· Città del Vaticano ·

Una sola casa

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A colloquio con un missionario scalabriniano sull’iniziativa a favore dei senza fissa dimora

14 novembre 2020

La carità rende solida la comunità che costruisce ponti. Lo testimonia la campagna degli scalabriniani «Una sola casa», nata durante il primo lockdown per rispondere all’appello lanciato a maggio da Papa Francesco con il messaggio per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (27 settembre). «L’attenzione del Pontefice per gli sfollati intercettava la questione casa», dichiara a «L’Osservatore Romano» padre Gaetano Saracino, missionario scalabriniano referente per la comunicazione dell’iniziativa. «Le misure per contenere la pandemia imponevano alle persone di stare nelle loro abitazioni, ma mettevano in evidenza una domanda: e chi una casa non ce l’ha?». Da allora la campagna è cresciuta lungo le “frontiere geografiche e spirituali” del mondo: da Roma al Sud Africa, dal Portogallo a Brescia e a Parigi.

Il carisma scalabriniano guida i missionari e i volontari lungo «le pieghe e le piaghe di un’umanità che si è scoperta tale nell’incontro tra persone che sembrano appartenere a mondi diversi», racconta il religioso. A Roma sono tre i centri di intervento. Il primo è la parrocchia del Santissimo Redentore a Val Melaina, collocata nel quadrante nord della città. Qui c’è una mensa che opera da oltre trent’anni. Durante il primo lockdown il servizio è raddoppiato ed è rimasto attivo tutta l’estate. Attualmente non si mangia più all’interno della struttura e il sacchetto di cibo è più sostanzioso perché destinato anche ai familiari. Oltre a poveri, senzatetto e migranti provenienti da varie parti dell’Urbe, infatti, per la prima volta hanno chiesto aiuto anche alcune famiglie del quartiere di Monte Sacro.

Il secondo polo coincide con la chiesa di Santa Maria della Luce, in via della Lungaretta a Trastevere, centro di riferimento della comunità latinoamericana. La rettoria ha una lunga tradizione caritatevole e anche questa ha visto un netto aumento delle richieste di aiuto in quanto molti hanno perso il lavoro, come le numerose badanti e colf nate oltreoceano. Qui è stata inaugurata da poco una filiale romana del progetto Wasi, lo sportello psicologico per donne migranti. La terza realtà è quella di Casa Scalabrini 634, sulla via Casilina, una struttura che ospita trenta rifugiati in semiautonomia. Per via del covid molti di loro hanno perso il lavoro e così una recente partnership con Caritas Roma e Opera nazionale per le Città dei ragazzi ne favorisce il reinserimento lavorativo. Inoltre, questo luogo è diventato una calamita delle urgenze del quartiere: per i migranti con o senza permesso di soggiorno, per chi abita nelle baracche del Quadraro, per le comunità africana, bangladese e filippina che chiedono aiuto nella compilazione di pratiche e di documenti.

L’iniziativa vede gli scalabriniani impegnati anche a Reggio Calabria, Bergamo e Brescia, dove nella parrocchia di San Giovanni Battista in Stocchetta c’è una rapporto solido con la comunità filippina. Ai centri di ascolto lì presenti è stato aggiunto il servizio di distribuzione di cibo. Altre importanti realtà caritatevoli sono a Parigi e in una parrocchia di Amora, alla periferia di Lisbona. In Francia la chiesa di Saint-Bernard de la Chapelle, situata nel xviii arrondissement, ha esteso il piano per l’emergenza freddo e a oggi è già un anno che sta assicurando un pasto e un letto ai bisognosi. Poi c’è il Sud Africa, dove al culmine della pandemia la parrocchia di Saint Patrick a Johannesburg ha sfamato e aiuta fino a cinquecento persone al giorno. Anche nella più ricca Ginevra le persone sole o in difficoltà hanno ricevuto assistenza. L’impegno scalabriniano profuso durante la fase emergenziale non ha subito cali di attenzione. «La prospettiva è quella di rimettere le persone in piedi sulle loro gambe in questa nuova fase» della crisi sanitaria che si sta aprendo, afferma padre Saracino. Per questo, in alcuni video il missionario ha dato voce alle riflessioni del Papa sulla condivisione, la fiducia, gli affetti, la piena umanità. Tutte parti delle fondamenta su cui costruire una nuova casa. Pensando al tempo nuovo e non al tempo perso. «L’epoca odierna è schiacciata sul presente — spiega — viviamo un mondo in cui non si vede un futuro o se c’è fa paura. Il narcisismo ci fa specchiare per darci conferma di chi siamo, tralasciando il fatto che la nostra identità la scopriamo solo nel confronto con gli altri». Le esigenze delle persone bisognose, invece, «aiutano a leggere le nostre vite e a sentirci corresponsabili della sorte altrui». La sacra Scrittura «descrive la persona come un pellegrino sulla terra che troverà patria in cielo», prosegue. «Quindi un certo movimento ci deve pure essere, ma c’è anche l’esigenza di fermarsi per coltivare l’anima». Una necessità verso cui gli abitanti dei paesi più avanzati talvolta si fanno sordi, abituati a muoversi e viaggiare per lavoro o per piacere. «Alla frenesia perpetua dell’Occidente — riflette Saracino — si contrappone un movimento originato dalle ingiustizie. Mettendo a raffronto queste due realtà, ci accorgiamo che ridurre il movimento frenetico per farsi carico delle necessità di un fratello è già un primo modo di creare una dimora».

Il 27 marzo 2020 è stato un giorno emblematico. Durante la celebrazione il Pontefice ha detto che ci troviamo tutti sulla stessa barca. «Viviamo il dramma del mare agitato — rimarca il missionario — ma se tutti abbiamo bisogno di salvezza è anche vero che la salvezza è per tutti. Nessuno escluso. Questo è l’annuncio più grande della prossimità di Dio. Nella campagna “Una sola casa” questo è entrato a piene mani». La crisi sanitaria ha fatto emergere anche le contraddizioni del sistema di accoglienza dei migranti salvati nel Mediterraneo che vivono tutt’oggi situazioni sanitarie rischiose. La speranza è che la crisi esistenziale alimentata dal primo lockdown non si trasformi questa volta in crisi sociale. Tante famiglie costrette a domandare aiuto hanno insegnato che c’è una grande dignità nel chiedere. La campagna scalabriniana fa sì che tale domanda non resti inespressa, per cui occorre una volontà politica di dare risposte.

di Giordano Contu