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Il significato della parola Nyota che ha dato il nome a uno dei progetti di pastorale universitaria dell’arcidiocesi in tempo di covid-19

A Kisangani è nata una stella

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12 novembre 2020

«Con pochi mezzi e tanta buona volontà»: funziona così la pastorale universitaria nel vasto territorio dell’arcidiocesi di Kisangani, in Repubblica Democratica del Congo. E soprattutto «grazie all’impegno social di due gruppi giovanili», uno dei quali si chiama Nyota, che in lingua swahili significa stella. A raccontarlo a «L’Osservatore Romano» è  don Dieudonné Kambale Kasika, responsabile della cappellania universitaria-parrocchia Saint Esprit, dinamico promotore di iniziative di evangelizzazione e di comunicazione, sostenute sin dall’origine dall’arcivescovo Marcel Utembi Tapa, tra l’altro di recente rieletto presidente della Conferenza episcopale del paese  francofono  più popoloso al mondo, con circa cento milioni di abitanti. Una terra ricca di grandi risorse, ma segnata da instabilità politica e povertà endemica aggravata ora dal covid-19.

E le origini di questi progetti sono legate proprio alla pandemia. «Si tratta di idee maturate durante il lockdown», spiega don Dieudonné, da poco rientrato in patria dopo aver conseguito a Roma un dottorato in comunicazioni sociali. «I fedeli non potevano più riunirsi per pregare e lodare il Signore. La paura ha assalito tutti»: da qui la decisione di coinvolgere gli studenti nell’alimentare la fede, specie dei coetanei, e incoraggiarli a superare i timori e l’isolamento.

Per rendere concrete le proprie idee il sacerdote ha messo in campo due squadre: la prima, composta da sette giovani, ha puntato sulle produzioni video rilanciate in particolare attraverso la piattaforma Youtube. Anzitutto, dal 23 marzo al 12 aprile, l’équipe ha realizzato il programma Un motif par jour pour ne pas avoir peur. Attraverso un gioco di parole che nella traduzione italiana perde l’effetto-rima, la trasmissione è stata ispirata a don Dieudonné proprio da un libro italiano 365 motivi per non avere paura, di don Maurizio Mirilli, parroco del Santissimo Sacramento a Tor de’ Schiavi, nella periferia est di Roma, dove il giovane prete congolese è stato ospitato durante i suoi studi alla Pontificia università della Santa Croce. «Del resto il 12 aprile era Pasqua, il giorno in cui Cristo ha vinto il male e con lui tutti i nostri timori», commenta l’abbé, come lo chiamano i suoi ragazzi.

Dopodiché il programma ha cambiato titolo in Un motif par jour pour aimer. «E alla fine del lockdown nel Paese — il 15 agosto — il gruppo che nel frattempo si è dato il nome di Nyota», nel corso di un ritiro spirituale si è impegnato nella formazione di una leadership di santità e il programma ha preso un altro nuovo titolo Notre voix pour un leadership saint. «Viene prodotto regolarmente ogni settimana da ragazzi entusiasti, il cui lavoro ha già fatto maturare molti frutti, viste le continue testimonianze che riceviamo in tal senso», assicura.

La seconda iniziativa coinvolge altri giovani esperti di media ed è in pratica la pagina Facebook dell’arcidiocesi: si chiama Archikisonline e attraverso la trasmissione in diretta di messe, veglie e altri momenti di culto e di preghiera, ha consentito a molte persone di mantenere il legame con la chiesa, strumento di comunione in particolare per le migliaia di connazionali che vivono fuori dal Paese africano. Non va dimenticato infatti che la Repubblica Democratica del Congo a causa di scontri che da decenni insanguinano il nord-est conta mezzo milione di sfollati interni oltre a centinaia di migliaia di persone fuggite all’estero.

Sulla pagina social si trovano anche spunti di riflessione per gli studenti, reportages sulle iniziative pastorali creative avviate durante il periodo di chiusura per l’emergenza sanitaria, e attraverso la rubrica Des voix et des visages, donne e uomini perlopiù «sconosciuti» vengono presentati come modelli di bene, per rispondere all’appello di Papa Francesco che nel messaggio per la 54a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali ha chiesto ai media di raccontare storie belle, vere e buone.

Come quella che ha per slogan «Mi lavo le mani per proteggere me stesso e te». Infatti dalla comparsa del coronavirus, la Chiesa cattolica nel Paese africano ha costantemente ricordato alla popolazione di osservare le regole elementari di igiene per prevenire la diffusione del contagio; e la cappellania universitaria di Kisangani ha anche installato al suo esterno punti di lavaggio delle mani, molto apprezzati e utilizzati da chiunque si trovi a passare nei paraggi. 

Il tutto con buona volontà, amore per la professione giornalistica e qualche strumento di fortuna: un computer, una telecamera, due microfoni e un trepiedi, per raggiungere ogni angolo del vasto e a tratti impervio territorio arcidiocesano. Ben 150 mila chilometri quadrati al cui interno sorge una delle maggiori — dopo la capitale Kinshasa — città della Repubblica Democratica: ovvero l’antica Stanleyville, fondata nel 1882 dal giornalista-esploratore di cui porta il nome. Ribattezzata nel 1966 Kisangani, è il capoluogo di una provincia caratterizzata dalla presenza di foreste e fiumi, con cascate di vastissima portata. Ecco allora la necessità per i giovani evangelizzatori di avere a disposizione non solo mezzi di trasporto adeguati (almeno un fuoristrada 4x4 e un paio di motocicli), ma anche materiale per la formazione. Insomma, conclude don Dieudonné con una richiesta di aiuto, «crescono i bisogni e servono risorse, anche economiche,  per i due progetti che da sette mesi vanno avanti solo grazie alla buona volontà e ai sacrifici dei singoli, perlopiù ragazzi, i quali però hanno anche il diritto di poter pensare al loro avvenire».

di Gianluca Biccini