· Città del Vaticano ·

Un’altra strada

Silvio Orlando in «I magi randagi» (Sergio Citti, 1996)

Il quarto magio di Muolo

18 novembre 2020

Il rischio di raccontare una storiella edificante buona solo come strenna pre-natalizia c’era tutto. Mimmo Muolo, vaticanista del quotidiano «Avvenire», alla sua prima prova come romanziere, non cade nella trappola rendendo la sua rilettura della leggenda del quarto magio (Per un’altra strada Milano, Paoline, 2020, pagine 224, euro 16) una parabola moderna che appassiona e scuote il lettore, a prescindere dal suo credo.

L’autore confessa alla fine del libro che è stata una predica del suo parroco a fargli conoscere la favola del magio ritardatario, che aveva ispirato a fine Ottocento il pastore presbiteriano Henry van Dyke e più recentemente lo scrittore francese Michel Tournier. Nel secolo scorso, persino Pasolini si era innamorato da regista di questo personaggio così moderno, sognando di affidarlo al volto scavato e intenso di Eduardo De Filippo. Dalla sua idea non realizzata Sergio Citti trasse nel 1996 il soggetto del film I magi randagi.

Ma se i tre re saggi provenienti dall’Oriente, che per tradizione apocrifa aggiungiamo ai nostri presepi il 6 gennaio, sono simbolo dell’Epifania di Gesù Bambino a tutta l’umanità, il loro quarto compagno, apparentemente sfortunato nella tempistica, diventa nel libro di Muolo metafora attualissima di chi, durante il viaggio, perde la sua stella e rischia di non trovare più il suo Dio.

Anche in questa versione, Artaban — questo il nome del magio protagonista — vorrebbe portare in dono al Bambinello delle pietre preziose, ma giunge a Betlemme quando già la Sacra Famiglia è emigrata in Egitto per sfuggire a Erode. Inizia una rincorsa contro il tempo lungo le riarse piste desertiche che diventa metafora dell’inquieta esistenza dell’umanità contemporanea, incapace di trovare un senso alla sofferenza, eppure attirata dal trascendente.

Nel suo viaggio di formazione il quarto magio di Muolo si confronta con situazioni sociali e politiche estreme che ci suonano familiari: incontra migranti disperati, vittime di tratta, perseguitati, assieme ad alcuni personaggi evangelici rivisitati per l’occasione. Combattuto tra un approccio intellettualistico o etico-morale alla religione, sperimenta alla fine sulla sua pelle la “rivoluzione copernicana” di un Dio che si fa uomo. Scopre come il cammino sia la vera meta e la realtà dell’incontro sia superiore all’idea.

«La fede ha bisogno anche di fantasia e immaginazione — commenta il teologo Pino Lorizio — e le pagine di questo romanzo ci mostrano un Dio che non è solo nella natura che ci circonda e nella Bibbia, ma anche nella storia dei nostri giorni che viene così illuminata dalla fede».

Nei primi capitoli, prima ancora di cominciare il viaggio, Artaban dialoga con una vedova di nome Marjan che gli parla di Dio come un contadino che ama le sue piante e a volte opera degli innesti, affinché portino più frutto. Un dolore che Dio permette per la crescita e non per la morte. «Non capisco — replica il Quarto Magio — come può il dolore salvarci?». Solo in cima al Golgota Artaban troverà la risposta.

di Fabio Colagrande