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PER LA CURA DELLA CASA COMUNE
Il falso mito del riciclo della plastica

Il grande imballo

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11 novembre 2020

Dall’occhio dei bambini arriva sempre la verità. Soprattutto quella scomoda. «Davvero nonna imballavate i legumi nella plastica? Ma eravate matti? Pensa: 15 minuti di utilizzo, 400 anni di inquinamento! Un’assurdità!».

Nathalie Gontard è uno dei massimi esperti al mondo in materia di plastica. I suoi studi – è stata docente all’università di Montpellier e di Kyoto, nonché consulente della Commissione europea e attualmente è direttrice di ricerca all’Institut national de la recherche agronomique di Parigi – sono pluridecennali nel campo delle materie plastiche, in particolare della ricerca di soluzioni alla plastica «usa e getta», soprattutto nei Paesi del Sud del mondo. Ebbene, proprio dal nipote, nello scambio sopra riportato, ha condensato, al termine di un suo nuovo saggio, una verità ormai assodata: l’uso della plastica deve ridursi drasticamente per fronteggiare il surriscaldamento climatico, collegato fortemente anche alla necessità di bruciare la plastica che tutti noi consumiamo quotidianamente.

E i numeri che Nathalie Gontard snocciola nel suo nuovo testo – Plastique. Le grand emballement, scritto insieme alla giornalista Hélène Seingier, da pochi giorni in libreria in Francia per le edizioni Stock – sono davvero scioccanti. E dovrebbero far pensare e agire di conseguenza. Eccoli: nel 1950, quando l’uso della plastica era ancora agli albori, si aveva una produzione mondiale annua di 2 tonnellate: oggi siamo a 359 milioni di tonnellate (dati 2018), ovvero «più di 11 tonnellate prodotte al secondo. Si tratta del materiale più prodotto dall’essere umano». In totale, dal 1950 sono state prodotte oltre 9 miliardi di tonnellate di materiale plastico. E entro il 2050, se il trend non diminuisce, ci avvicineremo alla cifra monstre di 30 miliardi. Dei 9 miliardi di tonnellate realizzate, 2,5 miliardi le stiamo utilizzando, 0,5 sono state bruciate, il restante – 6 miliardi – sono rifiuti sparpagliati nel pianeta. Tanto che — registra Nathalie Gontard — «anche nella fossa delle Marianne, il punto più profondo dell’Oceano, il 100% dei crostacei che vi abitano, a circa 11 chilometri di profondità, sono contaminati da particelle plastiche».

Se analizziamo il consumo, un abitante di un Paese occidentale usa ogni anno 100 chilogrammi di plastica, ovvero l’equivalente di 3000 bottiglie d’acqua. È proprio questo sovraconsumo che fa sì che oggi — secondo Nathalie Gontard — si debba istituire un neologismo, parlando di «plastiagglomerato», riferendosi a un «composto di plastica, roccia, sedimenti, sabbia e altri detriti, un nuovo elemento del nostro ambiente totalmente inedito nella storia del pianeta. Esso costituisce il marcatore geologico della nostra epoca: l’antropocene». Al punto che in Australia certi suoli contengono fino a 6,7% di microparticelle di Pvc. Mentre l’83% dei fiumi degli Stati Uniti sono contaminati da microplastiche.

Nathalie Gontard punta il suo focus di ricercatrice scientifica sul mito del riciclo: solo il Pet, è la sua ferrea diagnosi, può effettivamente essere riutilizzato. Mentre ancora oggi l’inquinamento la fa da padrone: ogni anno ogni francese getta via l’equivalente del proprio peso in plastica. Il riciclo del Pet ha comunque due limiti grossi: «Questo processo funziona solo per un ciclo di riciclo. E bisogna mescolare la plastica usata a plastica “vergine” per ottenere un materiale di sufficiente qualità».

Nathalie Gontard denuncia inoltre come il mito del riciclo in Occidente sia stato fatto sulle spalle dei Paesi del sud del mondo, inondati di materiale plastico dal ricco Nord, fino quando la misura è stata colmata. È il caso virtuoso della Cina, che ha deciso che nel giro di 5 anni non vuole più produrre plastica non riciclabile: «E questo è logico: la Cina fu uno dei primi Paesi a soffrire di inquinamento dell’aria, e anche il primo a chiudere le sue frontiere ai rifiuti di plastica importati dall’estero».

Il futuro, secondo Nathalie Gontard, deve essere veramente «plastic-free». Ne va della sostenibilità del pianeta, del futuro dei nostri figli, nipoti ed eredi. La ricercatrice francese denuncia la scarsa prospettiva di visione da parte dei politici quando si fermano a realizzare piani per il 2025 o il 2050: «Che mondo ci aspetterà? Che suolo coltiveremo? Che aria respireremo? Che alimenti mangeremo? L’essere umano ha la vista corta. Se riusciamo a pensare all’avvenire dei nostri figli o dei nostri nipoti, noi ci proiettiamo ben al di là del 2050. Pochi di noi immaginano il mondo al di là del 2100. Ma è proprio in quell’epoca che il pianeta e i suoi abitanti subiranno il pieno impatto delle particelle uscite dai rifiuti di plastica che usiamo oggi».

di Lorenzo Fazzini