· Città del Vaticano ·

La dignità delle persone fonda la fraternità

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07 novembre 2020

Pubblichiamo quasi per intero in questa pagina il testo dello scrittore gesuita che appare nella rubrica «Note di politica» del numero di novembre di «Vita Pastorale» (Edizioni San Paolo, n. 10, anno CVIII, pagina 11).

Davanti ai cambiamenti d’epoca ci sono due atteggiamenti possibili: difendere ciò che rimane, costruire ciò che non c’è. Ma ogni ricostruzione richiede di uscire dalla propria terra come è stato per Abramo e Sara. La discendenza è donata da Dio a un anziano e a una sterile, grazie alla loro disponibilità. Anche la vita sociale e politica è regolata dallo stesso principio: lasciare il proprio mondo per costruirne uno migliore che Papa Francesco ci richiama nella sua ultima enciclica Fratelli tutti. Il testo è anzitutto da contemplare spiritualmente non è da studiare razionalmente, non è un trattato di economia o di politica. L’enciclica — massima espressione del magistero ordinario del Papa — va meditata e sedimentata, prima di ogni critica. Sintonizzarsi sulle frequenze del pontificato significa comprendere la visione del mondo proposta dalla Chiesa.

Certo, la sfida della fraternità sembra un paradosso mentre emergono inchieste dal Vaticano che scuotono i fedeli e rischiano di indebolire la parola del magistero sociale della Chiesa. Ma la Chiesa non è il Vaticano, è il popolo di Dio che cammina nella storia fedele al suo Signore. Parlare dunque di fraternità è un processo possibile, non va confusa come una sfida utopica, la radice è evangelica. Questa, per alcuni, si limita ai legami di sangue, per altri a ciò che ci separa da chi è diverso, invece Francesco (ri)fonda la fraternità sulla dignità di ogni persona, figlia dell’unico Padre, e sull’esperienza delle vittime che pagano il male del mondo.

Una novità dell’enciclica è il quinto capitolo, dedicato a «La migliore politica». Dal suo realismo Francesco non si limita a denunciare le cose che non vanno, ma indica cosa fare e da chi partire. Sono gli ultimi a cui la Chiesa vuole dare voce e restituire la dignità perduta. Il Papa stimola i politici a riconoscere che la fede nel «mercato non risolve tutto»; occorre rilanciare una politica popolare, riconoscere le false promesse del populismo, denunciare i limiti della visione del liberismo inteso come teoria economica e non come filosofia politica. Francesco invita i politici a saper leggere il contesto (locale e globale) e fare scelte concrete. Occorre chiedersi: da che parte sto? Cosa sto facendo per costruire la fraternità politica? Credo davvero che occorra introdurre un nuovo paradigma di convivenza dopo il covid-19?

Nasce da qui il cantiere della fraternità e dell’amicizia sociale. Prima delle strutture occorre cambiare la mentalità di chi le governa, il secolo xxi — leggiamo nell’enciclica — «assiste a una perdita di potere degli Stati nazionali, soprattutto perché la dimensione economico-finanziaria, con caratteri transnazionali, tende a predominare sulla politica. In questo contesto, diventa indispensabile lo sviluppo di istituzioni internazionali più forti». Globalizzare la fraternità, aiuta a liberare dalla schiavitù le vittime della globalizzazione economica e dell’informazione con i suoi processi mediatici. Poco prima della Pace di Vestfalia la Chiesa aveva rimproverato all’Impero di costruire un mondo ingiusto. Oggi lo ripete.

In Italia l’enciclica può ispirare il dibattito tra credenti, per far sì che l’esperienza dei nonni e dei padri coinvolga anche figli e nipoti. L’orizzonte politico di Francesco rimane una bussola anche per esperienze più laiche al servizio di una politica basata su digitale ed ecologia, inclusiva e aperta alla mediazione, come chiede l’enciclica.

di Francesco Occhetta