· Città del Vaticano ·

Il concorso «Un incontro, una storia» promosso dalla Caritas

Andare incontro

cq5dam.thumbnail.cropped.500.281.jpeg
09 novembre 2020

«Abbiamo bisogno di raccontare queste storie, abbiamo bisogno di ascoltarle», scrive su un foglietto un’allieva della scuola media Stefanelli di Roma, dopo aver ascoltato la storia di Mohammed, scappato dalla Costa D’Avorio in piena guerra civile. La studentessa, insieme ai suoi compagni, e a tanti altri alunni delle scuole cittadine, ha partecipato al concorso «Un incontro, una storia», promosso dalla Caritas di Roma e conclusosi con la proclamazione dei vincitori il 29 ottobre scorso. Sono stati 381 i partecipanti, dai 6 anni in su, e di storie, fra scritti e filmati, ne sono state raccontate tante. Ci sono quelle di Jaspreet, di Buba, di Pietro, Flor, Dayo, Sabrina, Ismael, Suneetha, Liudmila, Rafid, Tanji. Storie di amicizie, di incontri casuali o cercati per l’occasione. Storie drammatiche, di chi ha attraversato il mare sui barconi, di chi ha conosciuto l’inferno delle carceri libiche, di chi ha visto morire i compagni di viaggio. Come quella di Ismael, raccontata da Silvia Buonopera, una dei vincitori. Ismael è partito dalla Costa D’Avorio a 15 anni, «poco più di un bambino». Ha percorso la distanza fra il suo Paese e l’Italia nascosto sul fondo di pick-up, ha attraversato il deserto, è stato imprigionato e venduto più volte dai trafficanti. Nei centri di detenzione in Libia è stato picchiato e torturato, poi, finalmente, l’arrivo in Italia su un gommone. «Non so come ho fatto a sopravvivere a questo lungo viaggio, non so come ho fatto a non impazzire, ma oggi mi trovo qui al sicuro a casa di Silvia, a raccontarle la mia storia», dice Ismael.

Un’esperienza simile a quella di Precious, che, nel 2016, ha deciso di lasciare il suo paese, la Nigeria, e di partire. «Quello che sapevo era che stavo andando in un altro Paese per avere una nuova vita e bellissime avventure». Ma le avventure non sono state belle. A Tripoli, in un centro di detenzione, «ho avuto bruttissime esperienze». Precious ha provato ad arrivare in Italia su un gommone per tre volte e per tre volte è stata rimandata indietro. Solo al quarto tentativo è riuscita a toccare le coste, dopo aver sperimentato l’orrore. «Ci sono ferite che non si vedono sul corpo, che sono più in profondità e sono più dolorose di qualsiasi cosa che sanguini». «Non è mai semplice», sembra rispondergli Camilla Barberi, 16 anni, studentessa del liceo Tasso. Ma «ogni storia ha il suo lieto fine, non importa quanto impegno richieda. Si realizza nel momento in cui accettiamo quello che è passato come parte di noi», scrive Camilla, che, con la storia della sua ex baby-sitter peruviana, Angie, si è aggiudicata uno dei tre premi vinti dalla sua scuola.

Ci sono state anche storie meno drammatiche. Come quella di Benedetta Fiore e Wally Galdieri, studentesse del Tasso e vincitrici nella sezione «Filmati», che hanno raccontato di Bright, nipote di un principe del Camerun, venuto in Italia per studiare medicina. «Volevamo abbattere lo stereotipo del migrante attraverso una persona che potremmo essere noi. E cercare di trasmettere la sua malinconia, i sentimenti contrastanti che vivono dentro di lui», dice Wally. «Bright è un privilegiato ma deve comunque fare i conti con la ferita dello strappo, dal proprio Paese e dalla propria famiglia. Anche se il raggiungimento dell’obiettivo è qualcosa di bello e di forte».

Un avvicinarsi alla storia dell’altro in punta di piedi. Come nel caso di Nicolò Saputi, 15 anni, dell’Istituto Giordano Bruno, che ha provato a intervistare alcuni migranti senza riuscirci. «Gentile Commissione — scrive Nicolò nella lettera indirizzata alla giuria — avrei voluto partecipare ma non sono riuscito a entrare di più nelle vite di queste persone. Credo che abbiano ragione loro e che noi occidentali dovremmo avere rispetto per le loro storie di vita che nascondono spesso sofferenze inaudite, violenze e ingiustizie». Nicolò supera la frustrazione e arriva alla comprensione dell’altro in modo meno superficiale, venendo fuori dall’esperienza più grande, sicuramente diverso.

«Abbiamo lanciato una sfida: incontrare l’altro. Presi dai nostri problemi, non abbiamo più fame di relazioni ma tutti, però, vorremmo che gli altri si occupassero di noi», dice don Benoni Ambarus, direttore della Caritas di Roma. «La sfida è andare verso l’altro, non aspettare che sia l’altro a venire da noi. Ma l’instaurarsi di una relazione non è scontato. Entrare nelle vite degli altri è anche questa una sfida. Un doppio processo interiore che permette, oltre che di nutrirsi di relazioni, di vedere la mia vita nella vita dell’altro, e di ridimensionarla». Una sfida che è stata raccolta. «Ho provato un senso quasi di colpa per tutti i privilegi cui non faccio nemmeno caso e per quella perenne insoddisfazione che mi spinge a chiedere sempre di più», scrive Francesca Salerno, del liceo Vittoria Colonna, dopo un’esperienza di volontariato alla mensa della Caritas. «Stare a contatto con persone in difficoltà mi ha fatto riflettere sull’immane spreco di beni e sull’egocentrismo esasperato che, insieme a una buona dose di egoismo, non permette di guardare al di là del proprio naso».

di Marina Piccone