· Città del Vaticano ·

La diplomazia vaticana agisce per facilitare la pace tra le nazioni

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L’arcivescovo Gallagher nel 40° anniversario della firma dell’Accordo tra la Santa Sede e il Perú

07 novembre 2020

«L’azione diplomatica della Santa Sede non si accontenta di osservare gli avvenimenti o di valutarne la portata, né può restare solo una sorta di voce critica della coscienza, spesso anche fuori dal coro». È interamente dedicato alla diplomazia della Santa Sede l’intervento di monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati, pronunciato ieri in occasione del 40° anniversario della firma dell’Accordo tra la Santa Sede e il Perú, sottoscritto a Lima il 19 luglio 1980. L’arcivescovo ha sottolineato che «La Santa Sede è chiamata ad agire per facilitare la convivenza fra le varie Nazioni, per promuovere quella fraternità tra i Popoli, dove il termine fraternità è sinonimo di collaborazione fattiva, di vera cooperazione, concorde e ordinata, di una solidarietà strutturata a vantaggio del bene comune e di quello dei singoli».

Ed è Papa Francesco a chiedere alla Santa Sede «di muoversi sullo scenario internazionale non per garantire una generica sicurezza, resa più che mai difficile in questo periodo di perdurante instabilità e da una marcata conflittualità, ma per sostenere un’idea di pace come frutto di giusti rapporti, cioè di rispetto delle norme internazionali, di tutela dei diritti umani fondamentali, ad iniziare da quelli degli ultimi, i più vulnerabili». Chiara, quindi, la funzione “ecclesiale” della diplomazia «quale strumento di comunione che unisce il Romano Pontefice ai vescovi e alle rispettive Chiese locali, è anche la via peculiare attraverso cui il Papa può raggiungere concretamente “le periferie" spirituali e materiali dell’umanità», ha specificato monsignor Gallagher.

Il segretario per i Rapporti con gli Stati ha ricordato che la rete diplomatica della Santa Sede ha relazioni di tipo bilaterale con 183 Stati, a cui si debbono aggiungere l’Unione europea e il Sovrano Ordine di Malta. «Intrattiene inoltre — ha aggiunto l’arcivescovo — rapporti stabili di tipo multilaterale con molte altre Istituzioni intergovernative, competenti nei diversi settori in cui si articola la struttura della governance internazionale».

Secondo monsignor Gallagher «l’idea di pace di cui la Santa Sede è portatrice non si ferma a quella che le Nazioni esprimono nel contemporaneo diritto internazionale. Operare per la pace non significa solo determinare un sistema di sicurezza internazionale e, magari, rispettarne gli obblighi. È richiesto altresì di prevenire le cause che possono scatenare un conflitto bellico, come pure di rimuovere quelle situazioni culturali, sociali, etniche e religiose che possono riaprire guerre sanguinose appena concluse». In questo senso il diritto internazionale «deve continuare a dotarsi di istituti giuridici e di strumenti normativi in grado di gestire i conflitti conclusi o le situazioni in cui gli sforzi della diplomazia hanno imposto alle armi di tacere». Un passaggio importante dell’intervento del segretario per i Rapporti con gli Stati è dedicato alla fase post-bellica: «Il compito nel post-conflitto non si limita a riassettare i territori, a riconoscere nuove o mutate sovranità, o ancora a garantire con la forza armata i nuovi equilibri raggiunti. Esso deve piuttosto precisare la dimensione umana della pace, eliminando ogni possibile motivo che possa nuovamente compromettere la condizione di coloro che hanno vissuto gli orrori di una guerra e ora attendono e sperano, secondo giustizia, un diverso avvenire. Tradotto nel linguaggio della diplomazia questo significa dare priorità alla forza del diritto rispetto all’imposizione delle armi, garantire la giustizia ancor prima della legalità».

Monsignor Gallagher ha denunciato poi il «dilagare dell’indifferenza» che non riguarda solo i luoghi dei conflitti e delle guerre, magari geograficamente lontani. «Oggi chiama in causa anche tutti noi, che, volenti o nolenti, siamo raggiunti nella nostra quotidianità da un’onda continua di notizie e di informazioni, che ci connettono virtualmente con il resto del mondo e che ci mostrano schiere di sofferenti, di senza tetto, di tante vittime delle guerre costrette a emigrare, delle persone sfiduciate, di chi ha perso il lavoro, e dei più vulnerabili». L’arcivescovo si è detto convinto che oggi, più che mai, sia necessario «spezzare questi meccanismi dell’indifferenza, rompere il guscio protettivo dei nostri egoismi, passando così dai teoremi sulla pace possibile, ad esperienze concrete di pace vissuta, anche se sofferta».

La via maestra, evidenzia ancora, è quella indicata da Papa Francesco, ovvero la lotta contro la povertà sia materiale sia spirituale, l’edificazione della pace, l’essere costruttori di ponti mediante il dialogo. «Sono anche tre punti di riferimento che indicano un cammino personale, sociale e globale al quale il Papa ha invitato tutti, fin dai primi giorni del suo servizio come Vescovo di Roma» ha ricordato monsignor Gallagher, aggiungendo che quello di Francesco rimane un appello pressante e impegnativo, tanto più oggi. «Esso ci chiede di avere molto coraggio e di abbandonare alle nostre spalle le facili certezze acquisite, impegnandoci in un’autentica conversione del cuore, delle priorità, degli stili di vita, per esporci all’incontro con l’altro, anche quando ci sembra di non conoscerlo abbastanza, di provenire da mondi culturali e religiosi troppo differenti o di parlare lingue ancora tanto diverse. In fondo» ha concluso il segretario per i Rapporti con gli Stati «la diplomazia della Santa Sede è una diplomazia in cammino: un cammino lungo, complesso e irto di difficoltà, ma con l’aiuto di Dio possibile».

di Davide Dionisi