· Città del Vaticano ·

I primati di una vita non convenzionale

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Un libro e una mostra al Palazzo Reale di Milano sulla fotografa Margaret Bourke-White

10 novembre 2020

Poco più che trentenne, Margaret Bourke-White era già una fotografa affermata e famosa quasi quanto una diva di Hollywood. Eppure erano passati solo pochi anni dall’apertura, nel 1928, di uno studio fotografico a Cleveland, che aveva attirato clienti importanti per i suoi lavori industriali, e dal grande salto a New York l’anno successivo, con i reportage per «Fortune» su fabbriche ritratte in modo astratto, geometrico, ma in grado di restituirne il potente realismo. Ma in un ambiente di uomini, com’era quello fotografico del tempo, non era certo facile emergere. Facevano eccezione le coeve Tina Modotti, Gerda Taro e Lee Miller, sponsorizzate però da fotografi del calibro di Edward Weston, Robert Capa e Man Ray, cui erano legate affettivamente. E Bourke-White non faceva nulla per accattivarsi simpatie: elegante, vistosa al limite dell’eccentricità, opportunista, manipolatrice. Ma se questi erano gli aggettivi usati dai critici, in verità altri la definivano decisamente meglio: determinata, caparbia nel voler ottenere ciò che aveva in mente, anche non facendosi scrupolo talvolta di indirizzare i suoi soggetti.

Un tratto, quest’ultimo, che si evidenziò quando nel 1936 decise di cambiare genere, passando alla documentazione sociale, recandosi nel sud degli Stati Uniti per raccontare le conseguenze della depressione. Venne criticata per il repentino passaggio. Dopo aver lavorato per le grandi industrie, per i padroni, con questo viaggio nella povertà voleva lavarsi la coscienza, sosteneva più di qualcuno. Forse c’era del vero anche in questo. Ma probabilmente la sua colpa principale era quella di aver anticipato altri illustri colleghi, in particolare Walker Evans, pubblicando per prima, nel 1937, un volume su questo tema, You Have Seen Their Faces, pietra miliare dell’editoria fotografica, realizzato con lo scrittore Erskine Caldwell, divenuto nel frattempo suo marito, il secondo.

Ma Bourke-White è stata la prima in molte cose, semplicemente perché era brava nel suo lavoro. Aveva un grande intuito, che sapeva unire al suo indiscutibile fascino. Non meraviglia, quindi, che una mostra al Palazzo Reale di Milano, allestita — covid permettendo — fino al 14 febbraio 2021, e un libro pubblicato per l’occasione da Contrasto s’intitolino Prima, donna. Margaret Bourke-White (Roma, 2020, pagine 184, euro 35).

È stata infatti la prima ad arrampicarsi sulle colate di ferro delle fonderie per realizzare fotografie industriali da prospettive inedite; a cimentarsi con la fotografia aerea (aveva una vera passione per il volo); a documentare la Russia del piano quinquennale e l’unica a ottenere una sessione di posa da Stalin. E ancora, la prima a cui venne disegnata una divisa di corrispondente di guerra. La prima a riprendere l’orrore del lager di Buchenwald («per lavorare ho dovuto coprire la mia anima con un velo», disse). La prima a testimoniare l’India nel momento di separazione con il Pakistan e l’unica a fotografare il Mahatma Gandhi poche ore prima dell’assassinio, nonché la prima a scendere sottoterra con i minatori in Sud Africa e poi a documentare a colori la segregazione razziale negli Stati Uniti. Ma fu soprattutto la prima — come scrive la curatrice della mostra, Alessandra Mauro — «a non sottrarsi alla macchina fotografica diventando a sua volta il soggetto di un reportage che documenta, con la forza e la tenerezza dello sguardo del collega Alfred Eisenstaedt, la sua lotta contro il Parkinson che la immobilizzerà e la porterà alla fine. In quei momenti Margaret, famosa per la sua eleganza e il gusto innato per i vestiti, non ha paura di mostrarsi debole, invecchiata e impaurita. La prima, insomma, quasi in tutto. Con le sue immagini, le sue parole, la sua vita, Margaret Bourke-White è stata in grado di creare un personaggio forte e invidiabile costruendo il mito attraente di se stessa, donna e fotografa».

Un mito che rivive nell’esposizione milanese e che ripercorre cronologicamente la vita professionale di Margaret Bourke-White in cento immagini iconiche, tratte dall’archivio «Life»: dalla famosa copertina del primo numero, con la diga di Fort Peck, in Montana, alle guglie del Chrysler Building di New York, nel cui attico aveva voluto il suo studio fotografico; dalle persone in fila per il pane durante le alluvioni a Louisville, in Kentucky, agli scatti da vari fronti di guerra durante il secondo conflitto mondiale con gli orrori dei campi di battaglia e di sterminio; dall’immagine della folla immensa radunata per il funerale di Ghandi a New Delhi, in India, ai bagnanti che affollano la spiaggia di Coney Island, a New York.

Accanto alle fotografie, sono esposti anche una serie di documenti e immagini personali, video e testi autobiografici, che raccontano la personalità di Margaret Bourke-White, la sua visione e la sua vita non convenzionale, a tratti avventurosa e spericolata. Fotografare dalla cima di un grattacielo, dal bordo di una trincea, nel buio di una miniera centinaia di metri sottoterra o al cospetto di un personaggio famoso non faceva per lei molta differenza. «Se ti trovi a trecento metri di altezza, fingi che siano solo tre, rilassati e lavora con calma», era il motto di Margaret Bourke-White. Che aveva ben chiara sua missione, avendo sposato in pieno quella della rivista «Life»: «Trovare qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno avrebbe potuto immaginare prima, qualcosa che solo tu puoi trovare perché oltre a essere un fotografo sei un essere umano un po’ speciale, capace di guardare in profondità dove altri tirerebbero dritto: questo era il nostro modo di lavorare». A conclusione del percorso visivo, il volume aggiunge un monologo di Concita De Gregorio che, immedesimandosi in Bourke-White, come in un lungo flusso di coscienza, racconta la sua ricerca della «misura del fuoco», quella capacità visionarie e al contempo narrativa che le permise di comporre le sue originali storie fotografiche.

Storie che ancora oggi riescono a emozionare, restituendoci in pieno lo spirito del tempo.

di Gaetano Vallini