· Città del Vaticano ·

La vera onda è la richiesta d’inclusione

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Atlante - Cronache di un mondo globalizzato

06 novembre 2020

Il voto per le presidenziali statunitensi


Profondo rosso. Così segnavano i grafici delle borse europee all’apertura di mercoledì 4 novembre, mentre negli Stati Uniti ancora si consumava l’Election Day. All’improvviso gli indici borsistici hanno cominciato a puntare in alto, molto in alto, e così è stato per i giorni successivi in una corsa al rialzo davvero inusuale in tempo di pandemia. Dopo le prime incertezze interpretative, gli analisti di lungo corso hanno chiarito che la finanza aveva fiutato la possibilità della vittoria di Joe Biden. Perché, hanno specificato, i mercati non amano Donald Trump, al quale rimproverano soprattutto quella guerra commerciale con la Cina costata miliardi e miliardi di dollari. Ma lo scontro con Pechino non è stata l’unica iniziativa a suo modo contundente della presidenza Trump. Un quadriennio apertosi con la promessa di un muro di separazione da costruire al confine con il Messico a spese dei messicani e proseguito, tra l’altro, con il Muslim ban con il quale è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini provenienti da alcuni paesi a maggioranza musulmana. A livello internazionale, solo per citare qualche esempio, l’amministrazione Trump ha condotto gli Stati Uniti fuori dall’accordo di Parigi sul clima (nel quale, in caso di elezione, Joe Biden ha promesso di rientrare subito) e dall’accordo, raggiunto con molta fatica, sul nucleare iraniano, ha messo in discussione gli assetti della Nato e caldeggiato l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Eppure negli Stati Uniti, le politiche messe in campo da Trump hanno riscosso non poco successo. Basti pensare agli indicatori che, a inizio di quest’anno, davano l’economia a stelle e strisce in grande espansione. Poi è arrivata la pandemia affrontata da Trump con un atteggiamento riduzionista. L’uso o meno della mascherina è divenuto materia di scontro e segno di appartenenza politica. Sta di fatto che gli Stati Uniti sono stati profondamente segnati dal covid-19 che ha finora provocato quasi 10 milioni di infezioni e quasi 240.000 morti, soprattutto tra le fasce più vulnerabili della popolazione. Una variabile inattesa che ha messo a dura prova la campagna del presidente il quale, secondo alcuni analisti, in mancanza della pandemia avrebbe potuto vincere queste elezioni, a dispetto dei sondaggi di opinione rivelatisi ancora una volta per lo meno inaffidabili. La grande onda blu democratica che avrebbe dovuto travolgere Trump e il partito repubblicano non si è infatti mai sviluppata. Il voto statunitense ha dimostrato che il trumpismo non è morto e che, con molta probabilità il tycoon newyorkese, che vinca o che perda le elezioni, avrà voce in capitolo per i prossimi anni, almeno all’interno del partito repubblicano. Perché Trump, come dimostra la vittoria ottenuta nel 2016, sa parlare agli operai che si sentono minacciati dalla globalizzazione sfrenata e a quegli imprenditori che preferiscono come interlocutore uno Stato “leggero”. Più in generale propone un modello di successo individuale che storicamente ha molta presa negli Stati Uniti. Un modello che tuttavia deve ora fare i conti con un tessuto in rapida evoluzione, dove le cosiddette minoranze (che in alcune zone in realtà minoranze non sono) introducono i loro propri modelli sociali e reclamano a gran voce i loro diritti. Ne è dimostrazione il movimento Black Lives Matter, nato sotto la presidenza Obama, ma rafforzatosi moltissimo in questi ultimi mesi. La richiesta è quella di maggiore inclusione, di non essere lasciati indietro, soprattutto nei tempi bui della pandemia. E questa spinta può davvero essere più forte di qualunque onda.

di Giuseppe Fiorentino