· Città del Vaticano ·

Sbagli e redenzione

Lo scrittore statunitense

Raymond Carver nel libro di Antonio Spadaro

12 novembre 2020

«Dopo vent’anni di “corpo a corpo” con uno scrittore è possibile capire se e come la sua opera ci abbia “lavorato dentro”. E io non me ne sono mai liberato. Ti spia, sta in agguato con le sue suggestioni e i suoi suggerimenti. Quella di Raymond Carver è una scrittura che si apposta nel tuo quotidiano e lo spacca a metà. Compie un intimo discernimento tra ciò che è autentico e ciò che non lo è». Ecco fatto. Se non sapete come spiegare a un amico l’impatto del lavoro di Raymond Carver nella vostra vita, queste parole di Antonio Spadaro nella presentazione del suo libro Creature di caldo sangue e nervi (Milano, Ares edizioni, 2020, pagine 192, euro 13.50) sono il vostro coniglio dal cilindro.

Carver indica la vita. Tutta. Quella che ci piace, quella che non ci piace, quella che si vede, quella che non si vede. Quella che ci dispera, la stessa che saprà farci sperare: «Ogni singola esperienza: la gioia di una pesca o quella di un amore corrisposto, o viceversa l’angoscia per la malattia o per una separazione. Queste sono tra le esperienze che Carver fotografa con un understatement of emotion che fa brillare il senso e fa capire». Così la pensa Spadaro.

Più volte, sulle pagine de «L’Osservatore Romano», ci siamo occupati di Raymond Carver e della sua scrittura e dell’enorme impatto che essa ha avuto sulla letteratura contemporanea si è detto e si dirà. E noi? Dell’impatto che le sue storie, che il suo sguardo, hanno avuto su di noi che ne è stato? A questo, a tanto altro ovviamente ma di sicuro a questo, serve la riedizione dopo vent’anni del volume di Spadaro (la prima edizione s’intitolava Un’acuta sensazione di attesa). A capire non tanto il lavoro di Carver quanto il lavoro in noi del suo sguardo.

Il libro è suddiviso in tre parti, la prima esamina in maniera analitica lo svolgersi della sua produzione narrativa e poetica. A questo primo capitolo fa seguito una riflessione ampia sul senso della narrativa carveriana e, successivamente, un capitolo sulla sua poesia, così poco studiata anche negli Stati Uniti, almeno in proporzione all’impegno critico dedicato invece ai suoi racconti. Ma il tema, dicevamo brutalizzando il concetto, non è solo come Ray-mond abbia cambiato la letteratura ma se e come abbia cambiato noi.

Il saggio di Spadaro è un viaggio nei meccanismi e nelle “luccicanze” della scrittura di Carver, una serie di fotografie scattate dall’interno delle parole dello scrittore come se i suoi racconti o le sue poesie fossero l’estremità di una caverna, costantemente a ridosso dell’uscita, della luce. Un punto dell’oscurità dal quale, finalmente, vediamo fuori. Di un libro non si misura l’età ma quella “luccicante destinazione” che Carver stesso individuava come requisito necessario di un buon racconto. Pertanto, che siano passati vent’anni o meno, la destinazione del lavoro di Spadaro insiste nel luccicare, a partire da chi scrive.

Della sera in cui l’autore di Clatskaine arrivò nella mia vita ricordo tutto. Ero rimasto a casa in piena estate, come un presentimento. La prima cosa che lessi di Ray fu un racconto pescato a casaccio: Perché non ballate?. Ed ero già “fregato”. Fu poi la volta di Grasso e via via di Una cosa piccola ma buona. L’ancora definitiva che Ray calò nel mio fondale fu Legna da ardere. Tutti questi racconti, insieme alle hits dell’autore (Da dove sto chiamando e Cattedrale) passando per episodi meno noti ma non meno rilevanti (ad esempio Menudo o Elefante) vengono spalancati da Spadaro come porte che conducono altrove rispetto a quello che la storia in se stessa lasci pensare. Ci troveremo di fronte non solo le ragioni del fornaio ignaro della morte di un bambino la cui torta di compleanno non viene ritirata dai genitori (Una cosa piccola ma buona), della cameriera di Grasso e dal suo sentirsi tale senza esserlo, dell’uomo cui l’alcool ha sfasciato la vita (Da dove sto chiamando) di quelle di un tizio al quale il suo amico Alfredo dice «Per oggi la tua famiglia sono io» prima di preparagli un pasto caldo (Menudo) scoprendo che tali ragioni sono le nostre. Che gli altri ci riguardano non per somiglianza bensì per immedesimazione. Carver è un viaggio dal quale, pur sentendosi a casa, non si torna più, un’esplorazione del mondo più invisibile e allo stesso tempo più sotto i nostri occhi che si possa immaginare. La più irrintracciabile delle presenze è in primis la nostra, diventiamo invisibili a noi stessi nel pericolante auspicio che tale invisibilità travolga anche le nostre debolezze, i nostri dolori. Carver ci dice che senza quelli non si parte, che nessuna redenzione si attiva senza partire dagli sbagli. Dalle cose andate male. E che questo processo ne attiva un altro se possibile ancora più virtuoso rendendo improvvisamente vivi e avvistabili gli “altri” e il dono col quale ci vengono inconsciamente incontro: la loro storia. «La vulnerabilità è una chiave forte del suo discorso — ricorda Spadaro — i suoi personaggi sono eroi, ma brillano per la loro capacità di essere scalfiti dalla vita. E il sentimento è l’eco di questa vulnerabilità, che è anche la base di una vita felice perché premessa della tenerezza, così importante per lo scrittore. Carver ha certamente dimostrato che non c’è bisogno di allontanarsi molto dalle proprie esperienze, dalle mura di casa propria o del proprio bar o posto di lavoro, per raccontare storie che colpiscano nel profondo. Vivere significa guardarsi attorno, per trovare lì la fonte dell’ispirazione. Questo mi ha insegnato Carver in questi anni: trovare storie dappertutto. E a leggere la mia vita in termini di storie, e non certo di obiettivi e risultati raggiunti».

Raccontare non è un modo per usare le parole bensì una resa alle stesse e alla loro capacità di predisporci ad un più alto livello di comunione con gli altri, quello che si nutre della tenerezza. Spadaro stesso, dopo vent’anni di navigazione al fianco di Ray, ha tutto molto chiaro. «Nell’ultimo discorso pubblico prima della sua morte, Carver prese le mosse da un pensiero “limpido e bellissimo” di santa Teresa d’Avila tratto dal capitolo xxv della Vita scritta da sé stessa: “le parole muovono ai fatti (...) preparano l’anima, la rendono pronta e la portano alla tenerezza”. Teresa per sé si riferiva alla parola di Dio che è sempre accompagnata da effetti: es palabras y obras, scriveva. Questo legame tra parole e opere, fatti, vita è radicale. il lavoro sulle parole per Carver è sempre un lavoro sulla vita. E viceversa».

E allora in cosa, concretamente, si manifesterebbe l’impatto della narrativa di Carver? «Carver mi ha aiutato a raccontare bene le cose — spiega Spadaro — ad andare avanti e indietro nei ricordi per aggiustare il racconto. E a capire perfino che a un certo punto puoi scoprire che il tuo racconto non regge. La vita sorprende, e allora devi capire le cose in un altro modo o almeno lasciare spazio al mistero della vita che a volte confonde. Io a 34 anni non lo avevo ancora capito. Forse lo capisco proprio adesso. E allora l’immaginazione assume il suo vero significato. Carver ha dato un metodo per il suo “uso” che io definisco “metodo Cattedrale”, dal titolo di uno dei suoi racconti più belli. Un cieco non ha mai visto una cattedrale e Robert, suo amico, cerca di descrivergliela, ma si rende conto di non saper descrivere le cose che conosce, ed è solamente disegnando con il cieco, mano nella mano, una cattedrale, e a occhi chiusi, che egli riuscirà a vedere una vera cattedrale. L’amico cieco chiede infine a Robert di aprire gli occhi per vedere che cosa avevano disegnato insieme, ma a quel punto Robert non vuole riaprirli e sente dentro di sé un’emozione che lo spinge a commentare: “grandioso”. Un’epifania».

Da un limite arriva qualcosa di grandioso, purché passi dalle mani, dagli occhi, di qualcun altro. Due sono i modi nei quali la critica potrebbe riassumere questo concetto sotteso alla letteratura dell’autore di Clatskaine; il primo è che siamo tutti soli, il secondo è che abbiamo tutti bisogno di qualcuno. Di diventare, talvolta, quel qualcuno. Spadaro nota come spesso, ai personaggi di Carver, accada di giungere al punto in cui non ce la fanno più, non da soli. Avrebbero bisogno di qualcosa, un colpo di scena. In Elefante il protagonista sogna di quando da bambino suo padre lo portava sulle spalle «Poi lui si incamminava lungo il marciapiede, allora io lasciavo la presa sulle spalle e gli mettevo le mani attorno alla fronte. “Non mi spettinare”, diceva lui. “Lascia pure”, diceva, “ti reggo io. non caschi mica”. Appena mi diceva così io mi rendevo conto che mi reggeva forte con le mani attorno alle caviglie. E allora mi lasciavo andare, mi scioglievo e allungavo le braccia di fuori, restando così per tenermi in equilibrio».

Carver, sostanzialmente, non fa altro che dirci due cose: che è ancora così e che in fondo diventiamo ogni giorno padri.

di Cristiano Governa