· Città del Vaticano ·

Un cuore in inverno

Alcune delle raccolte di versi pubblicate dalla poetessa Luise Glück

La «terapia» della Natura nell’opera del neo Premio Nobel Luise Glück

13 novembre 2020

Un’anima innamorata e triste, nell’assedio dell’inverno. Potrebbe essere questo il ritratto del neo Premio Nobel Luise Glück (New York, 1943) dalla lettura di Averno (2006), il suo secondo libro di poesie tradotto in Italia da Massimo Bacigalupo (Napoli, Libreria Dante & Descartes - Editorial Partenope, 2019, pagine 162, euro 12).

Leggere Averno significa camminare sulla lastra di un lago ghiacciato. Intorno, un paesaggio innevato, di aria tersa, ma segnato dall’inquietudine. Il ghiaccio può conoscere infatti una crepa improvvisa e rivelare abissi senza ritorno. La ricerca di questa poetessa dalla dizione esatta (i suoi dettagli ricordano gli haiku giapponesi) oscilla tra due poli: la sete di autenticità e bellezza che si contrappone alla disillusione per una realtà ostile, spesso venata da relazioni effimere, che hanno la consistenza delle scritte sulla condensa di un finestrino: «Non sei una creatura in un corpo. / Esisti come esistono le stelle, / partecipando alla loro immobilità, la loro immensità. / Poi sei di nuovo nel mondo. / Di notte, su una collina fredda, smontando il telescopio. / Ti rendi conto dopo / non che l’immagine è falsa / ma la relazione è falsa» (Telescopio).

L’aria rarefatta del paesaggio d’inverno amplifica le sensazioni, ma anche il dolore, che è il crudo protagonista di Ararat (The Ecco Press, 1990), libro composto dalla Glück dopo la morte del padre. Lo scenario ghiacciato diventa così uno scanner per esaminare la propria vita, con il bagaglio delle illusioni e degli errori, e per interpretare un tempo «governato da contraddizioni», un mondo «sbiancato, come un negativo».

In questa temperie, vince la capacità di contemplazione della Glück, sorretta da una scrittura classica ed essenziale, con fitti rimandi al mito, lontana dagli ardori confessional di Sylvia Plath o Anne Sexton.

La nostalgia della Glück è un basso continuo, lavora per sottrazioni e reticenze, come lasciano intuire anche i frequenti spazi bianchi delle sue pagine (il «bianco della dimenticanza»). O come si comprende dalle Migrazioni notturne che inaugurano Averno: «Questo è il momento in cui vedi di nuovo / le bacche rosse del sorbo selvatico / e nel cielo scuro / le migrazioni notturne degli uccelli. // Mi addolora pensare / che i morti non le vedranno – / queste cose su cui facciamo affidamento, / esse svaniscono…».

In Ottobre la poetessa nomina il catalogo delle sue paure (con la stessa franchezza della Paura di Raymond Carver): c’è Frank «scivolato nel ghiaccio», c’è la cicatrice che non si è formata, il giardino che «non è stato vangato e seminato», una voce amica troppo lontana, coperta «per i gemiti del vento, che sibilano sulla terra nuda». Nell’inesorabile passare del tempo e degli affetti viene in soccorso la bellezza della natura, che concede frammenti di paradiso. Una bellezza «guaritrice e maestra», per le colline basse che «brillano ocra e fuoco» o per «le lunghe ombre degli aceri / quasi malva sui sentieri di ghiaia». Averno è un grido che chiede luce dalle terre dell’Ombra: è Persefone che invoca il calore del sole, è la ferita di «un’anima frantumata dalla tensione», della ragazza «che scompare dal lago» e che «non ritornerà mai»: «Ancora una volta, il sole s’alza come s’alzava in estate; / dono, balsamo dopo la violenza. / Balsamo dopo che le foglie sono ingiallite, dopo che i campi / sono stati mietuti e zappati. / Dimmi che questo è il futuro, / non ti crederò. / Dimmi che sto vivendo, / non ti crederò».

Ecco la confessione della Persefone/ Glück: «Ciò che altri hanno trovato nell’arte, / io l’ho trovata nella natura. / Ciò che altri hanno trovato / nell’amore umano, io l’ho trovato nella natura…».

Per certi versi, Averno è anche nostalgia dell’infanzia perduta, «dorata come un giardino autunnale» e ormai «chiusa per sempre»: «Quando ero ancora molto giovane / i miei genitori traslocarono in una piccola valle / circondata da monti / nella cosiddetta regione dei laghi. / Dal nostro orto / potevi vedere i monti, / innevati, persino d’estate. // Ricordo una di un tipo / che non ho più conosciuto. // Un po’ più tardi, mi sono prefissa / di diventare un’artista, / per dare voce a queste impressioni» (Echi).

Ancora un volta, la natura è un balsamo, sotto l’insegna della stella di Venere, come testimonia una delle più intense liriche della raccolta, che è utile riportare integralmente: «Questa sera, per la prima volta in tanti anni, / mi è apparsa di nuovo / una visione dello splendore della terra: // nel cielo del crepuscolo / la prima stella sembrava / crescere in luminosità / mentre la terra andava oscurandosi // finché in ultimo non poté divenire più scura. / E la luce, che era la luce della morte, / sembrava restituire alla terra // il suo potere di consolare. Non c’erano / altre stelle. Solo quella / di cui sapevo il nome // poiché nella mia altra vita le ho fatto / torto: Venere, / stella del crepuscolo, / a te dedico / la mia visione, poiché su questa superficie vuota / hai gettato luce sufficiente / a rendere il mio pensiero / nuovamente visibile» (La stella della sera).

L’assiderata poesia della Glück offre poche certezze. Di certo, alza un numero serrato di quesiti sugli snodi frontali della vita, a partire dal tema del lutto. Non è poco e forse in questo tempo caotico può valere il Premio Nobel, assegnatole «per la sua inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende universale l’esistenza individuale». Personalmente tra i viventi statunitensi avrei preferito il “cosmico” Charles Wright (il suo Crepuscolo americano è straordinario) o l’alta ricerca metafisica di Susan Stewart (si legga Columbarium o Red Rover). Ma intanto festeggiamo il fatto che il premio sia andato a un poeta, che forse potrà sorprenderci come la polacca Szymborska, felice voce delle «piccole cose».

Ora attendiamo che anche la grande editoria italiana si occupi dell’intero corpus poetico della Glück (le sue Poesie dal 1962 al 2012 sono uscite nel 2013 per Farrar Straus & Giroux). Intanto, applausi alle edizioni Dante & Decartes che hanno scommesso su di lei in tempi non sospetti, come del resto fece anche Giano pubblicando nel 2003 L’iris selvatico (Premio Pulitzer 2003) nell’ottima versione di Massimo Bacigalupo.

di Alessandro Rivali