· Città del Vaticano ·

La poesia come forma di conoscenza

Vinícius de Moraes

Nella «Querida Amazonia»

18 novembre 2020

C’è qualcosa che non va nel nostro modo di guardare le cose, scrive Vinicius de Moraes in Para vivir un gran amor. «Il mondo soffre per la trasformazione dei piedi in gomma, / delle gambe in cuoio, del corpo in tessuto e della testa in acciaio — scrive de Moraes, in un passo citato dal Papa nell’esortazione apostolica Querida Amazonia — Il mondo soffre per la trasformazione della pala in fucile, /dell’aratro in carro armato, /dell’immagine del seminatore / che sparge semi in quella dell’automa con i suoi lanciafiamme, / dalla cui semina germogliano deserti». La realtà da qualitativa, portatrice di un senso misterioso, di una inesauribile meraviglia, diventa solo quantitativa, materia inerte da misurare, comprare, vendere, consumare e distruggere. Solo la poesia «con l’umiltà della sua voce, / potrà salvare questo mondo». Non è un appello sentimentale, quello del re della bossa nova, ma un consiglio di metodo. La poesia è una forma di conoscenza, intuitiva, organica, sintetica, alternativa all’analisi perpetua di un razionalismo astratto che seziona cose e persone come materia inerte, come nell’autopsia di un cadavere, invece da lasciarsi investire dalla sovrabbondanza della realtà, che supera da ogni parte la capacità di capire, la portata della mente umana. Altri celebri versi, anch’essi presenti in Querida Amazonia, possono farci capire meglio la radicale diversità di questo approccio alla conoscenza. «Quelli che credevano che il fiume fosse una corda per giocare si sbagliavano — scrive Juan Carlos Galeano — Il fiume è una vena sottile sulla faccia della terra. (…) Il fiume è una fune a cui si aggrappano animali e alberi. / Se tirano troppo forte, il fiume potrebbe esplodere. / Potrebbe esplodere e lavarci la faccia con l’acqua e con il sangue». Los que creyeron di Galeano riecheggia l’ironica, profondissima meditazione di TS Eliot in The Dry Salvages, il terzo dei Quattro Quartetti: «Non so poi molto degli dei; penso però che il fiume / Sia un forte dio bruno – imbronciato, selvatico, intrattabile, / Paziente fino a un certo punto, dapprima visto come una frontiera; / Utile e infido per trasportare commerci; / Infine solo un problema per costruttori di ponti. / Risolto il problema, il dio bruno è quasi dimenticato / Dagli abitatori di città – sempre, comunque, implacabile / Ancora con le sue stagioni e le sue ire, distruttore, memoratore / Di ciò che gli uomini hanno scelto di scordare. Non onorato, non propiziato/ Dagli adoratori delle macchine, ma in attesa, vigile e in attesa». Un fiume non può mai essere, solo, un problema; è una presenza misteriosa, solenne, portatrice di vita, simbolo della misteriosa connessione di tutte le cose. «Rio delle Amazzoni / capitale delle sillabe dell’acqua, padre patriarca, sei / l’eternità segreta/delle fecondazioni, / a te scendono fiumi come uccelli» scrive Pablo Neruda in uno dei componimenti contenuti in Canto General (anch’esso citato nell’esortazione apostolica). «In una manciata di versi — chiosa Daniele Gigli commentando la drastica riduzione conoscitiva illustrata in Dry Salvages — Eliot schizza la paradossale condizione che muove l’evoluzione umana, quella condizione per cui tanto più l’uomo acquista capacità tecnica nell’abitare il mondo, tanto più rischia di allontanarsi da quel sentimento elementare di sé, da quell’esperienza di finita infinitezza che del suo abitare il mondo intuisce e indirizza il senso». Ecco allora, nello sguardo delle generazioni che si susseguono, il passaggio da un’umanità atterrita dall’esserci delle cose, e perciò ad esse devota, a un’umanità così scaltrita, così presuntamente padrona di sé e del mondo che abita da tentare continuamente di sezionarlo e dominarlo. «Ed ecco allora il fiume, dio temibile e ombroso — continua Gigli — divenire dapprima un mezzo da sfruttare con cautela, quindi un seccante intralcio da gestire. Ma sotto l’illusione del possesso, persiste in ogni uomo la percezione di una inesorabile alterità delle cose, del loro essere date. Se anche gli uomini hanno scelto di scordare, il dio bruno resta vigile e in attesa, pronto a richiamarli alla loro finitezza, all’appartenenza a un tempo e a un luogo di cui — per quanto possano misurarli — non sono padroni, ma servi». Oscuramente, confusamente, l’uomo sa che la sua conoscenza, la sua limitata visione del mondo non basta a renderlo felice. «Ho bisogno di qualcuno più vicino a me di me stesso, di qualcuno che mi ami come io non sono capace di amare, neanche me stesso» dice in sintesi la splendida poesia di don Pedro Casaldáliga citata al termine del documento: «Galleggiano ombre di me, legni morti — si legge in Carta de navegar (Por el Tocantins amazónico) — Ma la stella nasce senza rimprovero/sopra le mani di questo bambino, esperte / che conquistano le acque e la notte. / Mi basti conoscere / che Tu mi conosci interamente, / prima dei miei giorni».

di Silvia Guidi