· Città del Vaticano ·

Realizzata dai detenuti dell’Istituto di Marino del Tronto

Una casa per il Signore

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11 novembre 2020

Hanno voluto intitolarla alla Madonna delle Grazie, patrona insieme a sant’Emidio di Ascoli Piceno, la loro nuova cappella. Loro, perché l’hanno fortemente voluta e costruita proprio durante il periodo più duro della pandemia. I protagonisti di questa bella storia sono i detenuti dell’alta sicurezza di Marino del Tronto, (Ascoli Piceno) che dopo aver lanciato l’idea al cappellano del carcere, don Alessio Cavezzi, di mettere a disposizione la loro professionalità, e di aver ottenuto il via libera dalla direttrice, Eleonora Consoli, si sono ritagliati uno spazio quotidiano, da marzo in poi, per ultimare il loro progetto entro il 10 ottobre, giorno in cui è stata inaugurata. «In questo istituto non avevamo un luogo deputato alla preghiera» spiega il cappellano. «C’era una stanza all’interno della quale era sistemato un piccolo altare, alcuni banchi e, appese, le immagini di san Basilide (patrono del corpo di Polizia penitenziaria) e di san Giuseppe Cafasso (patrono dei cappellani e dei detenuti). Questi erano gli unici segni liturgici che potevano far pensare ad un luogo sacro. Niente di più». Don Cavezzi rivela inoltre che: «Le persone che vi passavano davanti, si facevano il segno della croce, o invocavano il Signore. Per il resto ci si trovava davanti ad uno dei tanti cameroni con sbarre e inferriate della casa circondariale. Da qui, la mia preoccupazione: la casa del Signore deve essere un luogo accogliente e bello, non un posto anonimo e freddo». L’appello del sacerdote è stato immediatamente raccolto da alcuni ospiti che, tra l’altro, erano assidui frequentatori dei corsi di catechismo di don Cavezzi. «Se ci compri gli attrezzi e ci metti in condizione di lavorare, trasformeremo questo posto, mi hanno detto, e io non gliel’ho fatto ripetere due volte» racconta il cappellano, sottolineando le iniziali difficoltà risolte, per fortuna, grazie alla sensibilità dell’amministrazione e della direttrice.

«La domanda che mi è stata posta subito dopo la comunicazione di disponibilità dei detenuti è stata: chi sono questi per portare avanti un lavoro del genere? Che conoscenze hanno? Quale il loro senso religioso? Ho risposto che avremmo comunque dovuto provare a dargli fiducia. Ed è stata questa la carta vincente». L’iniziativa è stata interpretata dai ragazzi come uno dei pochi mezzi per non troncare del tutto i legami con il mondo che sta fuori e non perdere la dignità e il rapporto con se stessi. Una dimostrazione che il lavoro dei detenuti si sposa con la riabilitazione e non con lo sfruttamento, e che si può tornare a vivere anche testimoniando il passaggio da un isolamento rabbioso e spaventato ad un’accettazione dell’essere, inaspettatamente e imprevedibilmente, artista e artigiano. Immergersi nell’arte sacra è diventata così una terapia che consente di ritrovare agganci con un mondo separato. Ne è uscita un’opera ben fatta, nonostante il Covid-19 e le limitazioni degli spostamenti, anche interni, garantiti comunque da turni extra degli agenti. «Un lavoro di squadra. Ci siamo sentiti parte di una sola famiglia. Anche coloro che sono qui a pagare per gli sbagli commessi, hanno mostrato questo sentimento di appartenenza alla comunità. Tutto ciò rimarrà anche dopo di loro e quindi, la riconoscenza è doppia. Per essersi adoperati in una situazione difficile e inedita (quella della pandemia) e per aver lasciato una testimonianza di fede a chi verrà dopo». Non nasconde la sua soddisfazione la direttrice che parla di un’opera «nata dalla volontà di tutti, dalla comune interpretazione di rendere bello il luogo dove si celebra la messa e dalla determinazione di lasciare un segno». Secondo Eleonora Consoli «l’elemento religioso in carcere è importantissimo perché dona speranza e dà un senso ai lunghi giorni di detenzione. Soprattutto ora». La direttrice si sofferma poi a descrivere le sezioni più ricercate della nuova cappella: «Nuovi colori, capitelli e perfino mosaici realizzati grazie all’impiego di pezzi di plastica. Il tutto reso solenne da luci che hanno trasformato uno spazio freddo e angusto, in un assieme armonioso e accogliente».

di Davide Dionisi