· Città del Vaticano ·

Dalla sera del 15 novembre 1960

Parole capaci di aprire un mondo

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13 novembre 2020

Alberto Manzi in tv contro l’analfab etismo


Era un’Italia in trasformazione quella che la sera del 15 novembre del 1960 vide affacciarsi nei suoi televisori il viso sorridente, affabile, subito familiare, di Alberto Manzi. Sarebbe diventato il maestro degli italiani, si sarebbe dato appuntamento con loro ogni sera prima di cena, dal lunedì al venerdì, per otto anni e una relazione dalla quale moltissimi adulti, se non anziani, avrebbero imparato a leggere e scrivere. «Ma io direi di più — aggiunse il maestro rivolgendosi a loro attraverso la telecamera — a conoscere meglio il mondo e noi stessi», perché le parole, per Manzi, erano strumenti per pensare meglio, per conoscere e porsi domande. «Basta una parola per aprire un mondo nuovo davanti a noi», disse ancora con la sua profonda umanità, con la sua costante passione per una scuola che includesse, che desse aiuto ai più fragili, che non lasciasse indietro nessuno. Che contribuisse a migliorare il mondo e offrisse vero sostegno prima di pretendere risultati e numeri.

Per questo non credeva nei voti e nei giudizi, né fece una battaglia, e per questo, dopo anni di esperienza coi bambini e coi ragazzi — a soli 22 anni, nel 1946, andò a insegnare presso il carcere minorile Aristide Gabelli —, partecipò al provino della trasmissione Non è mai troppo tardi, che la Rai aveva pensato, insieme al ministero della Pubblica Istruzione, per combattere l’analfabetismo ancora forte in Italia, soprattutto nelle campagne. Manzi intuì che quella recente invenzione che aveva appassionato la gente con Lascia o raddoppia? e Il musichiere poteva servire a chi mai avrebbe potuto frequentare una scuola. Quando si presentò in Rai, però, dopo che il suo direttore didattico gli chiese di partecipare al provino, non accettò di recitare la lezione prevista, tutta impostata sulla lettera “o”. Strappò il copione e chiese fogli carta. Li attaccò al muro e cominciò a disegnarci sopra col gessetto.

Se «la televisione è immagine in movimento» raccontò molti anni dopo a Roberto Farnè, nel giugno del 1997, nella sua ultima, preziosa intervista, allora bisognava trovare una formula che alimentasse la «tensione cognitiva», come la chiamava Manzi. «Se mi fermo per venti minuti addormento tutti», e allora ecco l’idea del disegno: «Bastava schizzare qualcosa, meglio se fosse stato incomprensibile e poi si capiva alla fine, in maniera che lo spettatore stava lì, guardava e intanto mi poteva ascoltare».

Provò così, e dopo un po’ qualcuno lo interruppe: «Abbiamo trovato il maestro», disse una voce che di fatto diede avvio a quel lungo viaggio della televisione italiana, alla dimostrazione delle sue potenzialità didattiche e a un valoroso progetto educativo premiato persino dall’Unesco per la sua lotta contro l’analfabetismo. Venne imitato in ben 72 Paesi del mondo, Non è mai troppo tardi, e accompagnò gli italiani per 484 puntate regalando loro vere lezioni di scuola primaria. Manzi divenne il centro di questo «corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta», come diceva il sottotitolo del programma, con la cura e il desiderio autentico di invogliare a leggere e scrivere, col suo linguaggio semplice, chiaro e dinamico, accogliente e innovativo, contornato da elementi come i personaggi famosi in trasmissione «che molte volte — ricorda ancora Manzi nell’intervista a Farnè — venivano gratuitamente, per dare un contributo alla gente»; come, soprattutto, le migliaia di maestri ufficiali mandati dallo Stato nei cosiddetti posti d’ascolto televisivo: circoli, bar, parrocchie, case del popolo.

Erano un prezioso sostegno in presenza, il contributo sul campo a chi stava vivendo quest’avventura. Erano parte integrante del lavoro intelligente e tenace di Manzi, erano una mano alla sua innata capacità di abbracciare le difficoltà e le necessità delle persone, adulte o piccine che fossero, italiane o straniere che fossero, come dimostrano i ripetuti viaggi estivi del maestro in Sud America, per insegnare ai bisognosi di quelle terre. L’impegno autentico entrava in ogni lettera, parola, disegno o sorriso di questo pedagogista ma anche biologo, scrittore e a lungo “insegnante distaccato” presso la Rai, tanto che lo stipendio rimase quello di maestro elementare, a parte il “rimborso camicia” per il gessetto nero che gli sporcava i polsini.

Le sue motivazioni sono impresse anche in una lettera del 1976, con la quale, una volta tornato a scuola, salutò i suoi alunni di quinta elementare. Il regista Giacomo Campiotti l’ha inserita nella fiction Non è mai troppo tardi, del 2014, con il maestro Manzi interpretato da Claudio Santamaria: «Non rinunciate mai per nessun motivo, sotto qualsiasi pressione ad essere voi stessi — dice una parte del testo — siate sempre padroni del vostro senso critico e niente potrà farvi sottomettere. Ricordatevi che mai nessuno potrà bloccarvi se voi non lo volete. Nessuno potrà mai distruggervi se voi non lo volete. Perciò avanti, serenamente, allegramente, con quel macinino del vostro cervello sempre in funzione».

di Edoardo Zaccagnini