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Riflessioni nell’epoca del covid-19

La filosofia e il male

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09 novembre 2020

Pubblichiamo una sintesi della prolusione tenuta il 9 novembre dal professor Leonardo Messinese, ordinario di metafisica, per l’inaugurazione dell’anno accademico 2020-2021 della Pontificia Università Lateranense.

La filosofia, talvolta considerata come separata dalla vita, è l’espressione pensante dello sguardo umano che si affaccia sulla storia del mondo. Un tale sguardo, soprattutto in occasione di alcuni eventi eccezionali, si posa sul male dell’esistenza e s’interroga alla ricerca di un sapere che possa, almeno in parte, appagare l’intelligenza e il cuore dell’uomo.

Il problema del male nell’orizzonte della sensibilità odierna e del pensiero contemporaneo


L’espressione «male dell’esistenza» intende significare il male che appartiene all’esistenza umana, innanzitutto in quanto è il male del quale a vario titolo essa «fa esperienza». Ed è il male che riguarda pure chi mi è lontano nello spazio e nel tempo, ma non così tanto da non far parte con me di un’unica storia del mondo.

Ma cos’è questo male che ha acquisito una dimensione universale? A cosa mi riferisco, propriamente, quando penso al male e chiedo «perché» ci sia e «da dove» provenga? Non c’è dubbio che è soprattutto alla sofferenza e, in particolare, alla sofferenza degli innocenti, che l’uomo contemporaneo guarda e su cui s’interroga. L’«esperienza del male» oggi è intesa, innanzitutto, come esperienza del dolore e, in particolare, del dolore sofferto ingiustamente. Il pensiero filosofico contemporaneo ha dato voce a questa «esperienza del male». Ed esso, prestandole la massima attenzione e aprendosi alla più grande compassione, ha dichiarato la fine di ogni rassicurante «teodicea», giudicandola buona forse a dare una risposta di carattere generale al problema suscitato dal male e, tuttavia, incapace di offrire un senso alla concreta sofferenza di ogni singola persona. In verità si tratta di un giudizio troppo severo, ma del quale, comunque si deve tenere conto.

L’esperienza del male nel corso della storia ha assunto volti diversi. Nel secolo scorso un evento terribile e spaventoso ha segnato un punto di non ritorno nella riflessione filosofica, ma anche teologica, sul male. Questo evento ha il nome di un campo di concentramento e il volto di milioni di vittime innocenti: Auschwitz. In questi ultimi tempi, poi, a motivo della pandemia, abbiamo dovuto assistere, con una grande pena nel cuore, a una serie che sembrava infinita di processioni di mezzi militari che contenevano bare accatastate una sull’altra. E abbiamo pure assistito al pianto di figli, di genitori, di fratelli e sorelle, di amici, i quali avevano potuto vedere tutto questo soltanto in televisione, senza che potesse esserci per quelle bare il calore di un fiore gentile, solo adornate da un’indicibile tristezza e accompagnate da una silenziosa preghiera.

Il contributo del pensiero post-metafisico


Per esemplificare quale sia il sentire comune della riflessione contemporanea sul male, può essere ricordata la posizione di Paul Ricoeur. Egli ritiene che non si debba rinunciare a pensare il male, ma che lo si debba fare rompendo «con la mescolanza di discorso religioso e di discorso filosofico nella onto-teologia» e, cioè, rinunciando «al progetto stesso della teodicea» (Il male. Una sfida alla filosofia e alla teologia, Morcelliana, 2005). In realtà, il contributo maggiore del pensiero post-metafisico al problema del male è piuttosto di far riflettere meglio sui «limiti» delle soluzioni che possono essere date dalla «filosofia pura» anche quando si tratti della metafisica. Il male, inclusa la morte, soprattutto se considerato in relazione al bene di ogni singola «persona umana», ultimamente sfugge a una piena comprensione razionale e resta circondato da un alone di «mistero» (cfr. Jacques Maritain, Da Bergson a Tommaso d’Aquino, Edizioni Logos, 1982).

Sotto questo aspetto, la critica di Kant alla teodicea può essere condivisa per quel tanto che mette in guardia la ragione dal volere in modo sistematico «giustificare la saggezza morale nel governo del mondo dinanzi ai dubbi sollevati contro di essa, dubbi ispirati da ciò che ci dà a conoscere in questo mondo l’esperienza» (Immanuel Kant, Sul fallimento di tutti i tentativi filosofici in teodicea, in Id., Scritti sul criticismo, Laterza, 1991). D’altra parte, come scrive sempre Ricoeur, «il problema del male non è solo un problema speculativo: esso esige la convergenza tra pensiero, azione (in senso morale e politico) e una trasformazione spirituale dei sentimenti» (Il male, cit.).

Responsabilità dell’uomo e fede escatologica


Insieme con la speculazione filosofica e teologica e con la prassi etica e politica, è l’apertura dell’orizzonte escatologico, per chi ha fede, ad offrire una nuova luce per accogliere il male e portarlo su di sé anche nel suo essere «mistero». Nel momento in cui la voce dell’uomo viene a tacere e si fa spazio all’ascolto del mistero, possono essere proferite le parole del Libro di Giobbe: «Mi metto la mano sulla bocca. Ho parlato una volta, ma non replicherò, ho parlato due volte, ma non continuerò» (Giobbe, 40, 4-5). In attesa del giorno in cui anche «questa cosa», come diceva il rabbino Hillel, «infine sarà capita».

Ci si potrà chiedere: «E nel frattempo?». Nel frattempo, cioè durante la vita nel tempo, è bene coltivare con mitezza il senso del limite e questo significa coniugare sapientemente senso di responsabilità e senso del mistero. Quando manca il primo, non si è protagonisti della propria vita e, come spesso accade, si va alla ricerca del colpevole per i mali che ci affliggono o, peggio ancora, ci si libera dal male facendo del male agli altri; e quando manca il secondo, all’iniziale delirio di onnipotenza succederà la rassegnazione e, forse, la disperazione. Ma quando l’uomo esercita la sua responsabilità nell’orizzonte del mistero e corroborato dalla verità metafisica circa la bontà dell’essere di ogni cosa, allora egli è come una «teodicea vivente».

di Leonardo Messinese