· Città del Vaticano ·

Suonare anche il silenzio

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«Cercando Beethoven» di Saverio Simonelli

11 novembre 2020

«Cercando Beethoven» di Saverio Simonelli, appena edito da Fazi (Roma, 2020, pagine 240, euro 18), è un romanzo complesso e ambizioso, costruito come una rigogliosa pianta rampicante avvolta attorno a una storia d’amore ambientata nella Vienna del 1808, sotto la costante minaccia di un nuovo arrivo delle armate napoleoniche. È la guerra che si concluderà con la battaglia di Wagram. Personaggi realmente esistiti si affacciano con discrezione nella vicenda, dai fratelli Wilhelm e Alexander von Humbold, uno filosofo, l’altro esploratore, allo scrittore Franz Grillparzer, primo biografo di Beethoven.

I soldati francesi, nessuno dei quali compare mai sulla scena allestita da Simonelli, sono per i protagonisti un pericolo minore di quello costituito da una presenza negativa, nascosta ma incombente, quella di Emanuel Schikaneder, l’impresario, librettista, attore e cantante per il quale Mozart scrisse Il Flauto Magico e che interpretò Papageno nella prima esecuzione.

Simonelli affida a questa figura secondaria e misteriosa della storia della musica il compito di rappresentare una sorta di basso continuo nella vicenda, un controcanto passatista allo sbocciare della nuova stagione estetica e culturale impersonata da Beethoven. Il romanzo presenta infatti il grande musicista come l’interprete di un umanesimo rinnovato e solare, fiducioso, che si sta liberando in maniera definitiva da ogni superstizione, da ogni ombra crepuscolare, nel quale l’alchimia ha perso di significato, tanto che il protagonista, il giovanissimo pianista Wilhelm Werner, manifesta repulsione persino per le tisane che gli vengono offerte. Un’immaginaria storia d’amore tra due ventenni costituisce per Simonelli l’occasione per manifestare un affetto reale, profondo e maturo, nei confronti di quello che giudica senza esitazioni il maggior musicista di tutti i tempi. Un sentimento che si rivela anche attraverso la discrezione. Pur presente nella vicenda fin dall’inizio, nel desiderio di incontrarlo che anima protagonista e comprimari, Beethoven entra infatti in scena abbastanza tardi e le sue apparizioni sono sempre dosate con cura, contenute, come se l’autore non volesse scomodare oltre misura il grande personaggio o temesse di diminuirne il prestigio trattandolo con eccessiva familiarità intellettuale.

Riferendosi alla battuta lasciata priva di note da Beethoven al termine di molte delle sue composizioni Simonelli fa ricordare al giovane Wilhelm l’insistenza del suo insegnante di musica: «Anche il silenzio, quel silenzio lì, tu devi suonarlo». Una tensione interpretativa che evoca il passo dell’Apocalisse, all’apertura del settimo sigillo: «Si fece silenzio in cielo per circa mezz’ora».

La novità che l’autore riconosce in Beethoven rispetto ai musicisti che lo precedono è collegata infatti anche a una rinascita religiosa, costituisce un’uscita in positivo dal passato, di intensa spiritualità, con la quale si conclude la stagione della riforma cattolica giungendo a conquistare un rapporto diretto e maturo con Dio, non velato da alcuna forma superstite di conflittualità confessionale o di esoterismo massone.

Un disguido riguardo a una carta del mazzo per il gioco del mercante in fiera appartenuto a Mozart, sulla quale il simbolo alchemico della piramide viene sostituito per puro caso da quello della Sfinge, dichiara con ironia scomparse credenze ormai legate al passato.

Al contrario il Beethoven di Simonelli ci è pienamente contemporaneo, persino nell’accettazione della sofferenza, genio assoluto ma dalla vita disordinata, musicista eccelso condannato a una dolorosa sordità, è definito un «uomo desideroso di compagnia, di condivisione, di affetto» e poi «asceta, altro che mago». La conferma di questa intuizione relativa alla spiritualità a noi prossima del grande compositore arriva da citazioni testuali tratte dai carteggi beethoveniani. Alle monache Orsoline di un convento cui ha concesso gratuitamente alcuni brani per un concerto di beneficenza, scrive «non c’è bisogno di tanti ringraziamenti: io ringrazio Colui che mi ha messo in grado di poter essere utile qualche volta con la mia art» e «se le reverende madri vogliono tuttavia dimostrarmi in qualche modo la loro gratitudine, mi ricordino nelle loro devote preghiere». Nel testamento redatto da Beethoven a Heiligenstadt, nell’ottobre del 1802, leggiamo «Dio Onnipotente, che mi guardi fino in fondo all’anima, che vedi nel mio cuore e sai che esso è colmo di amore per l’umanità e del desiderio di ben operare». L’agnosticismo un po’ ingenuo, caratteristico dell’illuminismo e della rivoluzione francese è molto lontano.

di Sergio Valzania