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Il Myanmar alla ricerca di stabilità dopo la vittoria elettorale di Suu Kyi

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Dalla crisi dei rohingya ai rapporti con le potenze regionali: tutti i nodi ancora aperti

16 novembre 2020

La vittoria della Lega nazionale per la democrazia (Nld) alle elezioni legislative svoltesi lo scorso 8 novembre in Myanmar apre nuove prospettive per il Paese asiatico. Il partito guidato da Aung San Suu Kyi, vincitrice del Premio Nobel per la pace nel 1991 e attualmente consigliere di Stato (una carica equivalente alla posizione di primo ministro), ha ottenuto 396 seggi sui 498 disponibili del Parlamento bicamerale, bissando il successo del 2015.

Va detto che un quarto degli scranni sono riservati ad esponenti nominati dai militari, che hanno dominato per decenni la vita politica del Paese e che solamente nel 2011 hanno concesso una parziale apertura del sistema. Lo Union Solidarity and Development Party, considerato vicino ai militari, ha ottenuto appena 33 seggi ed ha espresso dubbi sulla legittimità del voto arrivando a chiedere la ripetizione degli scrutini.

Le forze armate, conosciute anche con il nome di Tatmadaw, godono di ampi poteri e, secondo quanto previsto dalla Costituzione del 2008, possono nominare i ministri degli Affari di confine, della Difesa e degli Interni. Le prerogative costituzionali del Tatmadaw sono in grado di limitare il controllo esercitato da eventuali partiti di opposizione sull’esecutivo. La Lega nazionale per la democrazia, che si era imposta alle elezioni del 2015, ha cercato, in passato, di ridimensionare il ruolo dei militari con una serie di emendamenti costituzionali volti a ridurre il numero di seggi riservati all’esercito. Tutti i tentativi sono però falliti dato che, per avere successo, avrebbero avuto bisogno del voto in favore di più dei tre quarti dei deputati e l’esercito si è opposto con fermezza.

Il Myanmar guarda dunque al futuro con incertezza. La Lega nazionale per la democrazia gode del forte sostegno del gruppo etnico bamar, che costituisce la maggioranza dei cittadini. I rapporti con la minoranza etnica musulmana dei rohingya sono, invece, molto diversi. Il gruppo etnico è stato oggetto di un’offensiva militare nel 2017 — definita un “genocidio” dalle Nazioni Unite e da altri attori — e centinaia di migliaia di rohingya sono stati costretti a rifugiarsi nel vicino Bangladesh. Chi è rimasto è invece costretto — secondo fonti di stampa e rapporti dell’Onu — a vivere in uno stato di semi prigionia e non ha potuto votare o prendere parte alle elezioni perché privo dei requisiti di cittadinanza. La gestione della vicenda rohingya da parte di Aung San Suu Kyi, molto amata in Myanmar, ha provocato critiche da parte della comunità internazionale.

Ora, uno degli obiettivi dell’esecutivo della Lega nazionale per la democrazia dovrà essere quello di formalizzare un’intesa con i gruppi di guerriglieri afferenti alle minoranze etniche della nazione. Questi gruppi hanno combattuto per decenni contro il governo centrale e solamente nel 2011 è stato raggiunto un accordo per il cessate il fuoco a livello nazionale. L’accordo continua a trascinarsi ma, salvo alcune eccezioni, non è sfociato in una vera e propria pace. Alcuni gruppi, come l’Armata dell’Arakan, continuano ad opporsi alle forze di sicurezza.

Su un piano più generale, il Paese asiatico, già isolato per molti decenni e marginalizzato nelle dinamiche politiche dell’Asia, ha bisogno di riguadagnare spazio sulla scena regionale. Diverse nazioni asiatiche sembrano interessate ad intrecciare rapporti proficui con il Myanmar. La Cina si è riavvicinata al Paese così come il Giappone e l’India.

Il Myanmar si trova in una posizione strategica nel continente asiatico, a metà strada, di fatto, tra l’Asia meridionale e quella sud-orientale. Il Paese dovrà cercare di sfruttare i propri punti di forza per stringere nuove amicizie e per migliorare la propria situazione economica.

Non bisogna dimenticare, infatti, che il covid-19 si è diffuso anche qui e che i casi sono in costante crescita sin dal mese di agosto.

di Andrea Walton