· Città del Vaticano ·

Auspicabile e possibile un ritorno al multilateralismo per ripristinare relazioni più solide

Quali cambiamenti per l’Africa sotto la presidenza Biden?

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13 novembre 2020

La vittoria di Joe Biden nelle elezioni presidenziali statunitensi determinerà certamente dei cambiamenti nella geopolitica internazionale. Viene spontaneo domandarsi, pertanto, se l’indirizzo della nuova amministrazione della Casa Bianca avvierà anche dei processi di rinnovamento nel continente africano. Nessuno dispone di una sfera di cristallo per leggere il futuro, ma è scontato che la moderazione del presidente eletto Biden sortirà degli effetti, soprattutto per quanto concerne alcune aree sensibili come il Corno d’Africa, a ridosso dell’incandescente sponda yemenita.

Ad esempio, la recente presa di posizione del presidente uscente Donald Trump che ha paventato la possibilità di un intervento militare del governo egiziano in Etiopia per distruggere la nuova Grande diga del rinascimento etiope (Gerd), non sembra affatto essere in linea con gli obiettivi strategici di Biden. Le promesse elettorali nel nuovo inquilino della Casa Bianca, all’insegna della moderazione, sembrano piuttosto privilegiare la via del negoziato tra Etiopia, Sudan ed Egitto per lo sfruttamento delle acque del Nilo. Mentre invece la decisione dell’amministrazione Trump di rimuovere il Sudan dalla lista di stati sponsor del terrorismo dovrebbe essere confermata da Biden, a condizione che vengano ottemperate le richieste già poste da Washington, vale a dire un indennizzo per le vittime degli attacchi terroristici alle ambasciate Usa di Nairobi e Dar es Salaam nel 1998 — di cui l’allora governo sudanese del deposto presidente Omar Hassan al-Bashir era considerato in parte responsabile avendo ospitato, negli anni Novanta, il fondatore di al-Qaeda, il defunto Bin Laden — unitamente alla normalizzazione delle relazioni con Israele.

Non v’è dubbio che il presidente uscente Trump abbia impresso nel corso del suo mandato una discreta discontinuità, sia nei toni che nello stile, rispetto alla politica estera dei suoi predecessori, George W. Bush e Barack Obama. A parte la definizione non traducibile per compostezza enunciata dal presidente uscente di «shithole countries» applicata ai paesi africani, il presidente uscente Trump non pare sia stato capace di manifestare grande empatia nei confronti del continente africano. È stato il primo presidente degli Stati Uniti a non aver visitato l’Africa mentre era in carica, dai tempi di Ronald Reagan negli anni Ottanta, sebbene sua moglie Melania abbia visitato Ghana, Malawi, Kenya ed Egitto due anni fa.

Se da una parte è vero che il varo del programma “Prosper Africa”, voluto dalla sua amministrazione, in linea con la governance disegnata dall’African growth and opportunity act (Agoa) del 2000, ha come obiettivo lo snellimento della burocrazia, l’espansione del settore privato e la rimozione delle barriere logistiche al commercio, dall’altra va ricordato che nel corso del suo mandato Trump ha ricevuto alla Casa Bianca solo i presidenti di Kenya e Nigeria, mentre a gennaio ha imposto il divieto di visto a Eritrea, Nigeria, Sudan e Tanzania. Inoltre, la predilezione del bilateralismo da parte del presidente uscente ha fatto sì che la diplomazia statunitense non prendesse molto in considerazione il ruolo dell’Unione africana (Ua) a differenza della Cina. Sebbene Trump abbia spinto per tagli significativi agli aiuti esteri destinati al continente africano, questi sono stati in gran parte vietati dal Congresso, il che significa che gli Stati Uniti sono rimasti, alla prova dei fatti, uno dei principali donatori nei confronti dell’Africa.

Ecco che allora un possibile ritorno al multilateralismo sotto la presidenza Biden potrebbe tradursi in un più forte sostegno di Washington per l’Area di libero scambio continentale africana, rispetto all’approccio dell’amministrazione Trump di perseguire accordi bilaterali. Per quanto concerne la sicurezza, durante la sua presidenza Trump ha proposto un ritiro su larga scala delle forze statunitensi dispiegate all’estero, anche in Africa occidentale. Tuttavia le resistenze da parte dei vertici del Pentagono e di numerosi esponenti del Congresso hanno frenato i programmi di riorganizzazione della presenza militare nel continente africano. L’Africa Command (Africom), formalmente attivo dall’ottobre del 2008, responsabile per le relazioni e le operazioni militari statunitensi che si svolgono in Africa, è stato ridimensionato solo in minima parte e i numeri del personale impegnato — circa 6.000 militari — sono più o meno gli stessi dell’amministrazione Obama.

Per quanto concerne la presenza cinese e il crescente attivismo russo in Africa, non è ancora chiaro quali iniziative intenderà adottare Biden per controbilanciare l’influenza di questi Paesi. Molto dipenderà anche dalla sua capacità di saper promuovere iniziative di confronto nel contesto generale delle relazioni panafricane. A vantaggio dell’Africa, con il nuovo inquilino della Casa Bianca dovrebbe manifestarsi il ritorno, agognato da Papa Francesco e da tanta società civile, ad un approccio multilaterale per le scottanti questioni globali innanzitutto a partire dalla vexata quaestio dei cambiamenti climatici.

Com’è noto, l’amministrazione Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi sul clima (Cop21), ritenendolo «un disastro totale» in quanto i vincoli accettati dal suo predecessore Obama per tagliare le emissioni inquinanti avrebbero pesato gravemente sulla «competitività degli Stati Uniti». Da rilevare a questo proposito che il recentissimo rapporto, State of the Climate in Africa 2019, curato dalla World meteorological organization (Wmo), con il coinvolgimento di varie agenzie delle Nazioni Unite, grazie anche al contributo dei più prestigiosi istituti meteorologici internazionali, afferma che non è possibile oggi parlare di lotta alla povertà e di promozione umana in Africa prescindendo dal tema dei cambiamenti climatici su scala planetaria. Come dichiarato in campagna elettorale, Biden la pensa diversamente e ha inserito i temi ambientali in cima alla sua agenda.

Un’altra questione importante riguarda il tema della salute, in riferimento soprattutto alla pandemia covid-19. Con la notifica formale al Congresso e al Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, il presidente uscente Trump ha ufficialmente ritirato gli Usa dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), accusata di inefficienza e di appiattimento sulle posizioni della Cina durante la pandemia attualmente in corso. Biden ha assicurato che cancellerà questo provvedimento il primo giorno della sua presidenza ed è auspicabile che prenda in considerazione, nelle politiche di cooperazione allo sviluppo, anche altre questioni, legate al diritto alla salute come la lotta alle Malattie tropicali neglette (Mtn).

Il multilateralismo di Biden dovrebbe imprimere una svolta anche sul versante del peacekeeping in Africa e della cooperazione con gli organismi regionali e continentali, inclusa l’Unione africana (Ua). Una cosa è certa: nell’immaginario afro, Biden gode di simpatia essendo stato vicepresidente di Obama, il cui padre era di nazionalità kenyana. L’augurio è che l’adozione di uno stile presidenziale più convenzionale e dialogico serva a ripristinare relazioni più solide con i governi africani.

di Giulio Albanese