· Città del Vaticano ·

Per camminare nella speranza

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Incontro promosso dalla diocesi di Roma

17 novembre 2020

La «speranza è audace» e fa vedere «oltre la paura e lo sconforto». Ecco perché «un vero cammino di fraternità nella Chiesa, tra i credenti di ogni religione e tra tutti i popoli», non può non avere come denominatore comune la speranza, tanto più in un tempo di prova come questo. Lo ha detto il cardinale vicario di Roma, Angelo De Donatis, introducendo domenica sera, 15 novembre, l’incontro sul tema «Fratelli tutti. Una lettura dell’enciclica di Papa Francesco sulla fraternità e l’amicizia sociale». Promosso dalla diocesi dell’Urbe, l’appuntamento — che ha avuto luogo nell’aula della Conciliazione del Palazzo apostolico Lateranense — si è tenuto senza la presenza del pubblico, a causa della pandemia da covid-19, ed è stato trasmesso in streaming.

La prima riflessione sul documento papale è stata proposta dal cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, il quale ha offerto una lettura articolata su tre piste di riflessione, tre “quadri” su cui riflettere. Nel primo quadro, ha detto, che comprende i capitoli 1 e 2, si parla delle ombre di un mondo chiuso. L’immagine tratteggiata è quasi quella di prigione, di chiusura, di mancanza di respiro. Si può dire, ha sottolineato, che l’enciclica elenchi una sorta di “litania nera”. In particolare, evidenzia come la globalizzazione si stia incrinando all’incombere degli individualismi, dei nazionalismi, degli egoismi. Il quadro descrive uno scenario in cui si moltiplicano i conflitti regionali, con tutte le relative paure e miserie, e in cui anche la cultura digitale crea diseguaglianze. Si introduce poi la parabola del buon samaritano che rappresenta, al tempo stesso, la vicenda dello sventurato e il simbolo di tutte le sciagure. Ma in questa parabola, c’è un elemento importante: la mano che si tende per sollevare e per liberare.

Concetto, questo, sviluppato nei capitoli che vanno dal 3 al 6 che introducono il secondo quadro. La mano, ha affermato il cardinale, è ormai tesa e solleva lo sventurato. In questi brani si usano verbi come proteggere, promuovere e integrare. Si parla di una politica che non deve sottomettersi totalmente all’economia, ma avere un respiro più ampio. Nel capitolo 6, in particolare, viene gettato uno sguardo sulla società all’insegna del dialogo e dell’amicizia. Viene evidenziata la cultura dell’incontro, fondamentale nel messaggio di Papa Francesco. In questo capitolo dedicato alla società vi è un tema appena accennato ma significativo, quello della gentilezza dell’apostolo Paolo.

Nel terzo quadro, che abbraccia i capitoli 7 e 8 dell’enciclica, l’apertura si allarga all’infinito, al dialogo interculturale e interreligioso. In questo coinvolgimento di tutte le culture e le religioni, ci sono alcuni nuclei tematici rilevanti, tra i quali quello della pace che sboccia dal superamento dell’iniquità nella distribuzione dei beni. Si tratta di un invito a calibrare bene la dialettica tra perdono e giustizia. Infatti, ha detto Ravasi, la giustizia necessaria deve comprendere anche l’aspetto del perdono. In questo senso, la pena di morte, inaccettabile sul piano morale, non è neppure legittima sul piano penale, così come non lo è l’ergastolo, quale “pena di morte nascosta”.

Di semi di bene e di percorsi di speranza ha parlato padre Fabio Baggio, sotto-segretario della Sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, nel suo intervento su «Le sfide odierne della comunità ecclesiale». Padre Baggio ha scelto di soffermarsi sulle sfide proposte nell’enciclica viste da una prospettiva peculiare, quella della pastorale della mobilità umana. Le diverse reazioni delle comunità di fronte a questo fenomeno, ha fatto notare lo scalabriniano, permettono di verificare la cultura dello scarto che si oppone alla cultura dell’incontro. La prima, ha detto, provoca i suoi nefasti effetti nelle dimensioni umane e nelle relazioni. Un particolare rischio in questa cultura è quello di diventare insensibili davanti allo spreco, a cominciare da quello alimentare. Lo scarto, ha sottolineato il sotto-segretario, trova facile applicazione nei processi migratori. Infatti, spesso i migranti vengono considerati non abbastanza degni di partecipare alla vita sociale. Vengono ritenuti meno importanti, meno umani. Ma è inaccettabile, ha chiarito, che i cristiani approvino la cultura dello scarto, che contrabbanda l’illusione di essere onnipotenti, quasi come membri di una élite mondiale, con l’isolamento e la morte della fraternità. Davanti a questa mentalità, ha sottolineato, il Papa invita tutti alla cultura dell’incontro, perché gli altri sono necessari.

È intervenuta infine Stefania Falasca, vice-presidente della fondazione vaticana Giovanni Paolo i e giornalista di «Avvenire», che ha sviluppato il tema «L’enciclica Fratelli tutti nel magistero di Papa Francesco». Falasca si è detta convinta che questa enciclica, a otto anni dall’elezione di Papa Francesco, rappresenti il punto di ricapitolazione del suo magistero. È una sorta di chiave di volta e una provocazione attualissima, perfino dirompente considerato il contesto epocale che stiamo attraversando. La giornalista ha fatto riferimento a Francesco d’Assisi, sotto il cui patronato il Papa ha posto la fratellanza, affidandola proprio a quel santo che partecipa alla vita di ogni creatura e supera ogni barriera, aprendosi alla fraternità universale. Il carisma del Poverello, ha detto, ha giocato un ruolo singolarissimo nel corso di un profondo cambiamento d’epoca, così come lo è il nostro presente. L’enciclica Fratelli tutti, infatti, esce in un crinale da emergenza pandemica e si colloca in un tempo di sgretolamento, di relativismo culturale che esalta l’individualismo e porta in auge un certo manicheismo.

Durante l’incontro sono stati letti alcuni brani dell’enciclica di Papa Francesco dagli attori Aleandro Fusco e Ilaria Fantozzi. Sono stati, inoltre, proposti alcuni brani musicali, eseguiti dal coro della cappella di Santa Maria in Montesanto, diretto da Fabrizio Vestri.

di Nicola Gori