· Città del Vaticano ·

La liberazione di Roma nei ricordi di Renzo Gattegna bambino

Il primo giorno di luce

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17 novembre 2020

Questo brano è un’anticipazione tratta dal libro «Luce» curato da Francesca Romana de’ Angelis, in uscita per Studium

«L’inverno è finito» disse mia madre quella mattina indossando un cappellino di paglia al posto di quello di velluto color rubino, poi allegra si chiuse alle spalle la porta e, seguita da noi tre figli bambini, scese le scale volando, quasi fosse tornata ragazza.

Pochi passi e arrivammo a Piazza di Spagna che quel giorno mi sembrò diversa. Sempre bellissima con la sua scalinata che sale verso il cielo, la facciata della chiesa a racchiuderla, le case poggiate di sghembo ai lati come fossero capitate lì per caso e dovessero andar via, le palme e la fontana a forma di barca che faceva sognare il mare. In quella mattina assolata di quasi estate, Piazza di Spagna non era più il deserto che era stata in quegli anni di guerra, ma era tornata il cuore vivo di Roma come se in tanti avessero pensato di riprendersi da lì la città che finalmente tornava libera.

Quando apparvero le prime camionette un’esplosione di gioia attraversò la piazza e i militari alleati furono circondati da quella folla festante che applaudiva, sventolava bandiere e fazzoletti, piangeva, lanciava fiori. I soldati sorridevano, ricambiavano i saluti, stringevano mani e, quasi per rispondere concretamente a tanto entusiasmo, distribuivano dolcetti soprattutto ai bambini. Venivamo tutti, chi più e chi meno, da un lunghissimo tempo di ristrettezze, quando non di vera e propria fame. Quello che a tavola c’era, quando c’era, era sempre poco. Bisognava dividere, accontentarsi, tenere da parte per giorni che potevano anche essere peggiori. Come tutte le madri, mia madre aveva cercato di fare l’impossibile per portare ogni giorno a tavola qualcosa. Lo zucchero poi da tempo era scomparso e quella dolcezza che mancava sembrava il segno più vistoso di tempi tanto crudeli. Quella mattina ritrovarsi in mano cioccolata, caramelle e gomma da masticare — una novità che imparammo in fretta ad apprezzare — ci regalò un’incontenibile allegria. Ricordo che riempii le tasche dei miei pantaloncini con la sensazione di aver ricevuto in dono un tesoro.

Non so quanto tempo passò. Mia madre, felice e commossa, sembrava aver perduto la strada di casa. Ero stanco e stordito da tante emozioni. A un tratto, per attirare la sua attenzione, la tirai timidamente per la giacca. Lei capì e dopo poco disse «andiamo» e si avviò, ma prima di svoltare per la salita di San Sebastianello si girò a guardare un’ultima volta la piazza, quasi a imprimersi nella memoria ogni dettaglio di quella mattina luminosa. Arrivati al Pincio ci indicò una panchina e noi tre, come sempre, ci disponemmo intorno a lei.

Avrei voluto mangiare un dolcetto e poi farmi un sonnellino poggiato alla sua spalla ma guardandola mi accorsi che voleva dirci qualcosa, anche se aveva in volto un’espressione diversa dal solito: leggera, sorridente, come si fosse liberata da un incubo.

Era stata bravissima in tutto quel tempo. Sola, con tre bambini piccoli, in un quartiere diverso da quello in cui eravamo nati, in due stanze di un convento che ci aveva offerto riparo, con il marito lontano, nascosto in qualche rifugio di fortuna. Senza mai alterare la verità, ma usando parole caute per non alimentare in noi altre paure, aveva sempre cercato di rispondere alle nostre domande. Troppo piccoli per capire davvero, tutti e tre avevamo la percezione di essere in costante pericolo e solo la sua amorevole e rassicurante presenza ci aveva permesso di vivere almeno un po’ di quella gioia che è necessaria all’infanzia come l’aria che si respira.

«Da oggi cambia tutto» disse allegra e provò a spiegarci il significato di quella festa spontanea. I soldati che avevamo visto sfilare su camionette e blindati erano ragazzi che avevano lasciato le loro famiglie e le loro città, rischiando la vita e rinunciando alla giovinezza, per venire a combattere in un paese sconosciuto una guerra scatenata dalle dittature europee. Mia madre aggiunse tante altre cose: non avevamo più bisogno di adottare tutte quelle precauzioni necessarie quando uscivamo; potevamo riprendere il nostro cognome e tornare nella casa che avevamo lasciato in fretta quando si era sparsa la voce che i tedeschi stavano arrivando e che avrebbero portato via tutti gli ebrei. Ma la cosa più bella che disse fu che avremmo potuto riabbracciare nostro padre. Erano mesi che non sapevamo nulla di lui, costretto a nascondersi e a cambiare spesso domicilio. A quelle parole mi lanciai tra le sue braccia, in uno slancio di felicità che vinse sul tempo i miei fratelli.

Quella notte dormimmo tutti pochissimo. L’emozione per la giornata che avevamo vissuto e il senso di attesa per tutte le cose belle che sarebbero venute avevano risvegliato in noi una sopita vitalità. Fino a quel momento avevamo dovuto essere prudenti, diffidare di tutto, guardarci sempre alle spalle.

La paura di un male a cui noi bambini non sapevamo dare un nome, ma che avvertivamo negli adulti tanto concreto e minaccioso, come se allungando una mano potessimo toccarlo, ci aveva fatto vivere a passi rallentati, quando non aveva trattenuto la vita. Quella notte chiesi a mia madre di dormire con lei e mi fu concesso. Ricordo che al tepore del suo abbraccio e alla dolcezza della sua voce riuscii a prendere sonno.

Nella vita ci sono immagini, parole, suoni che restano per sempre nella memoria. Per me fu un bussare alla porta di casa. Quel rumore che fino a poche ore prima ci avrebbe gettati nell’angoscia fu un segno di speranza e poi un’infinita gioia. Erano le prime ore del mattino e qualche raggio di sole filtrava già denso e forte dalla persiana appena sgranata, mia madre si alzò di scatto dal letto e senza neanche indossare la vestaglia, come faceva sempre, si precipitò nell’ingresso. Non perse tempo a guardare dallo spioncino, girò a fatica la chiave perché le mani le tremavano e aprì. Alto, forte, sorridente, come nei suoi giorni migliori, mio padre apparve nel vano della porta. Lui strinse mia madre e poi noi bambini in un lungo, silenzioso abbraccio.

Quel bussare alla porta, un rumore tutto sommato lieve, ci aveva subito svegliato forse perché avevamo tutti il sonno leggero dei perseguitati. Eravamo abituati ai rumori così come al silenzio e le sirene che davano l’allarme non spaventavano più di quelle strade vuote senza una voce, come se l’umanità fosse sparita. Quel bussare alla porta, che non ho mai dimenticato, è ancora oggi per me il suono dell’infanzia che tornava.

Per giorni e giorni continuai a seguire mio padre come un’ombra. Lo osservavo, lo ascoltavo, lo scoprivo. A modo mio, come poteva fare un bambino così piccolo. Non l’avevo dimenticato in quei mesi di esilio. A ricordarmelo ci pensava mia madre che ne parlava spesso e sempre in modo quieto, come se lui dovesse tornare a casa di lì a poco, finito il suo lavoro. Due o forse tre volte in tutto quel tempo di separazione, lo avevamo incontrato in una delle terrazze intermedie del Pincio. Mia madre non ci avvisò mai prima e che ci fosse qualcosa di diverso nell’aria potevamo intuirlo dall’espressione contratta del suo viso, dal passo più rapido del solito, dal suo furtivo ma insistente guardarsi intorno. Al nostro arrivo mio padre era già lì, ad aspettarci. Poche parole, molti sorrisi, qualche carezza a noi figli e le loro mani strette, come due naufraghi che restando vicini sperano più facile la salvezza. Non sono mai più tornato in quell’angolo nascosto di Roma, eppure ricordo tutto, anche il profumo di terra e di muschio che ci avvolgeva.

Con il ritorno di papà a poco a poco riprese il tempo di prima. Nessuno avrebbe mai potuto dimenticare, ma la vita premeva e tutti ne avevano sprecata anche troppa. Furono giorni di poche parole, come se i miei avessero bisogno di silenzio per riuscire a credere che il passato era finito davvero e cominciava il dopo. Ripartirono dalla nostra casa, quel luogo amato che avevamo abbandonato in fretta, appena prima che si trasformasse in una trappola mortale. Andammo a piedi e quella lunga passeggiata fece bene a tutti. Mio padre per la prima volta si lasciò andare a qualche confidenza e ci parlò degli aiuti che aveva ricevuto da fedeli amici e da generosi estranei. Salimmo lentamente i tre piani di scale. La porta di casa recava i segni inconfondibili della forzatura e non fu necessario usare le chiavi. Sapevano i miei che era stata visitata dai nazifascisti, ma forse non si aspettavano lo spettacolo che si aprì ai loro occhi. La delusione di chi aveva sperato di sorprenderci per poterci catturare, di fronte all’appartamento vuoto, si era trasformata in una violenza rabbiosa: avevano trafugato ogni oggetto che avesse un pur minimo valore e distrutto tutto il resto, violando ogni angolo della nostra casa. Mia madre a quella vista disse «Bambini» una parola innocua che era il suo modo gentilmente imperioso di richiamarci e ci portò subito via, mentre mio padre ci raggiunse in strada qualche momento dopo. Nei giorni seguenti sarebbero tornati da soli nella nostra casa per cancellare, con tanta fatica e tanta pena, tutti i segni di quella devastazione.

Anni dopo chiesi a mia madre di quel giorno perché, pur fugaci come erano state, quelle immagini — un accanimento contro le cose perché non avevano trovato le persone — si erano impresse con forza nella mia memoria. Lei con la consueta pacatezza mi raccontò, senza nascondermi niente: ormai non ero più un bambino da proteggere, ma un ragazzo che doveva sapere. Le sue parole, che non ho mai dimenticato, riassumono bene il coraggio, la dignità, l’umanità dei miei genitori. Non persero neanche un momento a rimpiangere quello che con tanto amore avevano costruito insieme e che era stato distrutto. Prendendo coscienza di quel disastro provarono un senso di orgoglio per aver salvato sé stessi e i figli sfuggendo ai loro carnefici. Subito dopo il loro pensiero andò a tutte le persone e a tutte le famiglie, conosciute e sconosciute, che avevano subito la loro stessa persecuzione. Dove erano, chi si era salvato, chi non sarebbe tornato? Ancora non si conoscevano i dettagli di quella immane tragedia, ma giungevano di continuo notizie che superavano ogni immaginazione di crudeltà. Ricordo che mia madre quel giorno stringeva in mano un fazzoletto e mentre parlava si premeva gli occhi per trattenere le lacrime davanti a me.

A volte la nostra memoria dell’infanzia è aiutata dai racconti dei genitori, dei nonni, dei fratelli più grandi o più semplicemente dalle foto che restano di quegli anni. Senza saperlo mescoliamo ai nostri i ricordi degli altri. Quella mattina di giugno a Piazza di Spagna è il primo ricordo che mi appartiene interamente, come se la vita per me fosse cominciata quel giorno. Avevo quattro anni, troppo pochi per capire il senso di quegli eventi, ma sufficienti per sentirne l’impatto emotivo e trattenerli per sempre nella mente e nel cuore. Nel corso degli anni successivi quelle scene di incontenibile gioia collettiva sarebbero tornate spesso ad affiorare nella memoria, ma non erano più solo immagini del passato perché con il tempo avevano acquistato un senso compiuto ed erano diventate per me un riferimento insostituibile. La conseguenza più importante dell’aver vissuto quel giorno fu la convinzione di appartenere a una generazione fortunata che non avrebbe più vissuto guerre né la violenza di una dittatura. Le difficoltà politiche, economiche, sociali che l’Italia avrebbe attraversato invece di incrinare quell’ottimismo ebbero l’effetto di consolidarlo facendone una caratteristica stabile e fondamentale del mio carattere. Una visione positiva e costruttiva della vita che è stata sempre saldamente intrecciata a una forte convinzione: il futuro non è un destino predeterminato ma nasce dalle scelte, dalle azioni, dalle parole e dalla capacità degli esseri umani di vivere e di trasmettere i valori della libertà e del rispetto della vita, accettando e valorizzando le differenze e condannando con forza l’uso della violenza e della sopraffazione, dovunque e contro chiunque. E che disimpegno e indifferenza possono essere pericolosi quanto la connivenza e la complicità. I soldati che quel giorno sfilarono per le vie di Roma furono protagonisti e testimoni non solo di una pagina importante della storia, ma del ritorno di quella civiltà che le dittature avevano tentato di distruggere.

«L’inverno è finito» aveva detto mia madre indossando il cappellino di paglia. L’inverno era finito davvero quel 4 giugno 1944, il mio primo giorno di luce.

di Renzo Gattegna