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FACCE BELLE DELLA CHIESA • La storia di fra Luke sull’isola di Rodi

Il parroco dei rifugiati

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07 novembre 2020

«Do you speak italian?» «Io sono più italiano degli italiani»: si presenta così fra Luke, parroco francescano delle isole di Rodi e Kos. E in effetti quando parla fra Luke ha tutti i modi tipici di interloquire degli italiani: una bella chiacchiera, un vivace gesticolare, una simpatica mimica facciale, è un fiume in piena quando lo interroghi sul suo lavoro accanto ai rifugiati. Tutto il contrario di quella stereotipa riservatezza un po’ flemmatica dei britannici. Eppure fra Luke Gregory è inglese, nato 62 anni fa a Sheffield, la culla della rivoluzione industriale nel sud dello Yorkshire, appena sopra le Midlands.

Che ci fa un francescano inglese a Rodi? «Io in verità appartengo alla Custodia di Terra Santa, che come si sa estende da sempre la sua giurisdizione anche ad alcune aree limitrofe alla terra di Gesù, come Rodi appunto. Sono arrivato qui un po’ per caso — racconta — dopo aver svolto il mio servizio a Gerusalemme e a Betlemme, e di obbedienza in obbedienza sono ormai molti anni che sono qui. Forse perché in origine anch’io vengo da un’isola, ma mi sono subito trovato a mio agio in questa di isola, e oggi, ti dirò, non saprei immaginarmi altrove». Era da tempo che in tanti indirizzavano le “Facce belle” verso Rodi «fra Luke è un personaggio straordinario, vedrai». E in effetti già dal primo approccio la previsione si rivela azzeccata. Se ti aspetti di trovare un missionario che ti racconta con mestizia le tante tribolazioni della povera gente che assiste rimani deluso. Fra Luke ha la straordinaria capacità di navigare tra il dolore e la disperazione veri mantenendo intatto un approccio sempre positivo, ricco di speranza e buona volontà, francescanamente gioioso. E sicuramente questo suo carattere è l’elemento più importante della carità che dispensa a piene mani. «Sì, io gli porto un bel po’ di cose necessarie a vivere — dice parlando dei rifugiati — ma quello che li rende più contenti e grati è che io sia con loro, li ascolti, gli parli, gli regali una parola di speranza. Bisogna capire che la prima e più pesante sofferenza di un rifugiato è la solitudine, il senso di estraneità che si prova quando ti trovi in una terra che non è la tua. Lontano dalla tua casa, da dove sei nato».

«Ma raccontaci prima di te, fra Luke». «Ho fatto le mie scuole a Sheffield, dove ho imparato ad amare le lingue e la cultura della classicità greca e latina. Non avrei mai immaginato che il mio amore per il greco antico un giorno mi sarebbe risultato utile vivendo in un’isola greca piena di storia. Poi, mi trasferii a Londra per l’università, mi ero iscritto al prestigioso King’s College. Ma prima di cominciare l’università, per un anno, decisi di seguire un corso di discipline sociali. Era un corso che contemplava molte esperienze on the field, così mi trovai a conoscere per la prima volta in vita mia tante realtà di marginalità di cui neanche immaginavo l’esistenza. Homeless, malati, varie forme di addiction, un contatto con un mondo che mi toccò e cambiò nel profondo. Pur continuando con passione i miei studi classici, mi accorgevo che la mia vita cominciava a seguire una strada inaspettata, quella di una vocazione al servizio dei poveri, degli scartati, degli ultimi. Galeotto fu un pellegrinaggio accompagnando i malati a Lourdes. Lì — continua il religioso — incontrai un padre francescano che mi affascinò moltissimo parlandomi del “quinto Vangelo”: la terra di Gesù. Andai così a Gerusalemme e lì scoprii l’anello di congiunzione tra la mia passione per il mondo antico, la verità storica del Kerigma, e la vita dedicata agli altri. Mi ritrovai, diciamo così naturalmente novizio francescano ad Ein Karen, il villaggio del Battista; e poi a Gerusalemme a studiare la teologia. Ho passato anni molto belli in Terra Santa, sono stato cantore al Santo Sepolcro, segretario della Custodia, e poi a Betlemme nel durissimo tempo della seconda Intifada. Ho vissuto il bello delle liturgie antiche al Sepolcro, ma anche il terribile della sofferenza umana nei territori occupati». Mentre parliamo fra Luke cammina nel giardino del convento mostrandomi con orgoglio le sue colture «Qui c’erano delle belle rose. Le ho tolte. Ora ci sono queste, che sono anche più belle» e mi mostra una fila di zucchine, pomodori, insalate, melanzane. «I rifugiati hanno più bisogno di generi alimentari che di rose. E poi io sono un’entusiasta sostenitore della Laudato si’ di Papa Francesco. Qui è tutto ecologico: ricicliamo tutto, preserviamo l’acqua e l’energia, non usiamo plastica, abbiamo i nostri animali, ci muoviamo prevalentemente a piedi».

Rientra nel sobrio convento che un tempo ospitava decine di frati «Ti faccio conoscere my lovely little pet Percy». Immagino che nelle serate isolane il frate si faccia tenere compagnia da un fedele cane o da un tenero micino. Rimango perciò a bocca aperta quando vengo a far la conoscenza di Percy: uno splendido pitone di un paio di metri di lunghezza. Luke non sembra affatto stupito del mio stupore, e rimanendo in serafica, — e un po’ british — impassibilità mi spiega: «Percy, Perseo: come il figlio di Zeus e Danae, ma anche come la costellazione tra Andromeda e Auriga».

La svolta nella vita di fra Luke avviene giusto dieci anni fa, con lo scoppio della guerra civile in Siria. Molti scappano dalle bombe e Rodi è uno dei porti più sicuri e più vicini a cui i gommoni dei disperati possono attraccare. Ne arriveranno centinaia e poi migliaia in questi anni. E troveranno sempre fra Luca, anche di notte, ad accoglierli, rifocillarli, sostenerli. «Per la verità non mi sono mai domandato cosa dovessi fare. È naturale dover accogliere un fratello, una sorella, che scappano. Non c’è da ragionarci sopra. Io non chiedo niente a loro, ma sono loro stessi a raccontarsi e le loro facce segnate a parlare. Porto loro da mangiare ma anche shampoo, sapone e rasoi. Mi rifornisco nei locali supermercati a loro inaccessibili, compro le cose con i soldi che mi mandano il padre Custode, i commissariati di Terra Santa, e dall’Italia la generosa associazione Pro Terra Sancta. Nei mesi estivi quando ci sono molti turisti sull’isola, dico loro «prima di ripartire lasciateci qui tutto quello che potete, anche il dentifricio o il bagnoschiuma aperti, le ciabattine, il cibo che non avete consumato: qui tutto è utile». E continua «cerco di aiutarli in ogni modo, eccetto che per le pratiche burocratiche di transito. Non voglio interferire con il lavoro delle autorità locali che a loro volta lasciano molta agibilità al mio di lavoro, anche se cercano di contrastare gli sbarchi. Dopo i primi arrivi ho deciso di andare in Siria dai miei confratelli, ad Aleppo e anche a Damasco, per rendermi meglio conto della situazione da cui fuggivano. Ho visto macerie e disperazione come mai prima. Oggi la provenienza dei rifugiati è cambiata: meno siriani, e più africani del nord e del Corno d’Africa e soprattutto molti palestinesi che scappano da Gaza. Con i palestinesi mi sento di nuovo a casa. Al momento — prosegue — i rifugiati nell’isola sono circa 250, vivono accampati sotto un capannone che una volta era il mattatoio dell’isola: un simbolo terribile. Io faccio il possibile, cerco di aiutare tutti. Molti sono mussulmani, ma mi vogliono comunque un gran bene. Durante le feste islamiche preparo per loro i dolcetti tipici, così da farli sentire meno lontani da casa. D’altronde qui a Rodi la solidarietà rende tutti fratelli: ho ottimi rapporti anche con i fratelli ortodossi e con i protestanti. Al pastore luterano abbiamo allestito una cappellina nei nostri locali per la loro liturgia». Fra Luke continua a lavorare anche mentre ci parla, sembra non stancarsi mai. «Come fai a stancarti a fare il bene?». «Io mi sento un uomo realizzato: cosa c’è che può renderti più felice nella vita che vedere i risultati del bene che ti sforzi di fare?».

E gli sforzi di Fra Luke ormai sono ben noti anche fuori dei confini dell’isola e anche fuori dei circuiti ecclesiali, conquistando solidarietà, supporti e anche riconoscenza. Così è stato che il presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, abbia voluto manifestare il suo apprezzamento per il lavoro di fra Luke con i rifugiati, insignendolo del titolo di Cavaliere dell’Ordine della Stella d’Italia. Ci dice Patrizia Falcinelli, ambasciatrice d’Italia ad Atene, e profonda conoscitrice del mediterraneo orientale e delle sue tensioni. «Padre Luke, oltre a essere uno straordinario esempio di dedizione e generosità nella sua attività a favore dei bisognosi, dei rifugiati e dei migranti, rappresenta anche un fondamentale punto di riferimento per la comunità italiana a Rodi e per la promanazione della cultura e dei valori italiani nell’isola. Per questo il presidente ha voluto insignirlo, su proposta dell’ambasciatore italiano in Grecia di questo riconoscimento».

Lui di tutta questa notorietà si stupisce: «Non c’è niente di straordinario in quel che faccio: accogliere lo straniero rifugiato è un dovere non un merito. Per tutti. Piuttosto, quando finisce questa pandemia programmate una vacanza a Rodi: questo posto è bellissimo, e magari mi date una mano». E salutando se ne va camminando con Percy attorcigliato intorno al collo.

R.C.