· Città del Vaticano ·

Il coraggio necessario in questo tempo di incertezza

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16 novembre 2020

Kalòs kìndinos ripeteva l’antica saggezza greca: “è bello il pericolo, il rischio”. A modo suo questo concetto lo ha ripetuto anche Papa Francesco ieri mattina commentando la parabola dei talenti: «Nel Vangelo i servi bravi sono quelli che rischiano. Non sono cauti e guardinghi, non conservano quel che hanno ricevuto, ma lo impiegano. Perché il bene, se non si investe, si perde; perché la grandezza della nostra vita non dipende da quanto mettiamo da parte, ma da quanto frutto portiamo. Quanta gente passa la vita solo ad accumulare, pensando a stare bene più che a fare del bene. Ma com’è vuota una vita che insegue i bisogni, senza guardare a chi ha bisogno! Se abbiamo dei doni, è per essere noi doni per gli altri […] Rischiare: non c’è fedeltà senza rischio. Essere fedeli a Dio è spendere la vita».

Kalòs kìndinos quindi. Però dai tempi antichi ai nostri giorni qualcosa è accaduto, lungo il tortuoso percorso del pensiero, sia quello “alto”, filosofico, che quello “basso”, il pensiero comune. Sta di fatto che oggi il “dogma” vincente è quello della certezza e della sicurezza di cui parla san Paolo nella lettera ai Tessalonicesi citata dal Papa: «E quando si dirà: “Pace e sicurezza”, allora d’improvviso li colpirà la rovina, come le doglie una donna incinta; e nessuno scamperà». Il testo biblico e il Papa mettono in guardia rispetto all’illusorietà di quest’atteggiamento che fugge il brivido del rischio in nome della confortante certezza, ma non c’è niente da fare: nell’Occidente florido, sano e sicuro del secondo dopoguerra il pensiero unico dominante è quello che identifica la verità con la certezza, per cui l’unica dimensione che ha il diritto di potersi dire “vera” è quella scientifica. Chi frequenta le aule scolastiche dopo pochi giorni può fare questa semplice constatazione: per le giovani generazioni “vero” è uguale a certo, sicuro, sperimentabile, riproducibile. Per cui anche il concetto di “giusto” sfuma e si confonde inevitabilmente con quello di “corretto” o, peggio, di “legale”. Il legalismo di chi cerca sicurezze per evitare rischi era già presente ai tempi di Gesù e ancora oggi quest’atteggiamento attecchisce tra i cristiani. Anche per questo il Papa sempre ieri nella sua omelia ha messo in guardia dalla tentazione di giocare «sulla difensiva, attaccandosi solo all’osservanza delle regole e al rispetto dei comandamenti. Quei cristiani “misurati” che mai fanno un passo fuori dalle regole, mai, perché hanno paura del rischio. E questi, permettetemi l’immagine, questi che si prendono cura così di sé stessi da non rischiare mai, questi incominciano nella vita un processo di mummificazione dell’anima, e finiscono mummie. Questo non basta, non basta osservare le regole; la fedeltà a Gesù non è solo non commettere errori». Però, almeno apparentemente, il pensiero vincente oggi è proprio quello: vero uguale certo. Un pensiero che si voglia discostare da questa riduzione del concetto di verità, come in Italia ad esempio quello del professore Silvano Petrosino della Università Cattolica, troverà molta difficoltà a diffondersi. Per il docente milanese la saggezza antica, e quella biblica in particolare, ha un concetto molto più largo di verità che non coincide con la certezza ma con la fecondità (che non è la stessa cosa della fertilità). Ed è proprio la parabola dei talenti a dimostrarlo. Il servo “malvagio” ha paura del rischio, delle incertezze dei mercati, e si aggrappa all’unica certezza che pensa di possedere, quell’unico talento che gli è stato donato dal padrone (che glielo ha donato investendo su di lui). E la sua “non scelta” rimarrà inevitabilmente infeconda mentre gli altri sono i veri servi fedeli, perché si sono messi in gioco e hanno interpretato con coraggio e libertà il loro ruolo rivelandosi fecondi.

Questa parabola, come le altre del Vangelo, ha molto da dire proprio oggi “in questi tempi di incertezza e di fragilità” come li ha definiti ieri il Papa. Se guardiamo il nostro tempo vediamo infatti la società scossa nel profondo proprio perché sono crollate tutte le sicurezze; la pandemia mette in crisi ogni tipo di certezza, anche quella scientifica. Se ci si ostina a cercare certezze il rischio è l’impazzimento, anche i mezzi di comunicazione, bombardandoci di dati e statistiche, da questo punto sembrano riflettere lo sconcerto e il disorientamento generale. Forse perché dovremmo rivedere il nostro concetto di verità, di che cosa sia veramente affidabile. Dovremmo forse pensare che questa “rovina” che ci ha colpito all’improvviso è in realtà feconda, perché assomiglia appunto alle “doglie” di una donna incinta e che quindi cova, contiene dentro di sé, una paradossale via di crescita e di salvezza. Ma per comprenderlo bisogna investire in fantasia e creatività, correndo il rischio di cambiare anche le proprie regole di vita a cui siamo troppo attaccati come a quell’unico talento che finiamo per idolatrare conservandolo fin sotto terra, proprio come una mummia.

di Andrea Monda