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Biden e il Medio Oriente: what next?

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20 novembre 2020

Le ultime elezioni presidenziali americane hanno avuto una risonanza ancora maggiore delle precedenti. Le ragioni di questa enfasi sono molteplici, su tutte lo scenario di emergenza sanitaria mondiale e le numerose accuse di brogli mosse dal presidente uscente Trump in seguito alla sconfitta. Ma sono da considerare anche le marcate differenze fra i due candidati, che hanno portato alcuni analisti a parlare addirittura di una “ricostruzione” della politica americana riferendosi al compito che attende il nuovo inquilino della Casa Bianca.

Il neoeletto Joe Biden si è infatti dimostrato piuttosto critico verso alcune decisioni prese dalla precedente amministrazione, in particolare riguardo alla difesa dei diritti umani, alle politiche sui richiedenti asilo e alla sfiducia dimostrata nei confronti della Nato. Viene quindi naturale chiedersi quali saranno le prime mosse del nuovo presidente americano in politica estera, e in particolare rispetto alla regione del Medio Oriente, sulla quale non è stato presentato un piano d'azione ben definito in campagna elettorale.

Un punto sul quale Biden è stato chiaro è la necessità di riaffermare la primaria importanza della diplomazia, a suo parere sottovalutata dall'amministrazione Trump (tanto da aver causato un calo senza precedenti di candidature alla carriera diplomatica negli Usa). L'allora candidato democratico scrisse infatti nel mese di marzo il suo programma per la rivista americana «Foreign Affairs», definendo la diplomazia come «il primo strumento del potere americano» e criticando quella della precedente amministrazione come limitata a «una serie di strette di mano e servizi fotografici». Questa posizione porterà probabilmente a una rinvigorita collaborazione con gli storici alleati degli Usa, in particolare con la Nato e con l’Unione europea, e a un approccio differente ad alcune situazioni nel Medio Oriente.

Una di queste è sicuramente quella relativa all'Accordo sul nucleare iraniano (Jcpoa), dal quale Trump decise di uscire nel 2018 con una mossa definita dallo stesso Biden come «un pericoloso fallimento». Il neoeletto presidente ha infatti esplicitato la sua intenzione di rientrare nel Jcpoa (ma anche di «estenderlo e rafforzarlo») nel caso in cui l’Iran tornasse a rispettare i suoi obblighi sul nucleare. In questa ottica, la riapertura di un dialogo risulterebbe fondamentale per allentare le tensioni provocate dalle dure sanzioni economiche inflitte da Trump al Paese del Golfo.

Un simile paradigma potrebbe portare anche all'adozione di un approccio più convenzionale di quello della precedente amministrazione rispetto alla crisi fra Israele e Palestina. Anche in questo caso infatti, la strategia di “Sleepy Joe” potrebbe basarsi sulla riapertura di un dialogo fra e con le due parti e sul supporto alla soluzione dei due Stati, differendo quindi sia da Trump (definito dal premier israeliano Netanyahu come «il migliore amico che Israele abbia mai avuto alla Casa Bianca») sia da Bernie Sanders, rivale più radicale di Biden nelle primarie del Partito democratico e convinto sostenitore della causa palestinese. Questa manovra dovrà però essere condotta con grande attenzione, allo scopo di evitare una rottura nelle relazioni recentemente migliorate fra Israele e alcuni Stati arabi.

Una maggiore continuità fra le due amministrazioni statunitensi si potrebbe riscontrare invece rispetto all’impegno militare in Siria e in Iraq. In questi casi, è probabile che la presenza militare americana rimarrà limitata a piccoli contingenti e dipenderà dagli sviluppi della lotta contro il terrorismo, questione della quale Biden ha sottolineato più volte l’importanza.

Infine, la riaffermata centralità dei diritti umani porterà probabilmente il nuovo presidente a prendere le distanze da alcuni leader criticati a questo riguardo e ai quali Trump si era avvicinato.

La rapidità e la portata di questi cambiamenti saranno però subordinate all’evoluzione di altre dinamiche: Biden ha infatti espresso la necessità di dedicarsi con assoluta priorità a contrastare la pandemia di covid-19 e a risollevare l’economia americana, che si trova attualmente in seria difficoltà. Inoltre, sarà comunque necessario del tempo per effettuare eventuali cambi di rotta nelle relazioni diplomatiche in Medio Oriente.

di Giovanni Benedetti