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Riflessioni sulla «Samaritanus bonus» a un convegno al Bambino Gesù

Cristo e l’uomo entrambi confitti

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09 novembre 2020

Papa Francesco ci ha fatto un grande dono: l’enciclica Fratelli tutti, uno squarcio luminoso sul principio della fraternità. Siamo tutti fratelli, ma lo siamo ancora di più se ci lasciamo modellare dall’esempio evangelico che il Santo Padre ci consegna e attraverso il quale ci provoca a essere il buon samaritano per chi incrociamo sulle nostre strade: «Dobbiamo riconoscere la tentazione che ci circonda di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli. Diciamolo, siamo cresciuti in tanti aspetti ma siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre società sviluppate. Ci siamo abituati a girare lo sguardo, a passare accanto, a ignorare le situazioni finché queste non ci toccano direttamente» (Fratelli tutti, 64). Un tale “analfabetismo” ci spinge urgentemente a riflettere sul ruolo delle strutture sanitarie cattoliche e di ispirazione cristiana e sulla vocazione di medici e operatori sanitari, coinvolti in prima persona e già testimoni accanto al malato nelle fasi critiche e terminali della vita. Un ruolo contraddistinto dalla locuzione “cattolica” e una vocazione tesa a riconoscere il valore inviolabile della vita pur nella sua fase ultima. L’immagine di coloro che operano in questi santuari di cura e di sollievo del dolore ha una storia che inizia con una donna infermiera e poi medico, Cicely Saunders, che, nel 1967, fondò il St. Christopher’s Hospice, la prima struttura per le cure palliative al mondo, modello poi ripetuto nel tempo e in altre nazioni da parte di medici, giornalisti e volontari al servizio della vita morente. La nostra riflessione pone, dunque, al centro l’uomo e coloro che ne curano il corpo e l’anima in un tempo di sofferenza, come il buon samaritano che lascia il suo cammino per prendersi cura del bisognoso, delle sue ferite e del suo dolore con l’olio della consolazione e il vino della speranza; immagine cristiana ben delineata nella lettera Samaritanus bonus della Congregazione per la dottrina della fede sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita, edita il 22 settembre scorso. La lettera vuole rendere concreta l’immagine del buon samaritano illuminando medici, operatori sanitari, volontari ospedalieri nelle loro preoccupazioni e nei loro dubbi circa l’assistenza medica, spirituale e pastorale dovuta ai malati inguaribili e diventa uno strumento per stabilire i confini etici e giuridici da non travalicare ogniqualvolta occorra salvaguardare la vita e la dignità umana, pur nella sua fase più critica e dolorosa.

La Samaritanus bonus è stata oggetto di approfondimento del convegno organizzato il 4 novembre all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù durante il quale autori ed esperti di bioetica hanno affrontato il tema del fine-vita e della tutela della vita stessa fino alla sua naturale conclusione, calando le proprie riflessioni in un contesto, quello pediatrico, che spesso rende inermi. Per quanto importanti e cariche di valore siano le cure palliative, non bastano se non c’è nessuno che sta accanto al malato e gli testimonia il suo valore unico e irripetibile, se chi accompagna e si prende cura degli inguaribili rimane ancorato a una visione della vita e della morte troppo concrete, spoglie di uno sguardo contemplativo e soprannaturale.

Poi c’è la Croce, recita la Samaritanus bonus, nell’esortare i chiamati, operatori sanitari, medici, volontari, delle strutture ospedaliere e assistenziali di ispirazione cristiana: c’è bisogno di un percorso umano basato sulla speranza e sull’immagine del Cristo. Poi ci sono gli ammalati, coloro che hanno bisogno di sentire chi sta accanto, di riascoltare il mistero della Passione. Entrambi confitti, non sconfitti, come scriveva monsignor Antonio Bello, che aveva immaginato Cristo su un versante della croce e l’uomo sofferente sul retro. Entrambi confitti, come l’ombra del Cristo doloroso gotico che sul muro della basilica del Crocifisso lascia intravvedere il poco spazio che c’è tra Cristo e l’Uomo e che quando abbiamo bisogno di lui non è necessario urlare: basta chiamarlo, perché sta appena dietro di noi. Poi ci sono i confini etici e giuridici da non travalicare: quello della cura e dell’accompagnamento del malato nelle fasi terminali della vita è anche un tema sociale (come la lettera illustra) che tocca, dunque, le istituzioni sanitarie — tutelanti il momento della sofferenza che precede il fine-vita — e il servizio compassionevole degli operatori sanitari, divenuto in molti paesi del mondo oggetto di una regolamentazione svilente il valore giuridico attribuito alla vita, che rimane inviolabile anche durante la malattia.

Tuttavia, il disordine normativo mondiale che legittima l’eutanasia, il suicidio assistito e la desistenza o l’accanimento terapeutico sono l’evidente degenerazione di un fenomeno sociale che si contrappone al bene supremo tutelato favorendo, di fatto, il riconoscimento di un diritto inesistente a disporre arbitrariamente della propria vita facendo dell’operatore sanitario, del medico o della stessa persona malata l’artefice materiale della morte.

Occorre, dunque, continuare ad approfondire a livello dottrinale, etico, spirituale e pastorale il tema della cura del malato nelle fasi critiche e terminali della vita e convenire in tutto il mondo a un pensiero unitario e condiviso che abbia a mente la vita del malato, in modo particolare del malato inguaribile.

di Rossana Ruggiero