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Conversazione con Paolo Ascierto, dell’Irccs Pascale di Napoli

Ricerca e assistenza: la lezione per la sanità del futuro

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13 novembre 2020

Quanto conosciamo e sentiamo vicini coloro a cui affidiamo la nostra salute e quella dei nostri cari? Quali servizi ricerchiamo nelle strutture sanitarie di cura? Cosa ci attendiamo dagli operatori responsabili dell'assistenza di tutti coloro che vivono una condizione di fragilità? Paolo Ascierto, Direttore del Dipartimento melanoma, immunoterapia oncologica e terapie innovative dell'Istituto nazionale tumori Irccs Pascale di Napoli, pur avendo trascorso gli ultimi 30 anni in corsia, è membro autorevole di prestigiose associazioni scientifiche internazionali e del board editoriale delle più accreditate riviste mediche, è stato principal investigator in oltre 100 studi clinici internazionali, vanta più di 450 pubblicazioni scientifiche con un impact factor superiore a 4000 e un H-index pari a 70. I suoi interessi di ricerca si focalizzano sulla genetica del melanoma, sulla valutazione di nuovi marcatori molecolari per la progressione tumorale e sul monitoraggio biochimico e immunologico dei pazienti neoplastici. Dal 2011, quando fu nominato commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, è stato insignito di numerosi altri riconoscimenti, tra cui il Premio Zanibelli nel 2018, il Premio nazionale Don Diana per l’impegno nella pandemia da covid ed il Giffoni Film Festival.

Professore, da quale insegnamento occorre ripartire per pensare alla sanità di domani?

Credo che di insegnamenti ce ne siano più di uno. Primo fra tutti, che un sistema sanitario efficiente e tempestivo integra all'assistenza la ricerca. Il potenziale non manca: mancano semmai i mezzi, purtroppo, e, come indicano i progressi raggiunti nella cura del melanoma, in cui quasi il 50% dei pazienti può dirsi guarito, investire in ricerca si traduce nella possibilità di salvare vite umane. E questo è il dono più grande che dobbiamo ai nostri figli. Ogni singolo caso risolto è stato ed è frutto di anni di studio, dedicati a comprendere il funzionamento del sistema immunitario rispetto a diverse neoplasie: anni che hanno permesso la nascita dell’immunoterapia moderna, a cui, nell'immediato futuro, si affiancheranno nuove strategie terapeutiche tese a migliorare ulteriormente la prognosi di più forme tumorali. Non a caso il Nobel per la medicina nel 2018 è stato assegnato a J. Allison e T. Honjo per la scoperta delle molecole del sistema immunitario responsabili dell’immunosoppressione.

È bene ricordare che fare ricerca comporta innumerevoli tentativi, speranze disattese, e fallimenti...

Naturalmente, ma ho sempre pensato che ogni traguardo, ogni aspettativa vada nutrita da un solido progetto, a sua volta, generato da un'idea originaria. È proprio questa idea di fondo che, evolvendo, e non necessariamente nella direzione prevista, determinerà la sperimentazione di nuove cure e soluzioni, magari in ambito diverso da quello immaginato. Esempi non sono mancati negli ultimi mesi: un farmaco, tradizionalmente somministrato per il trattamento degli effetti collaterali di terapie anti-neoplastiche, si è rivelato estremamente efficace nella gestione delle complicanze da Sars-CoV2.

Oltre alla centralità della ricerca, lei ha insistito spesso sulla necessità di una sanità concretamente al servizio di tutti, indipendentemente dal contesto sociale, culturale e geografico. È un’ipotesi percorribile? E come?

In parte, la sanità italiana è già così, garantendo un’assistenza sanitaria discretamente distribuita. Ampi sono, tuttavia, i margini di lavoro, perché le sacche di fragilità non si ingrossino sempre più. A questo scopo dobbiamo finalizzare l’intervento della tecnologia, perché gli strumenti disponibili vadano a beneficio dell'umanità: vale soprattutto in questa specifica fase, in cui il riacutizzarsi della pandemia dovuta al Sars-CoV2, ha accelerato l’attivazione di sistemi informatici e gestionali, anche a contrasto delle paure delle persone di sottoporsi ai controlli previsti, per timore di incorrere nel contagio. La prevenzione non può essere sacrificata, così come le terapie interrotte: è stato, dunque, molto utile appoggiarsi alla telemedicina e alle piattaforme online per gestire correttamente lo screening dei pazienti. È ovvio che la cura e l’assistenza da remoto non sostituiscono le visite in presenza, il cui scopo è anche quello di non abbandonare chi soffre nel tunnel di un passaggio delicato, ma vanno in aiuto di pazienti e medici, ad esempio, riducendo gli ingressi in ospedale in caso di ridotta necessità. Perché la telemedicina non si esaurisca in uno scambio sterile di prescrizioni, occorre sia inserita in un piano organizzativo ben strutturato e occorre informare correttamente le persone, perché riconoscano e non sottovalutino quei campanelli d'allarme che è importante intercettare.

Chi è deputato e ha le competenze per organizzare una rete di professionalità a tutela della salute pubblica, anche in realtà territoriali molto diverse? Operare nelle periferie di New York, ai limiti di una megalopoli indiana o in un villaggio lungo il Rio delle Amazzoni richiede modelli e servizi specifici. Chi, a livello globale, può pensarli?

Ancora una volta dobbiamo sfruttate tutte le potenzialità della tecnologia per l’organizzazione e la gestione della salute pubblica. Pensiamo alla rivoluzione portata nel mondo della sanità dall'avvento dei computer: la loro evoluzione è data oggi dagli smartphone, capaci di raccogliere quotidianamente una mole di dati un tempo disponibile solo recandosi dal medico. Immaginiamo la possibilità di misurare la frequenza cardiaca, di leggere l’Ecg o di monitorare lo sforzo fisico, attraverso gli iWatch, o addirittura di effettuare interventi chirurgici a distanza tramite la robotica. Tutto ciò consente precisione e celerità a vantaggio delle vite dei pazienti.

In questi mesi, siamo stati costretti a fare i conti, oltre che con la malattia, anche con la solitudine, a cui questa ci condanna: come superare quello che rappresenta un motivo di grande dolore sia per il paziente che per i propri cari?

Si potrebbe molto e, purtroppo, poco si fa. È un tema che mi coinvolge fin dai primi anni in corsia. Da oncologo, vedo ogni giorno la sofferenza negli occhi delle persone e mi colpisce la forza che i pazienti ricevono dal calore dei loro affetti nell'affrontare la malattia e terapie, spesso anche molto debilitanti. Da parte nostra, non possiamo che sollevare i pazienti il più possibile dalla gestione dei trattamenti, ma è importante che si mettano loro disposizione anche strumenti di supporto psicologico, attraverso percorsi dedicati. Non dobbiamo mai dimenticare che non abbiamo di fronte una malattia, ma un essere umano, con un proprio vissuto, che ha bisogno di cure, nel corpo e, soprattutto, nell’anima, perché è atteso ad una prova difficile, forse, tra le più dure della sua storia. L'ospedale deve essere una seconda casa per chi ci entra. Deve accogliere con un sorriso.

Tutti noi, come dimostra questa pandemia, abbiamo la necessità di una "cura", più che di terapie. Quali attitudini non possono venire meno da parte del personale medico?

Cuore e passione: per passione si sceglie ogni giorno di essere medico, accettando sacrifici, ben oltre i limiti della sfera professionale, coinvolgendo la propria emotività nelle responsabilità a cui siamo chiamati, interrogandosi sulle scelte migliori per la vita di chi ci sta di fronte, condividendo il dolore di chi soffre. Quello che, però, deve avvertire il paziente è il cuore, che si traduce in disponibilità, carità e professionalità.

Nel mondo milioni di persone non hanno di fatto diritto alla salute. Esiste un problema di accesso ai servizi sanitari, ma anche di distribuzione di medicinali e dispositivi medici: come organismi internazionali ed enti di controllo del farmaco potrebbero favorire che un diritto universale sia tale per tutti?

Noi godiamo già dell’accesso ai trattamenti, sia quelli standard che più innovativi, soprattutto in campo oncologico. Tuttavia, rispetto ad altri paesi persistono dei limiti, dovuti alla sostenibilità economica di alcune terapie qui non rimborsabili. Ad esempio, avviene nel caso di una terapia che combini due farmaci immunoterapici, somministrata nel caso di melanomi. Basterebbe rivedere le linee guida a livello nazionale, perché in alcune regioni, come la Campania, grazie ad uno specifico accordo territoriale, tale trattamento è disponibile a tutti i pazienti con melanoma e metastasi cerebrali asintomatiche. Qui emerge la disparità tra le diverse aree all'interno di uno stesso paese: estendendo lo stesso modus operandi, discriminatorio, su scala globale, anche sperequazioni e disuguaglianze si moltiplicano, a discapito della possibilità delle persone di ricevere cure adeguate, soprattutto, se economicamente, socialmente e culturalmente svantaggiate. Questo è profondamente ingiusto, perché il bene della collettività deve essere in cima all'agenda delle priorità di chi guida le sorti di una nazione.

di Silvia Camisasca