· Città del Vaticano ·

Dalla Giornata mondiale dei poveri un invito a guardare in faccia la realtà e a non lasciarsi contagiare dall’i ndifferenza

Sguardo d’amore

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19 novembre 2020

«Tra gli altri benefici che abbiamo ricevuto ed ogni giorno riceviamo dal nostro Donatore, il Padre delle Misericordie, grande è quello della nostra vocazione...». Inizio la mia testimonianza con le prime parole del Testamento di santa Chiara, perché per me nulla di ciò che vivo ha senso se non dentro la mia chiamata, la mia vocazione. Ogni evento, ogni incontro, ogni volto ha il sapore del Bello perché inserito nel disegno d’amore che il Padre delle Misericordie ha pensato per me!

Parte della mia chiamata è legata all’Amore, e perciò all’amare, al dono di tutta me stessa a Cristo e ai fratelli, in particolare agli ultimi: i piccoli, i poveri, quelli che sono il cuore di Dio. La scorsa domenica — quarta Giornata mondiale dei poveri — ho partecipato alla messa del Santo Padre. Le parole da lui scelte hanno riportato il mio cuore alla gratitudine e fatto affiorare alla mia memoria quale grazia sia lo stare con gli ultimi e poterli servire: sono proprio loro che Gesù ci ha lasciato perché imparassimo da loro a cogliere l’Essenziale, il Bello, e soprattutto a scoprire in ogni storia il suo volto. È un privilegio per me stare con loro, un dono immeritato fatto alla mia vita, che riconosco tale poiché il primo a stare dalla parte degli ultimi è Dio stesso.

La loro umanità ferita è per me una scuola di vita che mi insegna ad accostarmi a ogni povero con rispetto, amore, senza far rumore. Il bene, del resto, va custodito e vissuto nel silenzio e nel nascondimento, e solo per grazia di Dio sarà fecondo.

La più grande miseria credo sia proprio il non lasciarsi abitare dal suo amore. Il Signore mi ha donato in molte circostanze di poter amare, nonostante le mie povertà e fragilità. In questi ultimi anni il volto del povero da amare e servire è altro rispetto a quello dei decenni passati. Oggi mi viene chiesto di “stare” e di “amare” i piccoli e le mamme accolti all’interno di Casa Immacolata, una casa-famiglia che è una delle opere belle a cui presta attenzione la Caritas diocesana di Roma. Più che un lavoro, la stessa Caritas vive nel suo operato una vera missione, cercando di rispondere con amore e con professionalità al grido degli ultimi, degli invisibili: quelli che non dovrebbero farci dormire.

La mia esperienza in questo contesto è un dono immenso i cui frutti mi rallegrano il cuore. La storia di chi vive con me diventa parte di me, mi coinvolge e mi emoziona; spesso mi addolora, ma mi sprona anche a crescere come donna, come sorella e come madre.

All’interno del mio Istituto — sono una suora Francescana di santa Filippa Mareri — ho accolto la grazia di vivere altre esperienze di povertà: anzitutto nel servizio ai giovani in ricerca e in discernimento vocazionale; per diversi anni ho avuto il dono di condividere una volta la settimana un tempo con le donne recluse nella casa circondariale di Perugia e di partecipare nella periferia di quella città alla preghiera serale per le ragazze che vivono il dramma della prostituzione; per dieci anni ho condiviso parte dell’estate con i bambini indigenti dell’Albania, dove la congregazione a cui appartengo è presente da oltre 25 anni e opera in uno dei villaggi più poveri del Paese.

Riprendendo le parole di Papa Francesco, riconosco che la povertà più grande sta proprio nel non lasciarsi amare, e di conseguenza nel non amare: nel non porre lo sguardo al fratello che è il mio prossimo, colui mi è stato messo accanto proprio per educarmi ad amare. Sul mio cammino ho incontrato tante persone ferite: ai miei occhi sono le più belle! Oggi dinanzi a tutto questo ho capito che Dio mi ha messo di fronte a un cambio radicale di prospettiva e che il primo dono di cui godo è quello di essere sua figlia amata. Sarà il suo Spirito a condurmi sempre dove Lui ha “bisogno” di me.

di Antonia Maria Stradiotto
Suora Francescana di santa Filippa Mareri