. «Ci sono alloggi, cibo, acqua, servizi igienici e zanzariere inadeguati» ha detto a Vatican News. Le diocesi in Nigeria e Camerun stanno cooperando e coordinando gli sforzi umanitari, la cura spirituale e pastorale.

«La crisi socio-politica nella nostra parte del paese è arrivata in gran parte con la fuga di molte persone. Abbiamo molti dei nostri concittadini che sono sfollati interni e alcuni di loro sono rifugiati anche in aree lontane, come in Nigeria. Al momento non vediamo alcun progresso per uscire dalla crisi e forse dovremo affrontarla per molto tempo» ha spiegato a Vatican News George Nkuo, Vescovo di Kumbo, presidente della provincia ecclesiastica di Bamenda, in Camerun. Come scrive Vatican News, i vescovi camerunesi sono in costante comunione con i loro fratelli vescovi nell'episcopato nigeriano per gestire al meglio l’emergenza.

L’instabile regione nord-occidentale è entrata, nel corso di quattro anni di conflitto, in una spirale di caos in cui hanno perso la vita oltre 3.000 civili innocenti. Secondo molte ong, i militari e i separatisti armati sono entrambi colpevoli di atrocità e violazioni dei diritti umani. Quasi 700.000 persone sono state costrette a lasciare le loro case e molti ora vivono come sfollati interni, mentre migliaia sono fuggite nella vicina Nigeria dall'inizio della crisi nel 2016.

«Dall'inizio del 2020 assistiamo ad attacchi regolari da parte di elementi di Boko Haram che costringono la maggior parte delle famiglie a lasciare le proprie case e fuggire. Di conseguenza, il numero di sfollati interni e rifugiati nigeriani continua ad aumentare» ha spiegato in un’intervista a Vatican News Edouard Kaldapa, segretario della Caritas della diocesi di Maroua-Mokolo, nel nord del Camerun. «Tuttavia, gli attacchi spettacolari sono diminuiti di intensità, mentre aumentano gli attacchi alle famiglie e ai villaggi, soprattutto nella notte. Quasi ogni giorno assistiamo a questi attacchi alle famiglie». La Caritas è presente, «per venire in loro aiuto, in termini di cibo, accesso all'acqua e accesso al pronto soccorso. Stiamo anche lavorando con altri attori umanitari e autorità politiche e amministrative, perché c'è anche un problema di accesso alla terra per sistemare queste persone. Questa regione dell'estremo nord, che attualmente accoglie molti sfollati, sta vivendo una situazione di pressione sul territorio, vale a dire che la densità è piuttosto alta e non c'è quasi più terra. Anche per le popolazioni ospitanti rappresenta un serio problema accogliere questi sfollati. Dobbiamo quindi collaborare regolarmente con le autorità per facilitare la loro integrazione».

I giovani sono le prime vittime. Dall'inizio dell'anno scolastico, nel nord-ovest e nel sud-ovest si sono avuti molti casi di rapimenti, abusi e omicidi di alunni e insegnanti, come testimoniano fonti locali. Al punto che i bambini delle scuole nella zona di conflitto sono tornati a scuola solo quest'anno dopo quasi quattro anni di chiusura.

In un’altra intervista a Vatican News, il vescovo di Bafang, Abraham Kome, presidente della Conferenza episcopale del Camerun, spiega che le ragioni profonde della crisi nel suo Paese sono da ricollegare soprattutto alle debolezze della politica. «Gli effetti di questo caos strisciante sono facilmente visibili nelle nostre città e villaggi: derivano, in gran parte, dalla debolezza dei meccanismi di governo che vogliono solo perpetrare e rafforzare il ruolo dell’élite dominante. Perché l'attuale governance ha prodotto un tale deterioramento della mentalità e del benessere sociale? Perché non ha ricordato a se stessa e agli altri cosa significa esistere». Il vescovo ha insistito sul fatto che l'espressione “ex-sistere” significa “tenersi fuori” e «suggerisce che non siamo fatti per prenderci cura di noi stessi, ma per costruire il bene di chi ci circonda».

di Alicia Lopes Araújo