· Città del Vaticano ·

Intervista al vescovo Žerdín, vicario apostolico di San Ramón in Perú

È lo Spirito che guida la Chiesa

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18 novembre 2020

Il vescovo francescano Anton Gerardo Žerdín, dei Frati minori, è un profondo conoscitore dei popoli amazzonici che vivono lungo i fiumi Ucayali, Urubamba e Tambo, nella selva centrale del Perú. È stato missionario tra gli shipibi, e uno dei tratti distintivi del suo ministero è proprio l’opzione preferenziale per gli indigeni. Vicario apostolico di San Ramón dall’inizio degli anni Duemila, è tra i maggiori promotori del Centro di ricerca e formazione interculturale Nopoki. In questa intervista a «L’Osservatore Romano» ricorda la propria partecipazione al Sinodo del 2019.

Cosa l’ha colpita maggiormente di quell’esperienza?

Il fatto che l’Amazzonia, terra molto emarginata, in cui anche noi missionari ci sentiamo tali, sia finita al centro dell’attenzione della Chiesa e del mondo. A questa realtà positiva si sono però contrapposte le resistenze e le critiche esterne, come a dirci: tacete, non siete voi a segnare il passo del cammino della Chiesa!

Ma ci sono state anche orecchie attente?

Certamente, quelle di chi cerca spiegazioni. Per esempio, in Italia sono stato invitato dalla diocesi di Capua a una veglia missionaria, durante la quale ho potuto dire che dobbiamo confidare nel fatto che è lo Spirito a guidare la Chiesa, e che l’America latina rappresenta più della metà del mondo cattolico ed è quindi ora che si ascolti pure la sua voce e si tenga conto del suo sguardo sulla vocazione della Chiesa universale. Anche a Firenze è stato organizzato un incontro simile e lo stesso cardinale arcivescovo Betori ha ascoltato con attenzione le mie parole e ha mostrato la propria soddisfazione dicendo: ora sì che capiamo meglio il Papa.

Lei conosce e frequenta tutte le comunità indigene del suo vicariato. Come è stato accolto il Sinodo da queste?

Esse mostrano sempre un certo entusiasmo e interesse per le celebrazioni, anche se un vero e proprio impatto non si vede ancora. Ciò può essere dovuto anche all’isolamento imposto dal covid-19. Nonostante la pandemia, shipiba e ashãninka hanno comunque chiesto che si continuassero a tenere gli incontri con gli animatori cristiani. So che in altre zone dell’Amazzonia l’impatto è molto più forte. In ogni modo le organizzazioni indigene che conosco stanno prendendo maggiormente in considerazione la Chiesa e la sua capacità di accompagnamento dei loro sforzi per autoaffermarsi. Prima invece tenevano conto solo delle organizzazioni non governative (ong).

All’università Nopoki, a livello educativo, si parla del Sinodo?

Sì, chiaro, se ne parla, visto che Delio Siticonatzi e io, che apparteniamo a quella comunità, abbiamo partecipato entrambi all’assise in Vaticano. Allo stesso tempo, negli incontri di pastorale indigena, sia in presenza sia virtuali, si è riflettuto sul documento finale e anche sull’esortazione post-sinodale Querida Amazonia. Inoltre si stanno preparando edizioni popolari con frasi di grande impatto tratte da entrambi i documenti e tradotte in lingue indigene.

È stato lanciato qualche progetto ispirato al Sinodo?

Caritas Perú e anche le due Caritas vicariali hanno mostrato grande interesse ad aiutare le comunità indigene e la stessa Nopoki con cibo, medicine e progetti produttivi. Si sta anche preparando un grande progetto da cui trarranno beneficio tutte le giurisdizioni della selva peruviana, soprattutto per la sua proiezione verso le comunità. Esso riguarda gli ambiti della salute, della produzione alimentare, dell’educazione, tra gli altri.

Qual è la situazione attuale rispetto al covid-19? Che ripercussioni sta avendo la pandemia sulla vita quotidiana?

Lo Stato ha offerto aiuti anche ai membri delle comunità native. Tuttavia il fatto di andare in città e fare lunghe file per ritirare i contributi economici è stato uno dei fattori di diffusione del contagio nelle comunità native, che altrimenti si sono fortemente isolate. In quanto alla didattica online, semplicemente non funziona nelle comunità, e ciononostante le autorità governative non permettono la didattica in presenza. A Nopoki, anche quando eravamo isolati e chiusi, abbiamo organizzato “laboratori” che hanno salvato l’anno accademico. Ora in Perú ci sono gravi problemi politici sui quali ha influito pure la pandemia. Ed è opinione diffusa che ora dovremmo aspettarci una seconda ondata.

di Ruben Paravecino