· Città del Vaticano ·

Don Marco Galante 24 ore su 24 con i malati dell’ospedale Covid di Schiavonia

Per annunciare il Vangelo della vita

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11 novembre 2020

«Quella che che sono stato chiamato a svolgere non è un’avventura personale. È la Chiesa che mi manda. Non voglio essere considerato l’eroe di turno»: così parla a «L’Osservatore Romano», don Marco Galante, amministratore parrocchiale di quattro comunità ai piedi dei Colli Euganei (San Giacomo, Ca’ Oddo, Schiavonia e Marendole) e cappellano ospedaliero da sei anni. Il sacerdote, in accordo con la direzione dell’Ulss 6 Euganea, vive nell’ospedale Covid di Schiavonia, nel Padovano, insieme ai malati poiché c’è tanta sofferenza e tanto bisogno di vicinanza, in questo tempo di “distanziamento” reso necessario dalla pandemia. Per questa ragione, la diocesi di Padova si è sentita interpellata dall’emergenza che sta avanzando e ha voluto porre un piccolo segno ecclesiale per invitare tutti i cristiani e le comunità a stare vicini a chi si trova coinvolto dalla sofferenza. Da qui la scelta del vescovo Claudio Cipolla: «Indicare che i cristiani sono chiamati a servire la vita in tutti i suoi momenti, anche quelli della malattia». Il presule spiega al nostro giornale che la scelta di incaricare don Marco per una missione particolare, stando 24 ore su 24 presso l’ospedale di Schiavonia a disposizione degli ammalati di coronavirus, dei loro familiari e degli operatori sanitari, è «un modo per annunciare il Vangelo della vita, un segno per invitare tutti a servire e a testimoniare la vita che Dio ama, questa nostra vita umana anche nei suoi momenti più estremi. La scelta di don Marco — aggiunge monsignor Cipolla — ci sembrava un’occasione per consolidare ancora di più i rapporti tra gli operatori pastorali e il personale medico nel servizio agli ammalati». Questa forma di “presenza totalizzante”, la definisce così il vescovo di Padova, è stata possibile perché don Marco era già presente nell’ospedale di Schiavonia da diversi anni. Secondo monsignor Cipolla, non solo i malati e i loro familiari, ma anche il personale medico-sanitario ha bisogno di essere sostenuto. «Stanno svolgendo una vocazione e lo fanno in silenzio e con sacrificio, mettendo in secondo piano anche i loro cari».

Don Marco Galante, 46 anni, sarà quindi una presenza di Chiesa prossima e vicina alla sofferenza. Le giornate del sacerdote seguono un programma ben definito: «la mattina visito i due reparti Covid-19 e parlo con tutti: pazienti, medici e infermieri. Alle 15.30 celebro la messa, seguita dall’adorazione e dalla recita dei vespri. «Inoltre — sottolinea il sacerdote — all’interno della cappella dell’ospedale c’è una piccola telecamera che trasmette le funzioni liturgiche, così i malati e il personale ospedaliero possono seguirci dalle loro stanze grazie ai televisori a circuito interno». Don Marco non nasconde un certo imbarazzo per le numerose telefonate e le interviste ricevute. «Sinceramente non me lo sarei mai aspettato, anche perché non sto facendo nulla di straordinario. Sto semplicemente svolgendo la mia missione. Il mio vescovo mi ha affidato questo compito e io lo svolgo senza esitazioni». Agli ottanta malati di coronavirus, il sacerdote offre conforto e sostegno psicologico, poiché «tutti cercano speranza. Hanno bisogno di sperare. Un giovane padre — racconta — mi ha chiesto perché c’è tanta cattiveria in questo mondo. Il mio messaggio è quello di pregare e di svolgere nel nostro quotidiano le opere di carità. Stando vicino ai malati — aggiunge — non faccio altro che annunciare il Vangelo della vita in ogni situazione: dal concepimento fino alla morte naturale. Questo mi ha chiesto il vescovo. Questa mia esperienza la vivo come un’ulteriore chiamata. Ho detto subito di sì, senza se e senza ma, poiché quando il Signore chiama è più liberante rispondere di sì!».

Don Marco, due mattine la settimana celebra messa per il personale ospedaliero. La sera poi si collega via internet con le sue comunità, per la preghiera di compieta della sera. «Don Marco Galante — sottolinea monsignor Cipolla — ha voluto chiedere alla sua comunità parrocchiale se poteva svolgere questa missione all’interno dell’ospedale e tutti si sono trovati d’accordo con la sua scelta. In questo particolare momento, non ci si può permettere di tirarsi indietro e di restare indifferenti ai bisogni della gente. La diocesi di Padova con tutte le sue parrocchie sta rispondendo con efficacia alle sfide e alle urgenze di numerose famiglie che versano in difficoltà. Dobbiamo imparare un nuovo stile di essere Chiesa: non c’è più spazio per l’indifferenza, non si può delegare. Tutti i cristiani — conclude il vescovo di Padova — devono diventare operatori di carità in quanto credenti. Questa è un’opportunità che non possiamo lasciarci sfuggire».

di Francesco Ricupero