· Città del Vaticano ·

Il diritto all’acqua al tempo del covid

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Dopo l’appello del Papa che ha rilanciato la necessità di garantirne l’accesso a tutti

14 novembre 2020

All’Angelus di domenica 8 novembre il Santo Padre ha avuto parole forti sull’acqua. Incalzanti: «L’acqua è vitale per la vita!». Ciascuno nuota nel grembo materno, e l’accesso all’acqua in determinate qualità e quantità costituisce un discrimine tra vita e morte; tra una vita in salute e una complicata da malattie. In tempi di pandemia è un aspetto fondamentale. Oggi, infatti, circa 2 miliardi di persone non hanno un accesso regolare all’acqua potabile. Per loro è difficile lavarsi mani, volto e resto del corpo, produrre cibo e cucinare. Il volto e le mani sono tra le parti più delicate: il primo poiché lavandolo con acqua sporca si rischiano infezioni che causano la cecità; le seconde perché — secondo gli avvisi sanitari — il loro frequente lavaggio aiuta a limitare la diffusione del covid-19. Ma come alcuni vescovi dell’America centrale osservano, purtroppo, non tutti coloro che vogliano lavarsi le mani possono effettivamente farlo. Insisto sul cibo perché pandemia e lockdown hanno bruscamente scombussolato i sistemi alimentari — spesso fragili — di numerosi Paesi e precipitato milioni di persone in una situazione alimentare ed economica ancor più preoccupante. Tra questi ci sono i piccoli produttori di cibo dal reddito modesto. Spesso non possono adeguatamente dissetare il gregge o irrigare, e sono particolarmente vulnerabili dinnanzi a tre situazioni: la siccità, le inondazioni, l’imprevedibilità quando la meteorologia non coincide con le attese e le abitudini in zone agricole che vivono mutamenti climatici.

L’acqua dolce è abbondante sulla Terra in rapporto al fabbisogno umano. Allora — se si accantonano le realtà drammatiche dei migranti in condizioni disperate e quelle delle guerre — viene da chiedersi i perché di una tale situazione. Anzitutto, la distribuzione geografica dell’acqua dolce e quella della popolazione non coincidono, e “acqua dolce” non significa “acqua potabile accessibile”. Alcune risorse d’acqua dolce, poi, sono minacciate dalla salinizzazione o dall’inquinamento a volte causato da sostanze nocive difficili da rimuovere, quali alcuni interferenti endocrini e sostanze chimiche, ma anche semplicemente dalle feci (circa 2 miliardi di persone non hanno un accesso adeguato ai servizi igienici e oltre 940 milioni sono costretti a praticare la defecazione all’aperto). Inoltre, il degrado degli ecosistemi riduce la capacità purificatrice della natura: osservando progetti basati sulla fitodepurazione ci si accorge che c’è molto da imparare dalla natura in termini di sostenibilità. Infine, la corruzione o la competizione che può svilupparsi in situazioni di rivalità per l’uso dell’acqua possono portare a una cattiva gestione, a logiche predatorie e a una sua destinazione a usi che non rispecchiano una gerarchia di priorità basata sulla dignità umana.

Acqua che per tanti fratelli e sorelle è solo miraggio, acqua spesso contesa, sprecata, inquinata, usata come arma: tale è la situazione vergognosa, iniqua e insostenibile di quella che il Papa definisce «bene comune, il cui uso deve rispettare la sua destinazione universale». Siamo chiamati a riconoscere e realizzare questa destinazione universale, a realizzare il diritto all’acqua e ai servizi igienici che l’Onu riconobbe nel 2010. La sfida è prendersi cura in comune di un bene comune affinché ne usufruiscano tutti in vista della comune vocazione a uno sviluppo integrale, tutelando la sostenibilità della nostra casa comune in cui abiteranno i nostri eredi. Creata da Dio, l’acqua è dono per l’intera umanità: Egli «fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5, 45), e il modo in cui trattiamo e condividiamo l’acqua è un indicatore di come svolgiamo il compito affidatoci di aver cura del giardino. Verremo giudicati difatti anche su questo: «ho avuto sete e mi avete dato da bere» (Mt 25, 35). Gli appelli delle encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti sono pressanti: educazione, cultura e spiritualità devono portare all’adozione di una sana antropologia, una sana concezione del posto di ciascuno all’interno della famiglia umana e del proprio rapporto rispetto all’acqua. Questo elemento esorta alla creazione di ponti e all’incontro, come accadde per Abramo, Mosè e Gesù attorno ai pozzi. Ha avuto un ruolo centrale nello sviluppo delle civilizzazioni e degli insediamenti umani, nell’arte e nella letteratura, nonché nei testi e nei riti religiosi. Lo spirito di Dio aleggiava sulle acque (Gen 1, 2) che tutt’oggi sono simbolo di purificazione, benedizione e rigenerazione. Una sana antropologia contribuirà all’avvento di una amministrazione saggia, umile e solidale dell’acqua, per renderla accessibile a tutti almeno nelle quantità indispensabili per soddisfare le esigenze fondamentali, per realizzare il diritto all’accesso all’acqua e ai servizi igienici rispettando la natura e i suoi ecosistemi, e dando la giusta importanza all’economia. Difendere il “diritto” non esime dal preoccuparsi per la sostenibilità finanziaria degli impianti o dei processi di purificazione, né da una riflessione sui “doveri”: nei confronti di Dio, di se stesso, della comunità in senso lato, del creato.

L’attualità suggerisce due priorità: il rafforzamento della produzione agricola nelle zone più povere e affamate in cui l’ambiente è particolarmente minacciato, e una buona situazione dell’acqua, dei gabinetti e dell’igiene (l’acronimo inglese wash: water, sanitation and hygiene) nella sanità. Mantenere buone condizioni wash in una zona povera costituisce una sfida per molti centri di salute, anche tra quelli appartenenti alla Chiesa. Il Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, dopo la pubblicazione del documento Aqua fons vitae, lavora con vari partner proprio al tema wash in una selezione di centri di salute della Chiesa. Una preoccupazione che all’ora del covid-19 esige maggiore consapevolezza e un’azione incisiva. L’acqua, bene comune, può essere fonte di ispirazione e stimolo per un radicale cambiamento di paradigma, e la sua capacità di rigenerazione un incitamento alla speranza.

di Tebaldo Vinciguerra
Officiale del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale