· Città del Vaticano ·

Un libro di Massimo Folador e Giuseppe Buffon

La via italiana all’economia integrale

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11 novembre 2020

Urge recuperare il concetto di economia fondata sull’etica del lavoro, i cui principi fondativi prevedono l’integrazione tra un giusto profitto e la valorizzazione delle persone, della comunità e dell’ambiente: paradigmi, questi, sui quali l’Europa per secoli ha costruito il suo sviluppo e di cui il Rinascimento italiano costituisce l’emblema. Ma perché s’impone l’esigenza di questa operazione di recupero? Con la rivoluzione industriale e l’avvento del modello “classico”, l’economia ha perso il ruolo che aveva svolto fino ad allora nello sviluppo di un valore economico teso anche alla crescita della società nel suo insieme. Le conseguenze di questo scenario si specchiano negli stridenti squilibri che, in misura crescente, stanno minando il tessuto sociale e civile. È degno di lode, dunque, il libro di Massimo Folador e Giuseppe Buffon «Verso un’economia integrale. La via italiana» (Milano, gueriniNext, 2020, pagine 190, euro 18) perché ha il merito di richiamare l’attenzione, con la forza di puntuali argomentazioni, su una questione che riveste una acuta rilevanza su più versanti, da quello umano a quello etico, da quello prettamente pragmatico a quello eminentemente morale.

Massimo Folador è fondatore e amministratore di Askesis Società Benefit, che si occupa di consulenza e formazione per lo viluppo delle aziende attente al rapporto fra etica e impresa; Giuseppe Buffon è professore ordinario di storia della Chiesa alla Pontificia Università Antonianum di Roma, dove è direttore scientifico del progetto “Verso una rete internazionale per l’ecologia integrale”. Il volume, dunque, è curato da due personalità che mettono la loro collaudata competenza al servizio di una causa che richiede, da parte della comunità sociale, senso di responsabilità e matura consapevolezza. Nel ripercorrere “una tradizione economica lunga secoli” Folador richiama la storia del monachesimo benedettino e la rivoluzione positiva” che esso introdusse nella società civile e in quella che si potrebbe definire la “nascente” economia. Un dei suoi tratti distintivi — che maggiormente influì sullo sviluppo dell’Italia e dell’Europa dopo la crisi dell’impero romano — è racchiusa in una frase dello storico Leo Mulin: «I monaci sono all’origine, inconsapevole e involontaria, di un movimento economico e sociale così profondo, così diverso e vasto che l’evoluzione del Medioevo sarebbe difficilmente spiegabile senza la loro presenza e la loro azione». Ma i monasteri — osserva Folador —- non si sono limitati a produrre “economia”: grazie agli amanuensi ci hanno trasmesso la grande cultura antica, sono stati custodi arte e bellezza, sono stati il perno attorno al quale intere regioni in Europa si sono sviluppate. Nei cosiddetti “secoli bui”, mentre il mondo intero andava verso un’altra direzione, hanno creato economia, ma paradossalmente, lo hanno fatto “partendo da altri presupposti e nutrendo altri obiettivi”. In questo senso si potrebbe parlare di una “responsabilità sociale ante litteram”, che ha permesso alle abbazie alto medioevali di divenire luoghi aperti al territorio e all’ambiente che le circondava e, grazie a ciò, di sviluppare via via “un valore economico e sociale senza pari”.

Un passaggio importante del libro è rappresentato dalla riflessione su quanto è accaduto dopo la pubblicazione de “La ricchezza delle nazioni” di Adam Smith e con l’elaborazione del suo pensiero da parte degli economisti anglosassoni. In tale contesto si assiste allo svuotamento della valenza sociale dell’impresa e del suo essere strumento al servizio della comunità. Con Smith infatti “il mondo del lavoro ha cominciato a guardarsi con i soli “occhiali” della nuova economia, complice anche la rivoluzione industriale e l’incremento dei livelli di produzione. Questa concezione della società ha trovato terreno fertile nella cultura protestante. Come ha sostenuto Max Weber, il cristianesimo protestante individua nell’azione economica tesa allo sviluppo della ricchezza monetaria una missione quasi “religiosa”, al punto che questa cultura fortemente orientata al profitto è penetrata nelle scelte e nei comportamenti delle nascenti imprese fino ad adottarne persino i riti e i simboli: dall’idolatria del “capo” al misticismo di alcune convention aziendali.

L’attenzione non poteva poi non concentrarsi sulle Encicliche sociali, a partire dalla prima, la «Rerum Novarum» (1891) di Leone xiii. Con questo documento il papato avvia una tradizione che arriverà ai nostri giorni con la «Laudato si’» di Papa Francesco, «punto di riferimento oggi per ogni riflessione sull’ecologia e l’economia integrale». Nel libro si sottolinea che l’elemento centrale all’origine della «Rerum Novarum» è la presa di posizione della Chiesa e di ampi strati della popolazione rispetto a un bisogno di maggiore equità e giustizia, e a una presa di coscienza dei conflitti e delle sperequazioni sociali che stavano dilaniando la società italiana ed europea di quella temperie storica. Questa prima enciclica, «profetica e lungimirante, divenne — evidenzia il volume — la pietra miliare su cui i pontefici costruirono i documenti successivi, mantenendo sempre vivo uno sguardo capace di cogliere e interpretare i segni de tempi e di dare voce alle istanze più profonde che abitano l’uomo e le sue comunità». Illuminante è la riflessione di Buffon sulla figura dell’imprenditore, chiamato ad individuare i giusti spazi nell’ambito di un nuovo sviluppo sociale. «Un imprenditore che si apre allo spazio planetario — scrive Buffon — non è un sognatore o, peggio, un illuso, ma soltanto la guida di un’azienda s cui stanno a cuore le generazioni future, il lavoro dei suoi figli e dei suoi nipoti». L’imprenditore a cui sono cari gli ampi spazi ha scoperto che, per ottenere tempi lunghi, occorre allargare il raggio delle sue relazioni. A tale riguardo, è necessario costituire una rete basata sulla fiducia. «Egli nutre il convincimento che più è solido il vincolo fiduciario con i suoi cooperatori, più diventa spontaneo allargare lo spazio delle sue relazioni; più si estende la rete della compartecipazione, maggiore sarà l’opportunità di ottenere una proiezione di lunga durata, perché maggiori saranno le probabilità di superare la crisi, necessaria alla concessione di nuovi progetti e di nuovi lavori». L’imprenditore che accetta di incamminarsi per questa via è «una persona — sottolinea Buffon — che ha scoperto il valore e l’efficacia del capitale spirituale, il quale fornisce la fiducia nel valore moltiplicativo della relazione». Egli sperimenta cioè la certezza che “uno più uno fa tre”, ovvero che l’obiettivo del bene comune è «un corroborante aziendale più efficace della sommatoria degli interessi individuali e, soprattutto, offre maggiore sazietà: vale a dire, quella felicità che fa dell’individuo una persona».

di Gabriele Nicolò