· Città del Vaticano ·

Tre libri per fermarsi a pensare

Il bene che fa scandalo

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06 novembre 2020

«La lettera enciclica Laudato si’ di Francesco è un testo che è arrivato imprevisto, e in questo senso provvidenziale, a indicare all’umanità che è urgente cambiare via. Viviamo in un’era desertica del pensiero, che non riesce a concepire la complessità della condizione umana nell’età globale, e in particolare la complessità della crisi ecologica…Nel deserto attuale, dunque, l’enciclica risponde alla necessità di pensare questa complessità». Ci voleva tutta la saggezza laica di un pensatore globale come Edgar Morin per rimescolare idee, progettualità nuove, religioni, fedi, bene comune e fraternità. E così, nella fortunata prefazione al libro del suo allievo italiano, Mario Ceruti, dal titolo Sulla stessa barca, edito per Qiqajon, centra appieno quella che è l’indagine di Ceruti, tra i massimi filosofi italiani e protagonisti dell’elaborazione del pensiero della complessità. L’ecologia, per Ceruti, riguarda le nostre vite, in profondità, la nostra civiltà, i luoghi in cui abitiamo, le nostre riflessioni. Così questo suo libro ci aiuta a leggere l‘enciclica Laudato si’, e da oggi a maggior ragione anche l’ultima Fratelli tutti, nell’orizzonte di un umanesimo planetario volto delineare una nuova rotta per l’avvenire dell’umanità. Ritrovare allora le radici comuni di una Terra e un Creato da custodire — in questo senso tantissimi i riferimenti nel libro al magistero di Paolo vi, Benedetto xvi, Giovanni xxiii — è un impegno che prima deve partire dall’individuo per poi dipanarsi in una politica attiva, non schiava di una tecnoeconomia globale ma a disposizione dei più poveri. Cambiare dunque rotta per una cultura dell’incontro e verso una sfida delle diversità che ci faccia sperimentare una fraternità senza frontiere. Cambiare rotta diventa sempre più urgente, nel momento in cui il dogma della crescita all’infinito viene messo drasticamente in discussione dal perdurare della crisi economica europea e mondiale, dai pericoli prodotti da un certo sviluppo tecnico e scientifico, dagli eccessi delle civiltà dei consumi che rendono infelici gli individui e la collettività.

A dar la mano al libro di Ceruti, quasi in un singolare abbraccio ideale, ci pensano altri due testi, sempre pubblicati da Qiqajon, di Roberto Mancini, filosofo, autore di numerosi saggi di tematiche fondamentali dell’esistenza umana quali l’ascolto, la pace, il bene e la libertà, e di Giovanni Grandi, giovane filoso di Trieste, studioso dei processi decisionali delle dinamiche della vita interiore ed esperto di analisi di problematiche di attualità sociale. Roberto Mancini, con La scelta politica, ci parla ancora una volta del bene comune. Perché il bene comune è sempre compreso anche nel nostro bene personale. Visto che la vita è una relazione universale, non è possibile alcuna scissione tra le due cose. La scelta politica è la maturazione di un modo di sentire, di pensare, di agire e comunicare adatto a coltivare una socialità solidale, giusta, liberatrice. Guarire dal nichilismo si può, se è il bene che fa scandalo. Così Mancini lascia al lettore un lessico della buona efficacia: trasformazione e possibilità, responsabilità e pazienza, libertà e capacità, servizio e cura, conflitto non violento e deliberazione dialogica, autorità e governo. Su queste ultime due, Mancini, ricordando la radice latina del termine (augere, far crescere), spiega come l’autorità non è quella di chi comanda, ma quella di chi fa fiorire gli altri e si preoccupa del miglioramento della loro vita. È la funzione di chi apre la strada e opera per un ordinamento incentrato sul bene collettivo. Persone stimate, delle quali anche gli avversari hanno rispetto. Mancini, inoltre, cita come le donne siano sottovalutate dal potere dominante, non figurando «tra le più illuminate autorità politiche solo per al tenacia del potere maschile nell’escluderle da questi ruoli, il che è una conferma evidente di come la logica del potere sia fatta per soffocare ed escluderle».

Dal bene collettivo al bene personale. Che spesso passa attraverso la ricerca de La Parola amica, come suggerisce Giovanni Grandi nel suo accattivante titolo. La parola amica è una parola di novità, una parola rivelatrice, una parola saggia, che indica non un bene generico ma concreto: una parola di soccorso, che infonde quel tanto di forza che da soli non sapremmo darci. La parola amica è quella che ha in sé il potere di migliorarci, di farci avanzare completamente nel bene, di sostenerci nei piccoli passi che, di proposito, ci conducono fuori dalle nostre prigionie, dai nostri angoli ciechi. Soprattutto la parola amica è quella che promette e non tradisce. Imparare a riconoscerla dentro di sé è importante, per non temere l’indecisione. E riconoscerla è forse più che importante: è vitale. Nella tradizione cristiana la parola di Dio è senz’altro parola amica. E il libro di Grandi si presta anche a un viaggio lungo la parola sacra, alla ricerca incessante dell’amicizia vera di Gesù.

Gesù, i Vangeli, le fedi, le religioni: tutto è proteso verso la fraternità universale. In questo senso, torna utile ciò che scrive Edgar Morin, nel finale della prefazione al libro di Ceruti: «La Laudato si’ è un ritorno integrale alle origini evangeliche, e la fede può dare coraggio. In un’età virulenta come la nostra, per salvare il nostro pianeta davvero minacciato, il contributo delle religioni non è superfluo. Questa enciclica ne è una manifestazione eclatante. Il messaggio di Francesco invita a un cambiamento, a una nuova civiltà, e lo trovo molto toccante».

di Gianni Di Santo